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LIBERI DI PRODURRE VINO 'AL TRUCIOLO'

LIBERTA’ DI SCELTA SULL’USO DEI TRUCIOLI NEL VINO: ANDREA SARTORI, PRESIDENTE DELL’UNIONE ITALIANA VINI,  CHIEDE PIÚ EQUILIBRIO NEL VALUTARE UNA PRATICA ORMAI DIFFUSA IN TUTTO IL MONDO (riceviamo da dall'UIV...e pubblichiamo)

L’utilizzo dei chips è assolutamente sicuro per i consumatori, come dimostrato da autorevoli studi scientifici effettuati dall’Oiv, l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino

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Libertà di scelta sull’uso dei trucioli nel vino: così l’imprenditoria vinicola del nostro Paese, per voce di Andrea Sartori, Presidente dell’Unione Italiana Vini, chiede più equilibrio nel valutare una pratica enologica diffusa in gran parte del mondo. Sartori scrive al Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro sottolineando che l’opportunità di utilizzare i chips anche nell’elaborazione dei vini della Comunità europea (come da decisione del 19 ottobre) nasce dalla necessità reale, e sempre più urgente, da parte dei produttori europei di potersi confrontare ad armi pari con quelli di altri Paesi - come Usa, Cile, Australia, ecc. - che da tempo mettono nel circuito commerciale internazionale vini sottoposti a tale trattamento, senza che ciò venga evidenziato in etichetta. “Con il nuovo regolamento n. 1507/06 - afferma Andrea Sartori - la nostra imprenditoria era convinta che si ponesse finalmente la parola fine a questa disparità in termini competitivi: in realtà oggi nel nostro Paese, e solo nel nostro, si è accesa una violenta polemica che scivola spesso nella demagogia, senza tener conto delle logiche economiche e di mercato”. Il settore, aggiunge Sartori, dava per scontato che l’utilizzo dei pezzi di legno di quercia fosse consentito per tutte le tipologie di vino senza eccessive obiezioni, lasciando libertà di scelta al singolo operatore. Ma così non è. In quest’ambito l’amministrazione dell’Agricoltura sembra infatti orientata a vietare l’uso dei trucioli nella produzione dei Vqprd. Se è vero che questa facoltà è prevista dal Reg. Ce 1493/99 (art. 42, che prevede, in materia di pratiche enologiche, che gli Stati membri, nell’ambito della sussidiarietà, possano imporre condizioni più severe per garantire la conservazione delle caratteristiche essenziali dei Vqprd e dei vini a Igt prodotti nel loro territorio, nonché dei vini spumanti e dei vini liquorosi; e art. 57, che consente agli Stati membri di definire tutte le caratteristiche o le condizioni di produzione o di elaborazione e di commercializzazione complementari o più severe per i Vqprd prodotti nei loro territori), tuttavia il disporre un tale provvedimento appare prevaricante il volere e le reali intenzioni degli utenti (produttori, commercio e industria) delle circa 350 Doc italiane. “Più obiettiva e più democratica - aggiunge Sartori - sarebbe la libertà di scelta attraverso eventuali modifiche dei singoli disciplinari di produzione interessati. Ci auguriamo che questo regolamento non si trasformi in un boomerang per il nostro vino, già in seria difficoltà, bensì venga semplicemente considerato, con maggiore equilibrio, nella sua reale essenza di “pratica enologica” assolutamente sicura per i consumatori, come dimostrato da autorevoli studi scientifici effettuati dall’Oiv, l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, l’organismo più rappresentativo del settore a livello mondiale, a cui aderisce la stragrande maggioranza dei Paesi produttori di vino”.
 "Ma anche se risultassero innocui, i vini invecchiati con questo metodo o aromatizzati con i tannini non possono essere messi a confronto con la qualità dei nostri vini italiani".
Ne va della nostra immagine, insiste Realacci: "I prodotti enologici sono ambasciatori dell´Italia nel mondo. Sono passati esattamente vent´anni dalla crisi del vino, quando il metanolo ha ucciso una ventina di persone e ne ha danneggiate tante altre. Il coraggio di tanti imprenditori coraggiosi ha permesso di rilanciare il nostro prodotto e di far rinascere il vino italiano. Produciamo il 40 per cento in meno rispetto agli anni Ottanta ma ha un valore tre volte maggiore". All´Unione europea Realacci chiede trasparenza. "Oltre al provvedimento in sé, che ci lascia perplessi, siamo anche stupiti del fatto che non sia stata prevista un´adeguata etichettatura. Se il provvedimento passasse, il consumatore non si accorgerebbe della metodologia di invecchiamento del vino che acquista". Per chi utilizza il truciolato i costi di produzione sono inferiori di almeno il 50 per cento rispetto ai tradizionali processi d´invecchiamento in botte e già in Francia la concorrenza di queste nuove tecniche stanno mettendo in crisi i produttori storici. (13 giugno 2006)

IL PUNTO DI AQL
La redazione manda in onda questo comunicato, giuntoci qualche giorno fa, e lo mandiamo in onda dopo aver cercato di capire come stanno veramente le cose in fatto di trucioli, che alcuni chiamano - tout court (detto in italiano 'in breve'): segatura bella e buona. Costoro esagerano, giacché dovrebbe trattarsi di 'schegge di legno’ o trucioli veri e propri come quelli che si vedevano e si vedono ancora nelle botteghe dei 'piallatori' di legno, o dei falegnami in genere.
Non riusciamo comunque a capire dove sta lo scandalo o il pericolo, giacché da molte orribili botti 'vecchie' non certo ci viene il vino più buono, come viene proposto da alcuni. Intendiamo vecchie a tal punto da essere considerate morte dal punto di vista del 'legno' che dovrebbe in modo naturale cedere al liquido che contiene, in questo caso il vino, quelle sostanze che in tutta tranquillità sono accettate anzi pretese o auspicate nella moderna enologia o nell'arte della distillazione che vede Cognac, Whisky o Whiskey di buona razza, ospitati in botti o botticelle per prendere tono e colore quando non addirittura aromi aggiuntivi e una certa personalità di particolare interesse per chi dovrà degustare il prodotto.
A leggere ciò che scrivono coloro che si schierano contro le 'innovazioni' in fatto di enologia, si comprende che spesso ci sono personaggi che sfruttano il fatto di essere nel gruppo dei 'contro' tanto per farsi notare e pubblicizzarsi verso il mondo che proprio nei contestatori vede i compagni, se non di merende, certamente di qualche 'girotondo'. Non essendo noi né enologi, né studiosi preparati al massimo livello nella materia vino, con le sue tante variazioni, non pretendiamo di saperne più di altri, spesso falsi profeti, che si atteggiano a ‘professoroni’ che dicono di saper tutto sull’anima del vino. Noi ci limitano ad essere da decenni cronisti dei fatti storici che hanno accompagnato l’iter del vino dalle sue incerte origini all’attuale situazione. Molti scrivono, ad esempio, anche la data esatta della sua nascita, anche se il vino e la birra come noi li intendiamo, sono apparsi solo in tempi relativamente recenti rispetto alla storia dell’uomo bevitore di liquidi con una parvenza di fermentazione. Non siamo né prevenuti, né ‘tifosi’ incalliti, dei pro o dei contro l’evoluzione della tecnica enologica, né tantomeno assertori ‘blasfemi’ del vino contadino, come lo immaginano tanti naturisti o ‘verdi’ che si riempiono la bocca di naturalità. Il  vino contadino, e spesso tante altre produzioni di quel mondo, erano ai limiti della sopportazione organolettica,  e questo fino a poco tempo addietro. Ricordo, ad esempio, di quando Alberto Moravia mi rimproverò per aver condannato il vino da ‘boccale gramo’ di pliniana memoria, che mio fratello produceva nel suo podere in Sabina. Moravia si contrappose al mio scritto, non come conoscitore del vino, ma per spirito di partigianeria verso il mondo della campagna. Essendo io umile penna e lui un ‘grande’, per buttarla a ridere mi vantavo, di batterlo, perché nella copertina del mensile Playmen, al quale collaboravamo saltuariamente entrambi, per via del mio cognome inserito nel riquadro a piè di copertina, che veniva prima del suo, e dopo quello di Giancarlo Fusco, scritti nel riquadro che indicava i sei o sette autori dei pezzi, di varia natura, che la Tattilo ci onorava di accogliere nelle pagine, non tutte dedicate al sesso figurato, giacché io, ad esempio, mi interessavo di cultura del gusto a tavola.
Ho insistito tanto sul vino ‘gramo e spesso imbevibile’  dei contadini, tanto che mio fratello smise di tenere vigna e cantina, salvo poi riprendere dopo che mio nipote, suo figlio, diventato perito agrario imparò a dovere l’arte di far vino ‘contadino’ buono e soprattutto l’olio di oliva fino allora ‘offeso’ perché frutto di olie, raccolte tardi, e soprattutto mescolate con quelle interrate da tempo acide e contaminatrici di quell’olio che poteva salvarsi, rinunciando alla mentalità contadina che continuava da sempre ad ‘insaccare’ le olive in sacchi di juta dove erano torturate da un irrispettoso trattamento.
Desidero ricordare prima che gli altri per dispetto tentino di ricordarvelo o ricordarmelo, che anch’io, è vero, non  avevo molto gradito il boom delle barrique, poiché qualche decennio fa, andando in visita ad un mio amico, produttore medio di vini del Collio, mi fece degustare uno dei suoi rossi ‘barricati’ e rimasi di stucco nel sentire il legno prevalere sulle altre sfumature di gusto, e dichiarai che forse un po’ meno legno avrebbe lasciato tutti più soddisfatti (i pro e i contro…naturalmente) e regalando ugualmente una sensazione di sensuale morbidezza e qualche briciolo di ‘carattere’ aggiuntivo. Poi le cose sono cambiate in parte e la barrique non ha più stravolto, salvo in rari casi, l’anima del vino. Mi chiedo se possono dei trucioli, ben ‘trattati’  come ci ricorda il pensiero firmato Ribéreau-Gayon formare materia di scandalo, fino a far si che ministri, presidenti, magari ez sindacalisti, abituati a bere in mensa il vino pastorizzato o qualcosa di poco migliore, siano affidabili testimoni di una campagna ‘anti…truciolo’ per impedire a qualcuno, di affidarsi a naturalissimi trucioli, e non stare solo alle severe regole della barrique, ma affidarsi anche a scapigliati trucioli…di nobile legno…naturalmente. Non crediamo che si vogliano usare trucioli di vecchie cassapanche dismesse e dimenticate in soffitta.
Torniamo al vino che i trucioli mettono in prima pagina, anche perché il comunicato che ci giunge dall’Unione Italiana Vini, ci rivela il pensiero da me condiviso del suo Presidente Andrea Sartori, a proposito di ‘Trucioli nel vino…’.
Sul vino e del vino hanno parlato e scritto tanti, spesso in opposizione tra loro, ma per sconfessare coloro che se la prendono con la moderna tecnologia e i nuovi interventi dell’uomo vignaiolo o cantiniere per ‘adeguare il vino al gusto e alla globalizzazione dei mercati oltre che delle idee e delle soluzioni da mettere in campo, desidero rifarmi a ciò che nelle varie epoche era la ‘letteratura’ che narrava del lavoro dei tecnici o dei semplici ‘operatori’ del vino che si dannavano l’anima per farlo accettare dal mercato, dandolo ‘da bere’  alle umane genti, che erano target indifferenziati dell’approssimativa politica di marketing del settore, almeno in tempi passati.
Sfogliando in uno dei vecchi tomi che trattano di vino, a vario livello di competenza e scientificità, che fanno parte della mia fornita biblioteca, ho trovato tra gli altri qualche riga  scritta intorno al 1834, da Ignazio Lomeni (Trattato del Vino – sua fabbricazione, conservazione, sue degenerazioni, ecc.) per la Biblioteca Agraria, che ci fa il quadro della situazione di allora. Traggo solo un breve cenno sulle adulterazioni che servono a farci capire come è stato sempre difficile ‘raccontarla’ giusta sui vari espedienti per invecchiare il vino, per modificarlo, per renderlo, ‘personale’ oseremmo dire.
Dopo Lomeni riprenderò quello che una cinquantina di anni fa si diceva e si scriveva (Ribéreau-Gayon) a proposito di invecchiamento e di trucioli per apportare al vino ‘piacevoli’ modificazioni olfatto-gustative. Per terminare presentiamo una lunga serie di opinioni ‘pro e contro’, ‘catturate’ su Internet a proposito di ‘legno e vino’.

Iniziamo dal piccolo sunto ripreso dal Trattato di Lomeni, poi passiamo a tre brevi argomenti  riferiti a Ribéreau-Gayon.
(Trascriviamo dal Trattato del Vino di Lomeni…errori compresi)


A PROPOSITO DI ADULTERAZIONI
“Io non considero quali adulterazioni se non se quelle aggiunte che portano nei vini sostanze tali che siano capaci di renderli insalubri. Le diverse tagliature di qualità svariate di vini; lo sciogliervi zucchero, melasse od altre sostanze dolci; l’immissione di qualcuna delle droghe comunemente usitate e 1’introduzione di sostanze alcoolichc non entrano nel senso nel quale vuole quivi esser preso il vocabolo adulterazione.
L’avarizia de’ venditori, facendo sì che per dolcificare a poca spesa e per mascherare alcuni principii di degenerazione che scoprono emergere nei vini di loro commercio li porta ad introdurre nei medesimi Io zucchero di saturno (acetito di piombo) o la moneta ossidata di rame (ossido di rame), introduzione che deve attirarsi la più solerte vigilanza della polizia sanitaria perché distribuisce un lento veleno ai consumatori.
Ove un vino contenga del piombo se ne riconosce la frode lasciandovi cadere alcune gocce dell’acqua satura di gas idrogeno solforato (liquore probatorio del1’Hanhemann). Per effetto di quello il vino si intorbida, giacché formasi un solfuro di piombo che si precipita di poi sotto apparenza di polvere nera.”
(Crediamo che i trucioli, di buon legno, ben avvinati e resi innocui dal punto di vista delle negative contaminazioni eventuali, siano uno dei tanti sistemi escogitati dall’uomo per rendere il vino ‘più gradito’,  rispetto ai vini di cui parla Plinio o Columella. Rileggeteli e fateci sapere…non li abbiamo consultati in tanti decenni per sentire la loro rispetto a ciò che ‘inventano’ i cantinieri, con riferimento al tempo in cui scrivevamo)

INVECCHIAMENTO ARTIFICIALE
(da Ribéreau Gayon 1954)
L’espressione di invecchiamento artificiale o provocato è del tutto relativa. L’intervento dell’uomo può limitarsi a stabilire le migliori condizioni (di temperatura, di aereazione...) di una trasformazione (per esempio in vista di provocare la fermentazione malolattica) o al contrario questo intervento può consistere in un processo che non è fra le normali cure del vino, come per esempio l’ossigenazione a caldo.
L’invecchiamento comporta molti fattori, non è cioè un processo unico col quale si possano ottenere dei risultati veramente utili; è piuttosto un problema di condizioni che verrà tanto meglio risolto quanto migliore è la conoscenza dei processi normali dell’invecchiamento. Dei progressi, a questo riguardo, saranno senza dubbio compiuti in avvenire.
E’ certamente possibile accelerare le trasformazioni favorevoli all’invecchiamento, e soprattutto di condurle in modo tale da poter raggiungere sempre il migliore risultato e che in ultima analisi la qualità dei vini nel loro insieme sia migliore rispetto a quanto si ottiene con i metodi tradizionali. E’ ben certo, d’altra parte, che nessun metodo può creare la qualità, e soprattutto la ‘razza’ e la finezza in vini che naturalmente non la possiedano.
Sui procedimenti vari.
Pasteur ha segnalato una pratica utilizzata da lungo tempo in Spagna: il vino viene riscaldato al contatto dell’aria ad una moderata temperatura, di 25-30°, poi gradatamente più elevata, per otto, quindici o ventiquattro giorni, allo scopo di conferirgli un colore di vino vecchio e di modificarne il gusto.
Gayon ha scritto (1985 – Etude sur le appareils de pasteurisation des vins): «Se, durante la fermentazione, il vino sì trova esposto ancora caldo al contatto dell’aria, se per esempio lo si invia in fusto senza raffreddano, -il suo colore e il suo gusto vengono modificati; esso acquista, secondò la temperatura raggiunta e la quantità di ossigeno disciolto, i caratteri di un vino più o meno invecchiato. Sì può così provocare a volontà un invecchiamento artificiale che permette, sia di ammorbidire dei vini troppo acerbi, sia di migliorare dei vini da taglio od ottenuti da un taglio. Questo procedimento di vinificazione non è ordinariamente usato che per i vini comuni, ma applicato con prudenza e misura ai vini fini, li condurrebbe in pochi anni al punto di sviluppo più favorevole al loro consumo ». Questo testo, malgrado la sua imprecisione, dimostra che il suo autore credeva alla possibilità e all’utilità di trattare i vini rossi fini.
 
Su alcune prove d’invecchiamento
Un gran numero di prove da noi effettuate nel 1941, nelle quali dei vini rossi furono sottoposti a varie condizioni in modo diverso, hanno condotto alla conclusione che la modificazione del colore verso il rosso-mattone, il ‘tuilé’ dei vini vecchi, può essere ottenuta senza alterazione del vino da una sufficiente ossidazione alla temperatura di 25° circa seguita da una conveniente aggiunta di anidride solforosa; inoltre che essa non può essere ottenuta in modo pratico che con questo procedimento, il quale è assimilabile in sostanza a quelli descritti dal Pasteur e dal Monti. Contemporaneamente, il vino appare alla degustazione più vecchio, più fatto, ‘più vino’, alle volte più vellutato; possiede meno l’odore di vino giovane e maggiormente quello di un vino vecchio. Ma non si può sempre dire assolutamente quale sia il migliore: perché se il vino trattato sembra più vecchio, esso è meno fruttato, più secco; è vero però che non altrimenti sarebbe per un vino invecchiato naturalmente. L’apprezzamento conseguito dipende insomma da quanto si voglia ottenere; in fondo la differenza di gusto fra quello trattato e il non trattato non è essenziale.
Per conseguire questi risultati sono indispensabili tre fattori: ossigeno, temperatura ed anidride solforosa. L’assorbimento di una grande quantità di ossigeno a bassa temperatura, o anche a 15°, non determina un colore rosso-mattone; la sola temperatura non lo modifica che dopo un lungo tempo e se essa è molto elevata produce un’alterazione più o meno profonda del vino; l’anidride solforosa è necessaria, dapprima per far sparire l’aldeide, lo svanito, il gusto di ‘fiacco’ del vino che è molto accentuato, in seguito per raggiungere il viraggio del colore; al momento infatti dell’aggiunta di anidride solforosa il colore del vino diviene immediatamente più rosso-mattone.
Inoltre, il contatto del vino con i trucioli di rovere, per un tempo variabile a seconda dell’importanza della loro superficie relativa e della temperatura, per esempio per qualche giorno a 25° o qualche ora a 60°, può accrescere e migliorare l’impressione dell’invecchiamento e comunicare al vino un gusto gradevole, una certa morbidezza, e una certa dolcezza; ma se i trucioli non sono stati previamente ‘avvinati’ per contatto con del vino, che dovrà essere in seguito gettato, essi conferiscono al vino trattato un gusto troppo accentuato, sgradevole, che tuttavia si attenua spontaneamente in seguito. Il gusto di legno sembra più gradevole quando il vino è poco acido: esso così appare più lentamente.
Senza dubbio, il gusto di legno interviene in gran parte nel gusto di un vino invecchiato naturalmente per più anni in fusti. Ma sembra che l’impiego di questo procedimento sia delicato; i migliori risultati sarebbero forse ottenibili ponendo i trucioli di rovere al contatto dei vini che sarebbero in seguito mescolati in convenienti proporzioni con il vino da invecchiare. In barili di 225 litri, il rapporto della superficie del legno col volume è all’incirca di 100 cm2 per litro.
Faremo notare che si può descrivere questo o quest’altro metodo, come si fa nella maggior parte dei trattati di enologia, soprattutto in quello del Ventre, senza pertanto consigliarli se essi non sono conformi alla legislazione in vigore.
D’altra parte non bisogna, sembra, attribuire a questi metodi che un’importanza limitata sulla qualità vera del vino; generalmente i grandi vini rossi non migliorano più in fusti dopo diciotto mesi o due anni di conservazione, e di conseguenza non vi è più nessuna ragione, dopo questo periodo, di cercar di imitare le trasformazioni che si compiono in fusti di legno. A nostro parere, il miglior mezzo atto a migliorare la qualità dei vini, riducendone il costo, è quello di porli in bottiglia al più presto possibile, quando sono nella pienezza della loro qualità, del loro corpo, del loro ‘grasso’, alla condizione naturalmente che essi siano convenientemente spogli e stabilizzati; queste note si applicano tanto ai vini rossi quanto ai vini bianchi.
Questa opinione è avvalorata da numerose osservazioni personali e dal parere di pratici molto competenti. Ben inteso, esistono dei casi particolari, ed ogni generalizzazione deve essere prudente. Naturalmente è sempre indispensabile un certo grado d’invecchiamento.
D’altra parte si possono avere dei motivi per evitare un invecchiamento troppo prolungato e troppo rapido; in questo caso si eviteranno le aereazioni a temperatura elevata e le eccessive aggiunte di anidride solforosa. Sembra tuttavia che senza aggiunta di SO2 i vini rossi invecchino o divengano decrepiti più rapidamente; questa questione meriterebbe essere studiata.

Dalla valanga di opinioni apparse su Internet ne prendiamo alcune...

"In questi giorni se n’è parlato tantissimo, sulla stampa specializzata, ma anche su quella generalista, e finalmente trovo qualche minuto per dire la mia…Il Comitato di Gestione dei vini UE ha ammesso nei giorni passati l’ipotesi di utilizzare i chip (trucioli di legno) per invecchiare il vino dando un effetto barrique ma senza la barrique. La cosa assurda, come hanno detto molti, tutti, è il fatto che questa menzione non dovrà essere indicata in etichetta, ma basterà non dire che il vino è stato invecchiato in barrique. Inutile dire che la cosa ha destato uno scandalo incredibile, e assolutamente motivato!
E’ davvero assurdo, ma purtroppo tipicamente europeo a mio avviso, combattere certi tipi di comportamenti peggiorando la situazione. Mi spiego: l’utilizzo dei trucioli è stato ammesso per combattere la concorrenza sleale di paesi come Sud Africa, Australia e Stati Uniti dove la pratica della chip-infusion è già praticata senza nessun vincolo. Ora, anziché imporre dei vincoli alle importazioni come fanno negli Stati Uniti (fate le etichette come diciamo noi!), e come ad esempio è stato suggerito in Diario Enotecario, ma non credo sia l’unico, ci si abbassa al loro livello, andando a scapito di chi? Del consumatore. Il consumatore infatti acquisterà una bottiglia di vino senza avere la più pallida idea di cosa si troverà dentro. Tutto ciò andando a vantaggio dei grandi gruppi e destinando a un’amara fine ai piccoli produttori.
E’ un po’ quello che è successo con le varie riforme universitarie fatte per omologare l’uni italiana a quella europea, ma dove non si è cercato di innalzare il livello bassissimo ad esempio dell’università britannica omologandolo a quella italiana, ma l’inverso (chi ha fatto l’Erasmus negli ultimi 10 anni come me ha avuto modo di notare la differenza a tratti imbarazzante di preparazione tra gli studenti UK (e anche USA), e quelli italiani…

L’omologazione UE, insomma, è sempre al ribasso.
Voglio la par condicio con la Coca Cola

Negli ultimi anni i produttori di barrique hanno subito un calo vistoso nelle vendite delle stesse: fino al 35 per cento. I vini al gusto di legno piacciono sempre meno: e allora, perché legalizzare adesso anche nei vini europei l'uso delle chips ?
Dopo anni di entusiasmo, il consumatore “avanzato” si è stancato di questa tipologia. Forse interessa a certi mercati nuovissimi, come quello cinese, che nel vino vedono innanzitutto uno status symbol occidentale e sono quindi disposti a ingoiare qualsiasi cosa.
A Bruxelles ci hanno forse preso per cinesi?
Esigo la par condicio. Quando la Coca Cola accetterà di modificare la formula della sua bevanda, adattandola di volta in volta ai gusti dei consumatori dei diversi mercati internazionali (come fa la Chupa Chups con i suoi celebri lecca-lecca a pallina), allora noi italiani accetteremo di fare il vino al gusto di banana, ciliegia, cocco o quel che sarà, come se fosse una bevanda industriale qualsiasi.
Ma finchè la Coca Cola intenterà cause legali miliardarie a chiunque si azzardi a mettere le mani sul suo tesoro, noi italiani siamo autorizzati a scendere in piazza e ad alzare barricate, inscenare manifestazioni, proteste e cortei a difesa della nostra cultura enologica, e a ribellarci contro chi cerca di spacciare un fermentato d'uva addizionato con i legnetti per “vino al gusto internazionale”. Anzi, per vino e basta. E non venitemi a dire che solo così si mette l'Italia in condizioni di competere con i paesi del Nuovo Mondo. Non sarà qualche manciata di legnetti a permetterci di rimediare ad anni di errori di marketing e di poca (o nulla, o mediocre) comunicazione.

VINO: COLDIRETTI, CON  VIA LIBERA A TRUCIOLI MADE IN ITALY RETROCEDE IN B
Rischio espulsione da guide,  percorsi enogastronomici e da Messa, dopo boom export (+9%)
L’esclusione dalle guide accreditate del settore a cui si affidano importatori e prestigiosi ristoranti di fama mondiale, la messa al bando dai percorsi turistici enogastonomici, l’omologazione sui mercati internazionali con concorrenti di minor qualità australiani e statunitensi e addirittura la possibile espulsione dalle celebrazioni liturgiche che accettano solo vino “non corruptum”.
Sono questi secondo la Coldiretti alcuni degli effetti di un via libera indiscriminato ai trucioli per l’invecchiamento artificiale del vino che provocherebbe una vera e propria retrocessione in B del Made in Italy che nel tempo ha conquistato il 25 per cento del mercato mondiale ed effettuato uno storico sorpasso nei confronti della Francia negli States. La presentazione di una mozione parlamentare, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione con primo firmatario Ermete Realacci, per chiedere al Governo un impegno per tutelare il vino italiano di qualità è la prima tappa di una mobilitazione avviata dalla Coldiretti insieme a Legambiente e Città del Vino. Una necessità per non compromettere la crescita tumultuosa fatta registrare dal vino Made in Italy che nel primo trimestre del 2006 secondo l’Istat ha realizzato un boom del 9 per cento nel valore delle esportazioni e - precisa la Coldiretti - un successo rilevante negli Stati Uniti (+18 per cento) e nei nuovi Paesi emergenti come Russia (+20 per cento) e Cina (+132 per cento), mentre sono stagnanti le tradizionali spedizioni nei Paesi dell’Unione Europea (-2 per cento).
I risultati del 2006 - sostiene la Coldiretti - dimostrano la presenza di nuove e rilevanti opportunità di crescita del vino Made in Italy che nello scorso anno ha raggiunto un fatturato record di 9 miliardi di euro, 3 dei quali attraverso l’export, con buone prospettive grazie a una produzione di qualità, ma contenuta a circa 50 milioni di ettolitri della quale quasi un terzo, per un totale di 15 milioni di ettolitri, destinata ai 361 vini nazionali Doc e Docg. Un deciso orientamento alla qualità che - precisa la Coldiretti - ha fatto diventare il vino uno dei più autorevoli ambasciatori dell'Italia nel mondo tanto che i risultati di una ricerca dell'Istituto Piepoli, commissionata dall'istituto Leonardo e dall'Ice, evidenzia come per uno straniero su due (45%) siano i vini e il cibo la prima cosa che viene in mente pensando all'Italia, più che i luoghi (20%), l'abbigliamento (19%) e il calcio (15%).
Un patrimonio di immagine per le imprese nazionali che - continua la Coldiretti - va difeso nei confronti delle imitazioni e della concorrenza sleale fondata sulla mancanza di trasparenza nell’informazione sulle caratteristiche dei prodotti in riferimento alle modalità di invecchiamento e alle tecniche utilizzate, come l’utilizzazione dei trucioli per invecchiare il vino che, senza un’etichettatura trasparente, inganna i  consumatori e danneggia i produttori impegnati nel mantenimento di tecniche tradizionali, quali la maturazione dei vini in botti di legno. La mobilitazione della Coldiretti è a sostegno di un impegno presso tutte le sedi comunitarie affinché vengano privilegiate la qualità e le tipicità del vino italiano, per tutelare il lavoro degli imprenditori vitivinicoli e salvaguardare del diritto dei consumatori a non essere ingannati attraverso l’adozione di chiare modalità di etichettatura e con l’esclusione della pratica enologica dei trucioli di legno per i vini di qualità certificata.
   
Il comunicato Confagricoltura:
VINO: CONFAGRICOLTURA, PER I TRUCIOLI MASSIMO RIGORE IN ETICHETTA, A TUTELA DEI CONSUMATORI E DEI PRODUTTORI TRADIZIONALI
“E’ prioritario tutelare i produttori che utilizzano tecniche tradizionali di produzione. Chi usa i trucioli deve riportarlo in etichetta.” Lo ha affermato oggi Confagricoltura nel corso dell’audizione informale presso la Commissione Agricoltura della Camera, che si è tenuta oggi per conoscere il parere delle Organizzazioni agricole su questa pratica enologica.
In un mercato aperto, dove operano Paesi fortemente competitivi, che non hanno alcuna intenzione di rinunciare all’uso dei trucioli, e in seguito alla risoluzione dell’OIV che ne sancisce l’ammissibilità fra le pratiche enologiche applicabili anche in Europa, Confagricoltura ritiene sia difficile negare, a coloro che lo vogliono, la possibilità di utilizzare i trucioli.
“E’ una scelta aziendale che spetta al singolo produttore, ma che - a parere di Confagricoltura - non è premiante nel lungo periodo.”
Un leader di mercato come l’Europa, infatti, non dovrebbe imitare i modelli produttivi dei suoi competitori, ma piuttosto perseguire la valorizzazione della differenziazione di un prodotto strategico.
Confagricoltura pone l’attenzione anche sul rigido controllo delle procedure di attuazione della pratica, in modo da evitarne l’uso indiscriminato, anche con materie prime scadenti.
E soprattutto chiede assoluta fermezza per l’etichettatura. “Bisogna essere estremamente rigorosi sull’evidenziazione in etichetta dell’uso di questa pratica – afferma Confagricoltura –. E’ una questione di chiarezza verso i consumatori e di tutela di chi utilizza tecniche aderenti alla nostra cultura ed alla nostra tradizione vitivinicola.”
Scritto da Giampiero alias Aristide

(ANSA) - ROMA, 2 nov - Stop al 'vino pinocchio', quello fatto utilizzando trucioli di rovere per l'invecchiamento, per i vini a denominazione Doc e Docg. Lo prevede il decreto firmato dal ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Paolo De Castro, a pochi giorni dall'approvazione del Regolamento Comunitario 1507/2006. Ogni Stato Ue potrà però adottare misure piu' restrittive. Critica la Coldiretti secondo cui si darà il via libera all'uso dei trucioli per il 70% del vino italiano.
Qui il testo del comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Considerate le sorprese riscontrate sulla materia di recente, ci riserviamo di leggere il testo del decreto non appena sarà pubblicato. Nel frattempo, i distratti o i nuovi arrivati su questo blog possono leggere come la pensa Aristide circa i trucioli, detti anche chips.

Storie di trucioli e surrogati
Scritto da Gianna Ferretti il 21.04.06 alle 22:24 in Generale
L'UE ha reso legale la pratica di aromatizzare i vini tramite l'uso di trucioli di legno. I favorevoli sostengono che non c’è nulla di male, visto che in altri stati è una pratica permessa e potrebbe risultare utile ai produttori italiani, per contrastare la concorrenza internazionale degli stati dove la truciolatura è permessa. Altri considerano la decisione una corsa al ribasso della qualità alimentare, ribasso a cui le istituzioni europee hanno fatto spesso ricorso in passato per altri prodotti tra questi la cioccolata. Italia e Spagna che si sono opposte alla decisione richiedendo la denominazione di vendita "surrogato di cioccolato" per prodotti di qualità inferiore, sono stati addirittura condannati.

Fonte: Acquabuona.it
Chips, trucioli e staves ???
La liberalizzazione dei materiali alternativi da utilizzare nel vino: chips, frammenti di legno, trucioli, staves

Martedì 13 giugno, nella palazzina Uzielli di Vinci, si è tenuto un dibattito sulla liberalizzazione dei materiali alternativi da utilizzare nel vino, come chips o trucioli. Relatori la Dottoressa Antonella Bosso, ricercatrice dell'Istituto di Asti per l'Enologia, e gli enologi Stefano Ferrari, responsabile ricerca, sviluppo e qualità del laboratorio Isvea di Poggibonsi, Riccardo Pucci, membro dell'Associazione Enologi Enotecnici della Toscana, e Claudio Gori, titolare di Vino Vigna. All'incontro hanno partecipato diversi produttori vitivinicoli di Vinci e Cerreto Guidi. Il discorso è nato dall'esigenza dei produttori di conoscere meglio chips, trucioli e staves, attualmente al centro di un ampio dibattito. Di fronte allo scetticismo ed alla preoccupazione dei produttori locali, la dottoressa Bosso ha portato alla conoscenza di tutti gli ultimi dati emersi dalle trattative in merito. Il discorso è ripreso quindi considerando le esigenze attuali di mercato. Gli aspetti presi in esame dagli enologi Riccardo Pucci e Claudio Gori hanno sottolineato come, grazie agli alternativi, si possa arrivare a quel "gusto internazionale", capace di sbaragliare una concorrenza attualmente ampia ed agguerrita. Dal punto di vista puramente tecnico, l'enologo Stefano Ferrari, ha seguito il percorso della qualità dei prodotti alternativi, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che ne deriveranno. La parola, infine, è stata presa anche dal sindaco di Vinci, Dario Parrini, che ha manifestato la propria preoccupazione al riguardo. "Negli ultimi quindici anni- ha detto il primo cittadino di Vinci- la politica nei piccoli territori ha teso a trovare sul mercato mondiale elementi di distinzione. Per questo motivo, in una zona come la nostra, utilizzare trucioli, chips o quanto altro, potrebbe essere un movimento rischioso che porta in sé il germe della massificazione."

Il vino ai tempi di Truciolo Bill
di Angelo Peretti
Da piccolo facevo la raccolta delle figurine. Alzi la mano chi non l’ha mai fatta. Mi ricordo un album che mi piaceva un sacco, sulla conquista del West. Storie di indiani e cow boy. Allora erano quelli gli eroi. Con le mirabolanti avventure di Bufalo Bill. Be’, ora che invece colleziono bottiglie, mi toccherà affrontare le storie di Truciolo Bill. Già, perché oggidì si può anche in Europa. Si può fare vino, intendo, in stile nuovomondista, come in Australia, in California o in Sudafrica. Aromatizzando il liquido alcolico coi trucioli di legno. Adesso è legale. Basta che i trucioli siano di quercia.
Pare che l’intervento non sarà possibile coi doc, i docg e gli igt, ma tu vallo a sapere. Unica «salvaguardia» del consumatore: se il vino è fatto coi trucioli non si può scrivere in etichetta che è invecchiato in botte. Tutto qui. Il che, francamente, sembra una presa in giro.
Della faccenda se ne parla da tempo. O meglio, se n’è fatto un gran can-can che mi pare abbia soltanto messo in confusione la casalinga di Voghera che acquista il vino al supermercato e il bevitore occasionale, ma anche, a dire il vero, quello un pochettino più esperto. E forse perfino qualche addetto ai lavori.
La questione è questa: nei paesi di nuova enologia, è pratica abbastanza diffusa quella di dar sapore di legno al vino mediante l’utilizzo dei chips. Già: chi vuol esser più figo, invece di trucioli usa dire chips, che sono poi, appunto, pezzetti di legname. Il vino in questa maniera diventa più tondo, morbido, vellutato. Un bibitone alcolico, piacione al punto giusto. Che però costa meno - parecchio meno - di quanto sarebbe potuto costare se fosse vino invecchiato in botte o in barrique.
Sia chiaro: sono - dovrebbero essere - solo vini di massa, industriali. Siccome però questo modo d’agire ha creato di fatto una situazione di concorrenza difficile da fronteggiare per i produttori europei, nel vecchio continente s’è passati ai ripari autorizzando un’identica pratica. E d’ora in poi anche in Europa è lecito dar sapore di legno al vino con l’uso del truciolame. Lo stabilisce il regolamento europeo numero 1507 dell’11 ottobre 2006. È legge.
Lo ricorderete: appena s’era sparsa la voce che l’Unione europea s’accingeva al fatal passo della libertà di truciolo, qui da noi era scoppiata la battaglia mediatica contro «l’invecchiamento artificiale del vino». Così si diceva: «invecchiamento artificiale». Si sono attivate petizioni. Ci sono state mozioni parlamentari. Son volati pacchi di comunicati stampa. C’è stato un sindaco che ha decretato che il suo comune è «detruciolizzato»: con un’ordinanza ha vietato l’uso dei chips sul territorio municipale. Ma tutto questo bailamme ha finito per confondere la solita casalinga vogherese. «Invecchiamento che?» L’invecchiamento non c’entra niente. Semplicemente, si dà sapore di legno al vino, e in genere è vino giovane e di poca sostanza, se c’è bisogno di doparlo col sentor di falegnameria. Occorreva proprio parlare di «invecchiamento artificiale»?
In fondo, la questione è soprattutto economica. Mettiamo che il produttore Pinco Pallino faccia il suo vino utilizzando la barrique di rovere. Mettiamo che le abbia acquistate attorno ai mille euro l’una. Vuol dire che se le usa una volta sola, il vino che se caverà fuori costerà 4 euro al litro di solo uso della botticella. Il che significa che la bottiglia finale non potrà essere venduta a pochi soldi. Se invece della barrique si usano i trucioli di legno, il costo finale sarà molto, molto più basso. Ma, ripeto, il paragone vale solo se il vino è così così, senza infamia e senza lode, ché altrimenti non c’è confronto che tenga. Delle due l’una: o il vino di partenza è buono, e allora non serve aromatizzarlo, oppure è una mezza ciofèca e tale resta anche se sa di falegname.
Piuttosto, c’è chi teme la truffa del consumatore ventilando il rischio che gli si rifili del vino aromatizzato coi trucioli al prezzo di un altro affinato per davvero in barrique o in botte. Ma la faccenda è talmente ovvia che i legislatori di Bruxelles ne han tenuto – a modo loro – conto. Il regolamento approvato dalla Commissione Ue dice infatti così: «L’uso dei pezzi di legno di quercia nell’elaborazione dei vini conferisce al prodotto un gusto di legno identico o simile a quello di un vino elaborato in botti di quercia. È quindi molto difficile per il consumatore medio stabilire se il prodotto sia stato ottenuto con l’uno o con l’altro metodo. Il ricorso ai pezzi di legno di quercia nell’elaborazione dei vini è economicamente molto interessante per i produttori vinicoli e si riflette sul prezzo di vendita del prodotto. Può esserci quindi il rischio che il consumatore venga tratto in inganno, se l’etichettatura di un vino elaborato usando pezzi di legno di quercia contiene termini o espressioni che potrebbero indurlo a credere che si tratti di un vino elaborato in botte di quercia. Per evitare che il consumatore venga ingannato e che si producano distorsioni della concorrenza fra i produttori, occorre definire norme di etichettatura appropriate». E allora che cosa ti hanno pensato i signori legiferanti d’Europa? Hanno deciso che sulle etichette si può scrivere che il vino è invecchiato in botte solo se si è adoperata la botte per davvero. Insomma, se il vino è fatto in fusti di legno, allora si può scrivere così: «fermentato in barrique/in botte/in botte di quercia», «maturato in barrique/in botte/in botte di quercia», «invecchiato in barrique/in botte/in botte di quercia». Le stesse diciture sono vietate se invece si sono adoperati i chips: ci mancherebbe altro. Occhio però: se il vino è fatto coi trucioli, non c’è alcun obbligo di dichiararlo, checché sostengano certe affrettate interpretazioni che si son lette qui e là. Almeno così mi pare: mica sono un esperto di cose legali, vivaddìo.
Bontà sua, il legislatore ha anche deciso che i trucioli devono essere di quercia. «I pezzi di legno di quercia – scrive il regolamento - sono utilizzati per l’elaborazione dei vini e per trasmettere al vino alcuni costituenti provenienti dal legno di quercia. I pezzi di legno debbono provenire esclusivamente dalle specie di Quercus. Essi sono lasciati allo stato naturale oppure riscaldati in modo definito leggero, medio o forte, ma non devono aver subito combustione neanche in superficie e non devono essere carbonacei né friabili al tatto. Non devono aver subito trattamenti chimici, enzimatici o fisici diversi dal riscaldamento. Non devono essere addizionati con prodotti destinati ad aumentare il loro potere aromatizzante naturale o i loro composti fenolici estraibili». Ecco: così dice la legge.
La questione dei trucioli non è ancora pacifica. C’è chi vuol salire sulle barricate. L’associazione delle Città del Vino ha annunciato l’intenzione di impugnare il regolamento comunitario davanti Corte Giustizia europea. Vabbé, vedremo come andrà a finire. Personalmente sono scettico: la grande industria finisce sempre per spuntarla, la multinazionale del gusto domina, e cercar di fermare il treno con il culo non è mai conveniente, ché il treno finisce inevitabilmente per schiacciarti.
Dico invece che a questo punto è urgente che i vignaioli facciano una precisa scelta di campo. Che decidano se stare dalla parte del gusto omologato internazionale o se invece optino alla buon’ora per la precisa proposizione del terroir. Se preferiscano fare il vino con lo stampo o se invece credano davvero che sia un valore il legame fra vitigno (preferibilmente autoctono), terreno, clima, ambiente, storia, passione, intelligenza. Se insomma nel vino sia meglio metterci truciolo o anima.
Eppoi, scusatemi, ma quello dell’aromatizzazione del vino coi trucioli è un problema, ma non è mica l’unico. Ché in cantina troppe volte imperversa il piccolo chimico. Legalmente. E per dirla come si deve, m’impossesso di quant’ha scritto Alessandro Masnaghetti, wine writer coi fiocchi, nell’editoriale della sua eno-newsletter indipendente Enogea (il numero è quello di settembre-ottobre). Una staffilata. Eccola qui:
«Arieggiamento.
Trattamenti termici.
Centrifugazione e filtrazione.
Utilizzo di anidride carbonica.
Utilizzo di lieviti per vinificazione.
Aggiunta di fosfato bibasico o di solfato di ammonio.
Aggiunta di solfito di ammonio.
Aggiunta di dicloridrato di tiamina.
Utilizzo di anidride solforosa (in varie forme).
Chiarificazione con gelatina alimentare.
Chiarificazione con colla di pesce.
Chiarificazione con caseina o caseinato di potassio.
Chiarificazione con ovalbumina e/o lattalbumina.
Chiarificazione con bentonite.
Chiarificazione con diossido di silicio.
Chiarificazione con tannino.
Chiarificazione con enzimi pectolitici.
Chiarificazione con preparato di betaglucanasi.
Utilizzo di acido sorbico.
Utilizzo di acido tartarico.
Utilizzo di tartrato neutro di potassio.
Utilizzo di bicarbonato di potassio.
Utilizzo di acido sorbico.
Utilizzo di carbonato di calcio.
Utilizzo di tartrato di calcio.
Utilizzo di preparati di scorze di lieviti.
Utilizzo di polivinilpolipirrolidone.
Utilizzo di batteri lattici.
Aggiunta di lisozima.
Aggiunta di acido citrico.
Aggiunta di acido L-ascorbico.
Aggiunta di tannino.
Utilizzo di gomma arabica.
Per chi non lo sapesse, queste sono solo alcune delle pratiche e dei trattamenti enologici autorizzati dalla Comunità Europea. Detto ciò, siamo sicuri che i trucioli di cui tanto si è discusso siano il problema?»
Sic dixit il Masna, e sottoscrivo.
A proposito, l’ho già suggerito un’altra volta, ma lo ripeto: leggetela Enogea. In edicola non la trovate: dovete abbonarvi. Sei numeri a 55 euro. Potete scrivere direttamente all’one-man-band che la dirige, scrive e compone: la mail è Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
E qui mi fermo.
Prosit.

altra opinione
"La questione è questa: nei paesi di nuova enologia, è pratica abbastanza diffusa quella di dar sapore di legno al vino mediante l’utilizzo dei chips. Già: chi vuol esser più figo, invece di trucioli usa dire chips, che sono poi, appunto, pezzetti di legname. Il vino in questa maniera diventa più tondo, morbido, vellutato. Un bibitone alcolico, piacione al punto giusto. Che però costa meno - parecchio meno - di quanto sarebbe potuto costare se fosse vino invecchiato in botte o in barrique.
Sia chiaro: sono - dovrebbero essere - solo vini di massa, industriali. Siccome però questo modo d’agire ha creato di fatto una situazione di concorrenza difficile da fronteggiare per i produttori europei, nel vecchio continente s’è passati ai ripari autorizzando un’identica pratica. E d’ora in poi anche in Europa è lecito dar sapore di legno al vino con l’uso del truciolame. Lo stabilisce il regolamento europeo numero 1507 dell’11 ottobre 2006. È legge.
Lo ricorderete: appena s’era sparsa la voce che l’Unione europea s’accingeva al fatal passo della libertà di truciolo, qui da noi era scoppiata la battaglia mediatica contro «l’invecchiamento artificiale del vino». Così si diceva: «invecchiamento artificiale». Si sono attivate petizioni. Ci sono state mozioni parlamentari. Son volati pacchi di comunicati stampa. C’è stato un sindaco che ha decretato che il suo comune è «detruciolizzato»: con un’ordinanza ha vietato l’uso dei chips sul territorio municipale. Ma tutto questo bailamme ha finito per confondere la solita casalinga vogherese. «Invecchiamento che?» L’invecchiamento non c’entra niente. Semplicemente, si dà sapore di legno al vino, e in genere è vino giovane e di poca sostanza, se c’è bisogno di doparlo col sentor di falegnameria. Occorreva proprio parlare di «invecchiamento artificiale»?
In fondo, la questione è soprattutto economica. Mettiamo che il produttore Pinco Pallino faccia il suo vino utilizzando la barrique di rovere. Mettiamo che le abbia acquistate attorno ai mille euro l’una. Vuol dire che se le usa una volta sola, il vino che se caverà fuori costerà 4 euro al litro di solo uso della botticella. Il che significa che la bottiglia finale non potrà essere venduta a pochi soldi. Se invece della barrique si usano i trucioli di legno, il costo finale sarà molto, molto più basso. Ma, ripeto, il paragone vale solo se il vino è così così, senza infamia e senza lode, ché altrimenti non c’è confronto che tenga. Delle due l’una: o il vino di partenza è buono, e allora non serve aromatizzarlo, oppure è una mezza ciofèca e tale resta anche se sa di falegname.
Piuttosto, c’è chi teme la truffa del consumatore ventilando il rischio che gli si rifili del vino aromatizzato coi trucioli al prezzo di un altro affinato per davvero in barrique o in botte. Ma la faccenda è talmente ovvia che i legislatori di Bruxelles ne han tenuto – a modo loro – conto. Il regolamento approvato dalla Commissione Ue dice infatti così: «L’uso dei pezzi di legno di quercia nell’elaborazione dei vini conferisce al prodotto un gusto di legno identico o simile a quello di un vino elaborato in botti di quercia. È quindi molto difficile per il consumatore medio stabilire se il prodotto sia stato ottenuto con l’uno o con l’altro metodo. Il ricorso ai pezzi di legno di quercia nell’elaborazione dei vini è economicamente molto interessante per i produttori vinicoli e si riflette sul prezzo di vendita del prodotto. Può esserci quindi il rischio che il consumatore venga tratto in inganno, se l’etichettatura di un vino elaborato usando pezzi di legno di quercia contiene termini o espressioni che potrebbero indurlo a credere che si tratti di un vino elaborato in botte di quercia. Per evitare che il consumatore venga ingannato e che si producano distorsioni della concorrenza fra i produttori, occorre definire norme di etichettatura appropriate». E allora che cosa ti han pensato i signori legiferanti d’Europa? Hanno deciso che sulle etichette si può scrivere che il vino è invecchiato in botte solo se si è adoperata la botte per davvero. Insomma, se il vino è fatto in fusti di legno, allora si può scrivere così: «fermentato in barrique/in botte/in botte di quercia», «maturato in barrique/in botte/in botte di quercia», «invecchiato in barrique/in botte/in botte di quercia». Le stesse diciture sono vietate se invece si sono adoperati i chips: ci mancherebbe altro. Occhio però: se il vino è fatto coi trucioli, non c’è alcun obbligo di dichiararlo, checché sostengano certe affrettate interpretazioni che si son lette qui e là. Almeno così mi pare: mica sono un esperto di cose legali, vivaddìo.
Bontà sua, il legislatore ha anche deciso che i trucioli devono essere di quercia. «I pezzi di legno di quercia – scrive il regolamento - sono utilizzati per l’elaborazione dei vini e per trasmettere al vino alcuni costituenti provenienti dal legno di quercia. I pezzi di legno debbono provenire esclusivamente dalle specie di Quercus. Essi sono lasciati allo stato naturale oppure riscaldati in modo definito leggero, medio o forte, ma non devono aver subito combustione neanche in superficie e non devono essere carbonacei né friabili al tatto.

QUESTA E' BELLA!!!!
Vino: enologi, giornalisti, politici e associazioni contro i trucioli
Centinaia le adesioni alla petizione di Legambiente e Città del vino per impedire il falso effetto barrique
mercoledì 7 giugno 2006.
Dopo la firma del presidente del Senato, Franco Marini, e delll’on. Ermete Realacci (Margherita), anche dal mondo del vino arrivano le prime importanti adesioni per la petizione lanciata da Legambiente e Città del Vino contro la pratica enologica che prevede l’uso dei trucioli di legno per dare ai vini un falso effetto barrique. Tra i primi firmatari della petizione i ciritici e giornalisti enogastronomici Edoardo Raspelli e Paolo Massobrio, il produttore siciliano Alessio Planeta, il professore Attilio Scienza, dell’Università di Milano, la Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori (Fisar), l’Associazione della Stampa Agroalimentare (Asa), studenti e docenti dell’Istituto Tecnico Agrario "E.Sereni" di Roma. Tra le Città del Vino il primo Comune italiano ad aver approvato un ordine del giorno contro tali pratiche è Duino Aurisina, in provincia di Udine.
L’Ue potrebbe infatti autorizzare nei prossimi mesi nuove norme sulle pratiche enologiche che introducono l’uso di trucioli di legno per simulare i processi di invecchiamento dei vini, senza alcun obbligo di indicare in etichetta la differenza tra vini realmente invecchiati in botti di legno e quelli con i tannini stimolati "artificialmente".
Per Attilio Scienza, docente all’Università di Milano, facoltà di Agraria, il tema dei trucioli si inserisce in quello più ampio degli addittivi. "C’è ormai la tendenza crescente a usare sostanze che modificano le caratteristiche dei vini - sottolinea Scienza -. Riguardo ai trucioli non vanno confusi con le barrique. I trucioli di legno portano solo una sensazione, un’aroma, una caratteristica banale, mentre le barrique sono contenitori che provocano una reazione di ossidoriduzione che dà al vino caratteristiche importanti. Mi auguro che l’uso di questa pratica enologica sia impedito per le denominazioni di origine e che comunque sia chiaramente specificato nell’etichetta dei vini. Il consumatore - sottolinea Scienza - deve sapere cosa beve".
“ L’ Unione Europea normerà quelle pratiche enologiche che daranno la possibilità di usare trucioli di legno per simulare i processi di invecchiamento dei vini, senza rendere obbligatorio la dicitura in etichetta - ha invece dichiarato il Presidente Nazionale Fisar Vittorio Cardaci Ama -. In pratica non verrà indicato se il vino è stato invecchiato in botti o con l’ artifizio dei trucioli. Se molti paesi li utilizzano e non hanno alcun obbligo di segnalarlo in bottiglia, noi tutti - operatori del settore - abbiamo l’ obbligo di sapere e il dovere di segnalare e premiare quei prodotti realizzati con cura, con professionalità e nel rispetto della tradizione enologica.”

Sulla stessa linea anche l’Associazione Stampa Agroalimentare Italiana. "Quello dei trucioli è un argomento che trattiamo da molti giorni tramite le pagine del nostro sito www.asa-press.com, organo ufficiale di comunicazione ASA - dichiara la Presidente ASA, Gudrun Dalla Via -. E’ un problema sentito da tutti i colleghi giornalisti impegnati quotidianamente nella divulgazione dei valori della tradizione italiana del buon mangiare e del buon bere."
I sottoscritti cittadini - recita la petizione di Legambiente e Città del Vino - sconcertati dalla decisione dell’Unione Europea di rivedere le norme sulle nuove pratiche enologiche, rivolgono un forte appello alla Commissaria all’Agricoltura dell’Unione Europea Mariann Fischer Boel e al Ministro dell’Agricoltura del Governo Italiano Paolo De Castro, affinché si impegnino contro l’ipotesi di approvazione della norma che legalizza l’uso di trucioli di legno di rovere al posto del tradizionale passaggio in barrique per ottenere in modo più rapido l’effetto “invecchiamento” per i vini prodotti in Europa e in Italia.

Vini invecchiati con trucioli, presto sì dell'Ue
In Italia sarà solo per i vini da tavola, ma non sarà obbligatoria la menzione nell'etichetta. La preoccupazione e l'amarezza di viticoltori ed esperti del settore
All'Unione Europea le differenze, le specificità, non piacciono. Soprattutto quelle del gusto, dei sapori e degl alimenti. Lo dice prima la battaglia sul cioccolato e ora anche la proposta che il Comitato di Gestione dei vini a Bruxelles ha avanzato: utilizzare i trucioli di rovere per invecchiare i vini europei.
Tra pochi mesi potrebbe cioè essere permesso ai viticoltori della Ue - come già è ammesso per produttori americani, sudafricani e sudamericani - di usare la tecnica del truciolato, seppure a determinate condizioni, per conferire ai vini quel sapore stimato di legno, tradizionalmente assunto quando li si ripongono in "barrique", cioè in botti di rovere.
Pratica che consente di migliorare gusto, morbidezza e aroma del vino.
L'Europa ha presentato la richiesta all'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto). Da alcuni mesi, infatti, la questione è discussa dagli esperti dei 25 stati membri e della Commissione Ue per evitare ai produttori europei quella che di fatto viene considerata una concorrenza sleale.
Ogni stato membro potrà decidere in quale categoria di prodotti autorizzare la tecnica del truciolato. L'Italia ha indicato che la consentirà solo nei vini da tavola mentre verrà vietata per le denominazioni di origine. È stato inoltre accettato che tale pratica non venga ripresa in etichetta. Ponendo però una condizione importante quanto doverosa: vietare l'indicazione "invecchiato in barrique" per i vini soggetti alla pratica enologica del truciolato.

IL PARERE DI ESPERTI E VITICOLTORI
Ma l'umore degli uomini del settore, in Italia, non è dei migliori.
«Non ci sarebbe alcun problema se ci fosse scritto su un vino invecchiato con trucioli l'espressione "vino aromatizzato"» dice Baldo Cappellano, produttore della Casa vinicola Cappellano di Serralunga d'Alba. «È triste, si pensa che tutto possa essere ridotto in tecnologia. È un riportarsi a standard normali, non di qualità. E sarebbe una presa in giro per i consumatori. Il legno che si usa normalmente è un naturale recipiente, che poi contribuisce al sapore: non ha senso sminuzzare dentro il vino quello che dovrebbe essere un contenitore».
E potrebbe essere un rischio anche per le DOC: «È un'incitazione a delinquere: - aggiunge Cappellano - si spinge a far abbandonare la DOC, scegliendo strade di più facili di aromatizzazione».
Anche Gigi Piumatti, responsabile della Guida Vini d'Italia edita da Slow Food e Gambero Rosso è preoccupato: «Se si mettesse sulle etichette l'origine del vino almeno si potrebbe scegliere. La tecnica con trucioli per i vini da tavola, che hanno prezzi più bassi, può essere un modo per dare un po' di entità al prodotto, ma così si perde il fascino dei vini europei e soprattutto dei vini italiani».
Già. Il fascino... Qualcosa che attrae verso i nettari delle viti più di prezzi e regole di mercato. «Che siano permesse tali pratiche per ridurre i tempi di invecchiamento e per pagare di meno i vini fa un po' piangere il cuore.
E fa temere che possa essere un preludio e che in futuro tali concessioni siano fatte anche per i vini DOC: si parte sempre dal basso.
Purtroppo l'Ue pensa di combattere la concorrenza dei vini americani adottando le loro stesse tecniche».
Ora, partendo dal supposto che il vino che sa di legno non va neanche bene per celebrare la Santa Messa (dev’essere infatti «de gemine vitis e non corruptum»), quello con i trucioli è, per i consumatori, "diabolico". Perché azzera il gusto dell’individualità, indebolendo quelle diversità di cui l’Italia è ben ricca.
Una brutta pagina di storia per il pregio secolare dei vini nostrani.
 
 Bruxelles autorizza i trucioli
Continuano le azioni promosse dalle Città del vino
  Via libera da Bruxelles ai TRUCIOLI DI LEGNO NEL VINO, ma con l'obbligo di indicarne l'uso in etichetta. Queste in sintesi le conclusioni della Commissione Europea che ieri mattina a Bruxelles ha autorizzato anche in Europa una pratica enologica già in uso tra i produttori americani, sudafricani e australiani. L'Italia ha indicato che l'impiego dei trucioli per le pratiche "d'invecchiamento" sarà consentito solo per i vini da tavola, escludendo quindi Doc, Docg e Igt.
"Pur essendo soddisfatti per l'obbligo di darne menzione in etichetta siamo comunque contrari a una pratica enologica che, secondo alcuni esperti della materia, potrebbe indurre danni alla salute", ha commentato Floriano Zambon, presidente di Città del Vino, subito dopo l'annuncio della notizia. "Pensiamo tuttavia che il provvedimento rispetti il consumatore nel suo diritto di essere informato e le cantine che fanno qualità nel loro interesse a una concorrenza leale sul mercato".
Ma oggi ci sono state altre prese di posizione: le Città del Vino faranno ricorso davanti alla Corte di giustizia europea per impugnare il regolamento che autorizza l'uso di trucioli di legno. L'associazione chiederà anche nei prossimi giorni al Consiglio superiore di sanità di avviare un'indagine approfondita sull'effetto dei chips sulla salute dei consumatori. Intanto ha cominciato a mobilitare i 550 Comuni associati per prendere misure precauzionali nei rispettivi territori, seguendo l'esempio di Torrecuso (Benevemto), prima Città del Vino europea "detruciolizzata". E ancora, all'inizio della prossima settimana durante l'incontro, fissato da giorni con il ministro delle Politiche agricole e alimentari, Paolo De Castro, inviterà il ministero a considerare regole più restrittive per garantire la difesa della qualità e la libera scelta dei consumatori. Due obiettivi che potrebbero essere raggiunti attraverso un'indicazione chiara in etichetta che dica espressamente se un vino è stato "invecchiato" con i trucioli, anche se prodotto all'estero.
"E' amaro constatare che la commissione europea è andata avanti mentre poteva rimandare tutto in vista della riforma dell'Ocm vino, che adesso diventa il vero obiettivo", ha sottolineato oggi Paolo Benvenuti, direttore di Città del Vino. "Ed è amaro constatare che anche da parte italiana si è giunti alla scelta di autorizzare i trucioli, ma adesso chi ha sostenuto questa posizione è bene che si faccia da parte. Al governo italiano – ha concluso Benvenuti – chiediamo una migliore attenzione nella selezione dei nostri rappresentanti all'interno dell'OIV, degli enti e degli istituti che governano il mondo del vino. Ci auguriamo infine che sull'Ocm e sulla riforma della 164/92 ci sia la giusta coerenza con gli obiettivi di qualità che si è dato il nostro settore per rimediare laddove si è perso".
Secondo Città del Vino è necessario un serio monitoraggio, prevedendo un apposito registro di cantina dove annotare l'acquisto di trucioli e le loro quantità. In più andrebbe dichiarato nella mappatura dell'azienda anche il numero di barrique presenti. Tali misure permetterebbero controlli migliori contro eventuali frodi, poiché non esiste ancora una metodica di analisi riconosciuta che consenta di individuare con certezza, nelle produzioni di pregio, eventuali utilizzi impropri.

I rischi per la salute con i trucioli nel vino: non sono più solo...
Era il 12 maggio quando ho pubblicato su LavBlog un post intitolato "I trucioli ve li ciucciate voi!", nel quale affermavo i possibili rischi per la salute di chi, inconsapevole, potrebbe incappare in vini che abbiano "goduto" di una vinificazione in compagnia di graziosi pezzetti di legno tostati.
Ora, grazie alla newsletter del Club di Papillon (in arte Paolo Massobrio), vengo a sapere che il noto nutrizionista Giorgio Calabrese, membro dell'European Food Safety Authority, dichiara sull'edizione regionale de La Stampa di oggi: "Sono rimasto sbalordito dall'assenso che è stato dato dall'OIV, una specie di Onu del vino. I chips sono dannosi alla salute, infatti con questa pratica si favorisce la cessione di idrocarburi e di alcuni metalli pesanti e, fra gli aromi, anche di sostanze come l'acido vanillico e l'acido siringico. Test su cavia hanno dimostrato danni al fegato e ai reni".
Bene, le mie perplessità non erano infondate, oggi mi sento meno solo, ma non certo sereno.

LA VERGOGNA DEL VINO CON I TRUCIOLI DI LEGNO.
(Paolo Massobrio)
Presto legale anche in Italia il trucco per «invecchiarlo» insaporendolo con sentori di barrique.
Che si arrivasse a questo non ce lo saremmo mai immaginati.
Che il Comitato di Gestione dei vini a Bruxelles avanzasse la proposta di utilizzare i trucioli di legno per fare i vini del falegname o i vini di Pinocchio, proprio non ci sta.
Ma che razza di Unione è quella che appiattisce ogni differenza, sul cioccolato come sui vini, facendosi tirar la giacca da un’inconfessabile progetto di omologazione che arriva da lontano.
Avevamo sorriso un anno fa quando su Internet fu scoperto un kit venduto in Canada con il quale si poteva fare il Barolo o il Chianti in casa: acqua polverine e il gioco era fatto: ti davano persino le etichette.

(Dov'era Lei caro Massobrio (che stimo) e gli altri giornalisti, i ministri-sindacalisti, verdi, arancioni, girotondini emeopatici, che si dannano l'anima per sparare sui trucioli, quando il sottoscritto negli anni '70, a proprie spese, andò a Colonia (Germania Federale) per la Fiera Alimentare dove veniva reclamizzato l'intruglio, e fece di tutto (come annuncia la copia dell'articolo che alleghiamo) per bloccare a livello europeo il vino in questione???!!! - Non volendo sul Corriere proprio Raspelli, che mi aveva intervistato, fece questo pezzo - Avrei potuto sbandierarlo in TV in cerca di scandali...ma sono andato oltre...a lavorare di fino...Firmato Aldo Quinto Lazzari direttore OIFB (La didascalia (illegibile) è stata ingrandita e 'incollata' sull'articolo per far capire che era AQL nella foto, si tratta di un vecchio ritaglio del giornale milanese)

Poi tre mesi fa la notizia che i giapponesi avevano trovato il modo per invecchiare i vini precocemente (sic!), mentre già la tentazione del truciolo aveva fatto breccia in California e Australia.
L’Italia del vino a questo punto si sente assediata, dopo aver giocato la carta delle sue diversità, dei suoi vitigni antichi che sarebbero all’incirca mille, contro i quattro o cinque dei cosiddetti «paesi emergenti».
E proprio quando anche in casa nostra s’era smesso, da parte dei produttori che orecchiavano tendenze, di far pagare ai consumatori il frutto delle proprie sperimentazioni in barrique, proprio quando la breccia della qualità aveva invaso le cantine piccole e grandi, ecco la mazzata.
Sì, certo, qualcuno sarà felice, soprattutto chi è convinto che il vino importante sia quello che sa un po’ di quella vaniglia lasciata dai tannini delle barrique nuove.
Coi trucioli risparmierà, e intanto potrà continuare a fare quel vino noioso, «internazionale», talmente perfetto che non ha neppure bisogno di essere buono.
Un giorno un anziano viticoltore mi ha fatto questa osservazione: «Quando il vino non era buono si diceva che sapeva ‘d bosch (leggasi legno)» e inquanto al cosiddetto vino «fatto col bastone», siamo al ventennale di un
epilogo che tutti ricordano come lo scandalo del metanolo.
E pensare che da un lustro persino in America girano etichette di vino con la scritta «no barrique» mentre a Terzo d’Acqui il gourmet Francesco Battuello ha fatto una Barbera con la polemica dicitura «non allevata in barrique».
Figuriamoci coi trucioli.
Ora, partendo dal supposto che il vino che sa di legno non va neanche bene per celebrare la Santa Messa (dev’essere infatti «de gemine vitis e non corruptum»), quello con i trucioli è perlomeno diabolico.
Ma lo è nel senso che vuol togliere il gusto dell’individualità, indebolendo quelle diversità di cui l’Italia è ben ricca.
Occorre resistere.
E chissà che qualche Camera di Commercio che ogni anno dà il benestare ai vini doc e docg non incominci a usare la matita rossa e blu, finalmente, perbocciare quei vini di Pinocchio che adesso vorrebbero la patente europea.
Togliamogli almeno 20 punti: il vino al truciolo fa male al gusto e alla cultura: se lo riconosci lo eviti. - (Paolo Massobrio su La Stampa)

L’ITALIA LO PERMETTERÀ SOLO PER I VINI DA TAVOLA
Ma sarà vietata in etichetta l'indicazione 'invecchiato in barrique'
ROMA - Arrivano i trucioli nel vino. Non è una truffa alimentare ma sarà presto la norma anche nel nostro Paese. Trucioli di rovere per invecchiare il vino e dargli l'aroma del barrique che solitamente i vini prendono invecchiando (più o meno naturalmente) nelle botti di rovere.
E la Confagricoltura prende le distanze e cerca di frenare l'utilizzo dei trucioli nel vino, pratica ritienuta «dannosa» per la produzione italiana.
Saranno necessari ancora tre o quattro mesi ma anche i viticoltori europei (e quindi anche gli italiani) - a determinate condizioni - avranno la possibilità di utilizzare i trucioli di legno di rovere come già avviene per molti vini importati in Europa dagli altri partner mondiali.
L'unica incognita ancora da sciogliere: la modifica all'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) di alcune norme chieste dall'Europa sull'etichettatura.
Da alcuni mesi la questione è discussa dagli esperti dei 25 stati membri e della Commissione Ue per evitare ai produttori europei quella che di fatto viene considerata una concorrenza sleale.
Ai viticoltori americani, sudafricani, sudamericani o altri è infatti permesso di sostituire l'invecchiamento tradizionale e in 'barrique', ossia in botti di rovere, con l'immissione direttamente nel vino di trucioli per migliorare il prodotto sotto il profilo del gusto, della morbidezza,
dell'aroma. Il compromesso che si profila prevede di introdurre anche in Europa questa pratica enologica ma ogni stato membro può decidere in quale categoria di
prodotti autorizzarla.
L'Italia ha indicato che consentirà questa pratica solo nei vini da tavola mentre verrà vietata per le denominazioni di origine. I paesi europei produttori di vino e la Commissione Ue hanno concordato di introdurre la pratica del truciolato nella normativa europea accettando che non venga ripresa in etichetta.
Hanno però posto una condizione importante: vietare in etichetta l'indicazione 'invecchiato in barrique' per i vini soggetti alla pratica enologica del truciolato. Nei prossimi mesi la risposta della Wto e la decisione dell'Ue.

VINO, UN FRONTE ANTI-TRUCIOLI
REAZIONI TRA I PRODUTTORI RESPINTA OGNI IPOTESI DI UTILIZZO DEL LEGNO AGGIUNTO NELLE VASCHE
Successo ad Asti di «Vinissage» il primo eno-salone piemontese dei biologici.
Diciamolo subito: «Vinissage», primo salone piemontese dei vini naturali ottenuti da uve coltivate con metodo biologico o biodinamico non è un posto neutro.
Un sondaggio d’opinione sul possibile utilizzo dei «chips», ovvero trucioli e polveri di legno da aggiungere al vino per dare sentori vanigliati di legno, risparmiando tempo e barriques, da queste parti ha esito scontato.
Sarebbe successo anche su tutte le piazze dove in questi giorni si celebrano manifestazioni enologiche, da Nizza ad Alba a Canelli, ma le inquietanti aperture di Bruxelles sulle pratiche consentite in Usa, Cile, Australia per i quaranta vignaioli radunatisi ad Asti, su invito del Comune, nell’ex
chiesa di San Giuseppe, rafforzano e confermano la loro diversità «eno-ideologica».
Parla per tutti Gianfranco Torelli, vicesindaco di Bubbio, il paese della Langa astigiana che nel 1999 si dichiarò per primo in Italia Comune anti Ogm: «Noi con le logiche dell’agroindustria e dell’agrochimica non vogliamo avere nulla che fare. Sul mercato non siamo ad armi pari: la nostra faccia
contro le loro potenti campagne di marketing, le nostre storie semplici contro le brochure patinate, i nostri vini veri contro quelli che hanno bisogno di essere truccati».
Torelli fa parte del consorzio Trimilli che mette insieme una decina di piccole aziende piemontesi e toscane. Ognuna è una scomessa vinta.
A Vinissage ci sono i leader del movimento italiano dei vini biologici come Angiolino Maule di Gambellara e una decina di tenaci vignerons di Francia, dove il movimento dei vini naturali, compreso lo Chamapgne, sta facendo
proseliti.
La linea di distinzione e nell’uso in vigna del solo solfato di rame e dello zolfo, con l’aggiunta del piretro per lottare contro il flagello della flavescenza dorata.
Per le concimazioni solo letame senza altri prodotti di sintesi. In cantina semplici filtrazioni e non chiarifiche chimiche e i più «puri» non usano neppure l’anidrie solforosa come antiossidante. E c’è chi ci scherza.
Maurizio Ferraro da Montemagno ha fatto disegnare sulla scatola delle sue bottiglie di barbera e grignolino una sorta di gioco dell’oca che porta alla buona vendemmia.
In questo Monòpoli del contadino tra gli imprevisti ci sono la siccità e le grandine e se si finisce nelle caselle rosse dell’uso di prodotti chimici si salta un turno. Gian Luigi Bera, scrive libri di storia e produce moscato a Canelli.
« I vini biologici hanno superato da tempo il gap qualitativo e di gusto che secondo alcuni li teneva lontani dalle soglie ell’eccellenza. Oggi ci sono concorsi internazionali che valutano e riconoscono la naturalità del vino e i consumatori stranieri ricercano sempre più questa garanzia, offerta da
marchi certificati». Tema delicatissimo, quello delle certificazioni, che vede il mondo del biologico, percorso da diverse scuole di pensiero, con un comune denominatore: il vino è un prodotto naturale per eccellenza e lo vogliamo
continuare a produrre come tale, senza «trucchi».

Vino ai trucioli
Rispetto alle produzioni agro-alimentari, quando ci mette lo zampino l’Unione Europea non c’è veramente limite al peggio. L’ultima chicca ce l’ha regalata il Comitato di Gestione dei vini di Bruxelles, dando il via all’utilizzo dei trucioli di legno per conferire al vino quel non so che di “barricato”.
Avete tanto vino di bassa qualità da rendere un po’ più fighetto?
Perché stare lì a perdere tempo e soldi nell’acquisto di tante piccole botti di rovere e lasciarci il vino per mesi e mesi cercando di scimmiottare il gusto “internazionale”, quando basta procurarsi dei trucioli, buttarli in tini enormi d’acciaio e il gioco è fatto in quattro e quattr’otto?
Otterrete il sapore di legno tipico dei vini pazientemente affinati in barrique, coprirete i difetti, e potrete vendere il vostro prodotto a poco, perché vi sarà costato meno produrlo.
È questo il punto principale per cui la UE ha avuto la pensata: siccome questa tecnica furba è usata da tempo in Australia e negli altri paesi extraeuropei che stanno conquistando grosse fette del mercato internazionale, perché non consentirla anche agli europei per poter fronteggiare questa concorrenza “sleale”?
Detto fatto: nel nome del mercato e della competitività siamo sempre lì ad abbassare l’asticella della qualità minima, fino a che non sarà più neanche necessario saltare.
Consentiamo Ogm, ogni sorta di sofisticazione, ogni ritrovato che permette di abbassare i costi di produzione in sacrificio di tradizione e qualità e ci ritroveremo con un pugno di mosche, omologazione imperante, meno gusto, meno ricchezza e chissà quanti scandali da affrontare; con i soliti, pochi grandi che si ingrassano alla faccia dei piccoli bravi produttori.

Ci giochiamo davvero male le nostre carte.
Solo poche settimane fa ho affrontato in questa rubrica il problema della concorrenza dei vini extraeuropei, invocando una sterzata continentale in favore della tradizione, della ricchezza delle nostre denominazioni, dei nostri territori, dei nostri vitigni autoctoni e caratterizzati.
Una battaglia commerciale che l’Europa può tranquillamente vincere nel nome della qualità, della varietà e della sua nobilissima storia enologica.
Dicevo per l’appunto che è inutile rincorrere gli altri sul loro terreno: abbiamo le nostre splendide specificità, perché buttarle al vento?
Invece, ecco che puntuale e “tafazziana” (ve lo ricordate Tafazzi di “Mai dire goal” che si prendeva a mazzate sugli attributi?) la Commissione chedovrebbe difendere i nostri produttori fa la sua bella cavolata.
È vero che l’Italia (i singoli Paesi possono definire l’applicazione delle regole) ha già deciso di consentire la pratica dei trucioli soltanto per i vini da tavola, lasciando per fortuna esenti i vini a denominazione di origine, ma è anche vero che l’appetito vien mangiando, e mi chiedo quando si
farà il passo successivo, quando si abbasserà ancora un po’ l’asticella: è solo questione di tempo.
Tra l’altro non sarebbe prevista nessuna forma di etichettatura, soltanto il semplice divieto di scrivere “invecchiato in barrique” per chi usa i trucioli: e ci mancherebbe!
Io invece credo sia il caso di iniziare subito una battaglia perché questi vini siano riconoscibili a chi compra, che l’etichetta parli chiaro.
Ve lo immaginate il consumatore che si ritrova una bottiglia con su scritto “affinato con trucioli di legno”?
Pensate che poi abbia tutta questa voglia di portarsi a casa il prodotto?
No, non ci siamo: la notizia è soltanto di due giorni fa, non c’è ancora stato il tempo di organizzarsi, ma vi dico che a Slow Food abbiamo tutta l’intenzione di lanciare una campagna forte, con manifestazioni di duro dissenso e fare tutte le pressioni possibili sull’Unione Europea perché
annulli la decisione o quanto meno ponga chiarissime regole di etichettatura.
Propongo una sottoscrizione quanto più ampia possibile, una raccolta di firme in cui possano manifestare la loro contrarietà e il loro disappunto i produttori e le associazioni di categoria, in cui dichiarino il loro impegno a non utilizzare queste pratiche ridicole per il buon nome del nostro vino.
Penso che sia il modo migliore di reagire: dichiarare la propria estraneità a questi metodi, per far sì che, di lì in poi, chi si chiama fuori automaticamente possa essere sospettato, senza bisogno neanche di etichette.
Non ne possiamo più di continuare a subire questi attacchi alle nostre grandi risorse, alla nostra cultura contadina e al nostro essere produttori di grandi eccellenze: vi informerò presto su come fare per unirsi al coro di protesta.
L’utilizzo dei trucioli consente di procurare rapidamente, con bassi costi di produzione, alcune note aromatiche tipiche dei vini di qualità, senza peraltro attivare quei processi di micro-ossigenazione naturale derivanti dalla permanenza nelle botti, così rilevanti nella definizione delle qualità organolettiche del vino di pregio.
La campagna è iniziata nello scorso maggio, con il lancio di una petizione insieme a Legambiente.
Primo firmatario è stato il Presidente del Senato Franco Marini. Da allora, le adesioni alla nostra campagna sono state numerose.
Fra i firmatari della petizione i giornalisti e opinionisti enogastronomi Edoardo Raspelli e Paolo Massobrio, l’enologo di fama internazionale Giacomo Tachis, produttori di vino, l’Associazione Stampa Agroalimentare Italiana, la FISAR, Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori, e molti cittadini.
Durante l’ultima edizione di Calici di Stelle, in decine di piazze italiane si sono raccolte circa 90 mila firme di sottoscrizione alla petizione.
Oltre alla petizione, Città del Vino ha chiesto ai suoi Comuni associati di compiere un’azione politica forte, con una delibera, di Consiglio o di Giunta, che ribadisce la contrarietà all’utilizzo dei trucioli nel vino.

L’UNIONE EUROPEA APRE AI TRUCIOLI NEL VINO: È GIÀ POLEMICA
In fase di accettazione la normativa che consente di aromatizzare il vino con pezzetti di legno
Trucioli di rovere per favorire l’effetto “invecchiamento” nei vini? Possibilità di un loro utilizzo senza obbligo di menzione in etichetta? A distanza ormai di alcune settimane dalle riforma varata dalla Comunità Europea, che ha pacificamente aperto a tali eventualità, non si placano le polemiche nei principali paesi produttori del Vecchio Continente, Italia in testa. Alla base della decisione, ora al vaglio dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), la volontà di autorizzare pratiche enologiche già ampiamente diffuse fra concorrenti come Cile, Stati Uniti, Australia e Sud Africa.
Da nord a sud della penisola si moltiplicano le iniziative per dire no ad una proposta che, se confermata, potrebbe causare non pochi grattacapi ai produttori comunitari, già alle prese con mercati esotici in cui regnano normative piuttosto allegre e permissive. Lo scorso 12 giugno le Città del Vino e Legambiente hanno presentato a Firenze la loro petizione “anti-trucioli”, sotto forma di lettera indirizzata al Commissario all’Agricoltura dell’Unione Europea, Mariann Fischer Boel, ed al Ministro dell’Agricoltura del Governo Italiano, Paolo De Castro, che ha visto la nutrita adesione di giornalisti enogastronomici, associazioni di settore, operatori vinicoli, professori universitari, esponenti del mondo politico ed amministrazioni comunali.
Sotto accusa la famigerata pratica dell’infusione di legno nel vino, ma soprattutto l’assenza del benché minimo obbligo di indicarne l’utilizzo in etichetta. Una mancanza che ha messo sul piede di guerra anche le associazioni a tutela del consumatore, che rischia di trovarsi davanti a prodotti “taroccati” e senza il minimo lume utile ad una scelta consapevole. Difficile infatti nel bicchiere distinguere tra vini ottenuti con pratiche tradizionali, che prevedono una permanenza in legno in genere abbastanza lunga, e quelli aromatizzati con trucioli, capaci in pochi mesi di conferire grossomodo gli stessi aromi e caratteri gustativi. Se dal canto suo l’Italia ha dichiarato che la pratica verrà eventualmente consentita solo per la categoria dei Vini da tavola, con esclusione quindi delle produzioni di qualità a Denominazione di Origine (siano esse DOC o DOCG), qualche perplessità di fondo rimane. Nessuna volontà di demonizzazione, sia chiaro. Il ricorso ai trucioli non comporta né alterazioni organolettiche né rischi di tipo sanitario, ma solo l’incapacità di distinguere i frutti di un processo naturale da una vera e propria scorciatoia commerciale, che richiama più il meccanico assemblaggio di ingredienti che non l’antica interazione fra natura, lavoro dell’uomo e, soprattutto, scorrere del tempo. Un problema di non poco conto per una realtà vinicola come quella europea, fatta ancora perlopiù di piccole aziende che nella valorizzazione di rituali e tradizioni produttive trovano il loro punto di forza. Nonché, spesso, l’unico modo per sopravvivere. La speranza al momento è che, in fase di approvazione definitiva della riforma, possa come da più parti proposto essere apportata qualche piccola correzione, in particolare un pur minimo richiamo all’avvenuto “intruciolamento” del vino. E per la serie “mai mettere limiti alla fantasia dell’uomo” una piccola curiosità proveniente, neanche a dirlo, da oltreoceano.
Laddove nessuno si pone problemi sull’opportunità o meno di ricorrere ai trucioli – si usano e basta - c’è chi, una volta esaurita la funzione “invecchiante”, ha già pensato con successo al loro smaltimento. Gli amati pezzetti di legno infatti, una volta seccati, sono venduti nei panni di aromatiche braci per il barbecue, capaci a quanto pare di conferire alla carne piacevoli sentori vinosi. E c’è chi è pronto a giurare che sia una vera goduria per il palato. Ci sarà da fidarsi?
Marco Ghelfi 
 
Raspelli, Massobrio, Planeta e Scienza firmano petizione Legambiente Città del Vino. Contro i trucioli anche la Fisar e l’Asa: “Vanno indicati in etichetta”
Dopo la firma del presidente del Senato, Franco Marini, e dell'on. Ermete Realacci (Margherita), anche dal mondo del vino arrivano le prime importanti adesioni per la petizione lanciata da Legambiente e Città del Vino contro la pratica enologica che prevede l' uso dei trucioli di legno per dare ai vini un falso effetto barrique.
Tra i primi firmatari della petizione:
i ciritici e giornalisti enogastronomici Edoardo Raspelli e Paolo Massobrio, il produttore siciliano Alessio Planeta, il professore Attilio Scienza, dell'Università di Milano, la Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori (Fisar), l' Associazione della Stampa Agroalimentare (Asa), studenti e docenti dell' Istituto Tecnico Agrario "E.Sereni" di Roma.
Tra le Città del Vino il primo Comune italiano ad aver approvato un ordine del giorno contro tali pratiche è Duino Aurisina, in provincia di Udine.
L’Ue potrebbe infatti autorizzare nei prossimi mesi nuove norme sulle pratiche enologiche che introducono l’uso di trucioli di legno per simulare i processi di invecchiamento dei vini, senza alcun obbligo di indicare in etichetta la differenza tra vini realmente invecchiati in botti di legno e quelli con i tannini stimolati "artificialmente".
Per Attilio Scienza, docente all'Università di Milano, facoltà di Agraria, il tema dei trucioli si inserisce in quello più ampio degli additivi.
"C'è ormai la tendenza crescente a usare sostanze che modificano le caratteristiche dei vini - sottolinea Scienza -. Riguardo ai trucioli non vanno confusi con le barrique. I trucioli di legno portano solo una sensazione, un'aroma, una caratteristica banale, mentre le barrique sono contenitori che provocano una reazione di ossidoriduzione che dà al vino caratteristiche importanti. Mi auguro che l'uso di questa pratica enologica sia impedito per le denominazioni di origine e che comunque sia chiaramente specificato nell'etichetta dei vini. Il consumatore - sottolinea Scienza - deve sapere cosa beve".
“ L’Unione Europea normerà quelle pratiche enologiche che daranno la possibilità di usare trucioli di legno per simulare i processi di invecchiamento dei vini, senza rendere obbligatorio la dicitura in etichetta - ha invece dichiarato il Presidente Nazionale Fisar Vittorio Cardaci Ama -.
In pratica non verrà indicato se il vino è stato invecchiato in botti o con l’artifizio dei trucioli. Se molti paesi li utilizzano e non hanno alcun obbligo di segnalarlo in bottiglia, noi tutti - operatori del settore - abbiamo l’ obbligo di sapere e il dovere di segnalare e premiare quei prodotti realizzati con cura, con professionalità e nel rispetto della tradizione enologica”.
Sulla stessa linea anche l' Associazione Stampa Agroalimentare Italiana. "Quello dei trucioli è un argomento che trattiamo da molti giorni tramite le pagine del nostro sito , organo ufficiale di comunicazione ASA - dichiara la Presidente ASA, Gudrun Dalla Via -. È un  problema sentito da tutti i colleghi giornalisti impegnati quotidianamente nella divulgazione dei valori della tradizione italiana del buon mangiare e del buon bere".
I sottoscritti cittadini - recita la petizione di Legambiente e Città del Vino -  sconcertati dalla decisione dell’Unione Europea di rivedere le norme sulle nuove pratiche enologiche, rivolgono un forte appello alla Commissaria all’Agricoltura dell’Unione Europea Mariann Fischer Boel e al Ministro dell’Agricoltura del Governo Italiano Paolo De Castro, affinché si impegnino contro l’ipotesi di approvazione della norma che legalizza l’uso di trucioli di legno di rovere al posto del tradizionale passaggio in barrique per ottenere in modo più rapido l’effetto “invecchiamento” per i vini prodotti in Europa e in Italia.

Trucioli nel vino
Si fa un gran parlare oggi dello scandalo dei trucioli nel vino. Un consumatore che legge questa parola pensa subito a un vino sofisticato.
Cerco di fare un po’ di chiarezza: l’utilizzo di questo tipo di legno, che tecnicamente si chiama “chips”, viene fatto da tempo nei paesi del Nuovo Mondo. Lo scopo è di aromatizzare il vino, dandogli sentori leggermente speziati, quasi come quelli che il prodotto assume durante un lungo soggiorno in botte piccola.
Bisogna però capire che questo procedimento è utilizzato per quei vini che non hanno la struttura necessaria all’invecchiamento. Insomma, è una maniera di cercare di dare maggiore gradevolezza al gusto. Che questo poi tenda a sradicare il concetto di tipicità è fuor di dubbio, oltre a rendere inutile l’idea di un vino legato al territorio.
Molti hanno già dato il loro giudizio, che è di condanna senza appello. Sono d’accordo quando si tratta di salvaguardare l’identità dei nostri prodotti, c’è però da dire che la maggior parte del vino che si vende nel mondo è di fascia medio-bassa, e molti consumatori si sono già adeguati a questi nuovi sapori.
Sembra quindi improbabile che questa battaglia possa essere vinta facilmente.
Una direttiva europea permetterà l´invecchiamento artificiale senza specificarlo in etichetta.

Trucioli nel vino, allarme Legambiente
 Una volta si diceva che nelle botti vecchie c´è il vino buono ma nell´epoca della globalizzazione il vino invecchia molto velocemente. Invece di farlo riposare nel legno, è sufficiente riempirlo di trucioli di legno per ottenere l´effetto tannino voluto. Non è un trucco da produttori imbroglioni ma una direttiva che l´Europa sta per approvare e che nei prossimi mesi potrebbe autorizzare il nuovo procedimento senza l´obbligo di indicarlo nell´etichetta. Inutile dire che se la direttiva passasse a farne le spese sarebbero i vini di qualità. Per questo ieri a Firenze il deputato dell´Ulivo Ermete Realacci, il presidente di Legambiente toscana Piero Baronti, Giampaolo Pioli coordinatore delle Città del Vino, Giovanni Ricasoli Firidolfi, il direttore del Consorzio Chianti Classico Giuseppe Liberatore e altri produttori hanno lanciato un allarme diretto a politici e istituzioni. Contro l´invecchiamento artificiale ottenuto con i trucioli Legambiente e Città del Vino hanno promosso una petizione che è già stata firmata dal presidente del Senato Franco Marini, dall´enologo Giacomo Tachis, dall´esperto di cucina Edorado Raspelli e dalla Federazione italiana sommelier. «Anche Prodi - dice Realacci - si è detto disponibile a capire insieme quale sia la via di uscita per salvare il vino italiano». Il caso dei trucioli comunitari sbarcherà tra qualche giorno in Parlamento. «Non è ancora chiaro se i pezzetti di legno abbiano effetti nocivi sulla salute», azzarda Baronti. «Ma anche se risultassero innocui, i vini invecchiati con questo metodo o aromatizzati con i tannini non possono essere messi a confronto con la qualità dei nostri vini italiani».
Ne va della nostra immagine, insiste Realacci: «I prodotti enologici sono ambasciatori dell´Italia nel mondo. Sono passati esattamente vent´anni dalla crisi del vino, quando il metanolo ha ucciso una ventina di persone e ne ha danneggiate tante altre. Il coraggio di tanti imprenditori coraggiosi ha permesso di rilanciare il nostro prodotto e di far rinascere il vino italiano. Produciamo il 40 per cento in meno rispetto agli anni Ottanta ma ha un valore tre volte maggiore». All´Unione europea Realacci chiede trasparenza. «Oltre al provvedimento in sé, che ci lascia perplessi, siamo anche stupiti del fatto che non sia stata prevista un´adeguata etichettatura. Se il provvedimento passasse, il consumatore non si accorgerebbe della metodologia di invecchiamento del vino che acquista». Per chi utilizza il truciolato i costi di produzione sono inferiori di almeno il 50 per cento rispetto ai tradizionali processi d´invecchiamento in botte e già in Francia la concorrenza di queste nuove tecniche stanno mettendo in crisi i produttori storici. (13 giugno 2006)Torna indietro

Trucioli nel vino
scritto da fradefra
Ricollegandomi alla proposta Vino Chips Free di Giampiero Nodali, alias Aristide, vorrei fare qualche considerazione, premettendo sin d'ora che la sua operazione mi piace. Ci sarà sicuramente qualche aspetto da rifinire, ma questo è nell'ordine naturale delle cose.
Quindi, trucioli sì, trucioli no?
Pensando alla salute del consumatore, tutto è stato detto ed i pareri sono fondamentalmente concordi. Se il vino può stare nel legno, il legno può stare nel vino, senza che possano esservi danni per l'uomo. Come in tutte le cose, naturalmente, le debite misure devono essere prese, i trucioli dovrebbero essere di legni di provenienza e lavorazione tracciabile, la permanenza nel vino attentamente verificata e controllata, ecc. ecc.
"Chissà da dove arriverebbero quei trucioli" - dice però qualcuno. Dubbio legittimo, ma allora lo stesso dubbio è lecito per qualunque cosa si metta nello yogurt, nei sughi pronti, in molti liquori, ecc.
Se osserviamo il tema trucioli sotto la lente della qualità ed originalità, mi viene da pensare al diamante. Ben poche sono le differenze fisico/chimiche tra un diamante naturale e uno ottenuto sinteticamente. Ciò nonostante, il valore è ben diverso e la motivazione principale consiste nel fatto che un processo spontaneo e naturale, quale la compressione a temperature elevate che nei milioni di anni hanno formato un diamante, ha un peso maggiore rispetto alla produzione in laboratorio.
Stesso concetto potremmo applicare al vino. Un vino che acquista certe caratteristiche in virtù della sua permanenza in una serie di botti e barrique, durante la sua maturazione, sicuramente è giudicabile diversamente da quello che caratteristiche simili le acquista per lavorazione specifica mediante aggiunte. E badate, non sto parlando di caratteristiche chimico/fisiche, ma di processo. Un processo naturale porta sempre a risultati di maggior valore, sia di interesse, sia economico.
Io, invece, vorrei dare maggior rilievo all'aspetto culturale, sociale e storico alla faccenda dei trucioli. Il vino è il prodotto di una civiltà ed ha segnato la storia dell'Uomo, diventandone parte integrante. Non si può parlare di vino senza parlare della storia umana, non si può trascurare il vino, raccontando la storia.
Il vino è il prodotto di un processo che, a memoria d'uomo, s'è modificato assieme all'Uomo stesso. Se i Greci lo bevevano col miele, è perché i Greci amavano il miele, lo consideravano il cibo degli dei (nella forma di nettare). Alle feste lo annacquavano perché ritenevano più importante parlare e confrontarsi che non ubriacarsi (e ne sono fermo sostenitore, anche se amante del vino). Sempre il vino è stato unito a qualcosa che, per il momento storico o geografico, trovava una giustificazione nel desiderio della società di migliorare il prodotto o se stessa.
Mi sorgono alcune domande. Noi ci metteremmo i trucioli perché ci piacciono i trucioli? Li mangeremmo mai da soli? Ci sentiamo noi, dei trucioli? Qual è il significato dei trucioli nella nostra storia e cultura? Qual'è il significato dei trucioli nella società? Scusate, a me, per favore, date un vino senza trucioli. Gli altri sono liberi di bere ciò che vogliono.
Technorati tag: trucioli nel vino
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Venti anni di trucioli su maisazi.com - emozioni in cucina
I trucioli si mettono nel vino da più di venti anni, ma solo in questi ultimi tempi pare sia esploso il putiferio.
[Seguito]
Commenti:Tombola. Sono d’accordo con te Francesco , in questo caso l'aggiunta di trucioli nel vino è semplicemente un sistema per ottenere un'imitazione economica su scala industriale di una caratteristica gradevole (mi piacciono molto i vini "barriccati") del prodotto originale, con un processo ovviamente più lungo e costoso.  Se si fosse trattato di una "aggiunta" creativa avrei avuto un atteggiamento mentale diverso, ma questo tipo di operazione mi trova parecchio scettico. Inoltre, e non è una domanda retorica, perché a dire il vero non lo so, il carattere che acquistano, ammesso che sia soddisfacente al gusto e all'odorato, è stabile nel tempo? Come si evolve? Sono vini dalla vita corta?

Scritto da: fradefra
Mi soffermerei su un semplice aspetto. Il tema credo che sia comunque focalizzato sulla barrique e non sulla botte grande.
La barrique è stata introdotta in Italia da non più di trentanni. Oggi la "moda" dilaga barricando anche i bianchi che a mio modo di vedere personalissimo è un'offesa pura al vino bianco. Comunque l'uso da parte nostra -- leggi Italia-- della botte piccola nella maggior parte dei casi NON la sappiamo usare. Quante volte avete assaggiato vini che sembravo liquirizia pura o vaniglia?? Sentori appunto che soffocavano il vino stesso ingabbiato in quegli aromi tostati. La mia domanda è questa: se NON sappiamo ancora usare bene la barrique che in Francia è uso comune da centinai di anni, perché dobbiamo passare allo step successivo? Direi che noi Italiani è meglio che continuiamo a sperimentare la barrique per almeno un'altra generazione di viticoltori, poi ne riparliamo.

Scritto da: Angelo
In effetti, concordo anche io sul fatto che certi barricati, sarebbe meglio che non lo fossero. Mi pare di mangiare quel vitello che a tutti i costi deve sembrare un cinghiale.
Scritto da: fradefra | 15.09.06 11:41Beh... ovviamente ci sono vini barriccati migliori, peggiori ed anche indecenti.
Ma non saprei se sia giusto definire l'aggiunta di "truciolato" ;) il passo successivo all'affinamento in barrique.
Fa pensare che si tratti di un procedimento migliorato, cosa che non è...
Scritto da: beke | 15.09.06 15:25
certo... certo ... lungi da me incoraggiare tale tecnica per nulla migliorativa. Semmai la vedrai come un'impoverimento della cultura stessa del vino. E cmq pieno sostenitore della filosofia secondo la quale un vino per piacere NON deve essere obbligatoriamente barricato.
Scritto da: Angelo | 15.09.06 15:32
Angelo hai ragione. io oramai quando mi trovo a scegliere tra vini che non conosco, per andare sul sicuro, chiedo espressamente che non sia barricato, perché 9 volte su 10 sento solo della gran vaniglia legnosa, anziché vino. a proposito di barrique si, barrique no, vi ricordate l'etichetta di Bartolo Mascarello "No barrique no Berlusconi"? :)
tornando ai trucioli, mah... secondo me sono semplicemente una bestemmia.
Scritto da: Stefano | 15.09.06 18:56
Beke, se segui via co.comment questo post, sappi che la tua domanda sulla durata dell'effetto dei trucioli, sta per avere risposta!
Scritto da: beke | 20.09.06 10:34
Ho un po’ di esperienza di barriques, ma parlare e usare dei trucioli per dar un gusto di legno al vino..............non son d' accordo, mi sembra una forzatura di marketing e di costi.
Non tutti i vini si prestano a essere barricati, non tutte le vendemmie sono adatte per essere poste in barriques.
Le doghe con cui sono fatte le barriques normalmente arrivano dal Massiccio Centrale della Francia, ma la zona è tanto vasta che la legna ha caratteristiche diverse, come diversa è la tostatura finale che può essere leggera, media o più marcata e incisiva.
Lo stesso vino messo in due barrique diverse, dopo un anno dà due risultati simili, ma non uguali.
Se con l’analisi sul legno delle barriques, dare una risposta alle tue due precise domande è difficile, figurarsi coi trucioli. Son troppi i fattori matematici e fisici, che danno o non danno valore al vino.
I trucioli da dove provengono? Scarti di lavorazione per costruire botti o affini, o son scarti di lavorazione di una delle tante fabbriche del mobile brianzolo? Quanto tempo e in quale quantità i trucioli sono stati a contatto con il vino? Infine e per certo più importante, il VINO è adatto per questo tipo di sofisticazione?
Alla tua domanda: “il carattere che acquistano, ammesso che sia soddisfacente al gusto e all'odorato, è stabile nel tempo?”, nel caso dei trucioli non so dar risposta e penso che ......................a parte colui che ha creato il mondo, in cui io credo, pochi possano dare precise indicazioni.
Scritto da: Gianluigi Orsini | 20.09.06 12:12
Beh, la prima cosa che mi viene in mente, è che si tratta di un amante della vigna e del vino. Produce vini di qualità, con molta sperimentazione e con la disponibilità a buttarlo, quando non viene come vuole lui.
Abbiamo parlato a lungo di barrique. Mi ha spiegato la differenza tra i diversi tipi di legni ed addirittura tra le diverse parti di una stessa pianta. Grana fine o grossa, legni stagionati o no, ecc. ecc.
Mettere il vino in dieci barrique della stessa partita, significa già avere risultati diversi (e ci siamo trovati a verificarlo assieme assaggiando bottiglie della stessa produzione, ma barrique diverse). Mi ha spiegato, quindi, come rispondere alla domanda di Beke, assolutamente intelligente come desiderio di conoscenza, sia praticamente impossibile, persino per lo stesso produttore che quei trucioli li ha usati.
 E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea il Regolamento Ce 1507/2006 della Commissione dell'11 ottobre . Tale normativa modifica tre regolamenti comunitari: il fondamentale 1622/2000, l'884/2001 e il 753/2002 tutti relativi alle modalità d'applicazione della normativa chiave sull'organizzazione comune del mercato vitivinicolo, il 1493/1999 del Consiglio.
Il nuovo regolamento comunitario 1507/2006 dettaglia le modalità di impiego dei pezzi di legno di quercia nell'elaborazione dei vini e la designazione e presentazione dei vini così trattati. Arriva così al capolinea l'iter legislativo di una normativa, avversata da molti produttori italiani e con qualche distinguo dagli stessi produttori francesi, a cui era stato già dato il via libera nel corso del Comitato di gestione del vino lo scorso 26 settembre.
Il regolamento in questione, dopo il giro di tavolo nel Comitato di gestione dello scorso maggio era stato già "notificato" all'Organizzazione mondiale del commercio a Ginevra, nel quadro dell'accordo sugli ostacoli tecnici al commercio, ottenendo parere favorevole.
Tutto dunque perfettamente in linea con le nuove regole del commercio internazionale. I produttori europei potranno ora utilizzare i trucioli di legno, o"chips" come li si voglia chiamare, così come, con grandi vantaggi commerciali, stanno già facendo i grandi produttori del Nuovo Mondo (Australia, Nuova Zelanda, Cile ecc.).
Cosa dice il regolamento comunitario? In particolare l'allegato 1 spiega le prescrizioni per l'utilizzazione dei pezzi di legno di quercia. Dice per esempio che i pezzi di legno debbono provenire esclusivamente dalle specie di Quercus, che sono lasciati allo stato naturale oppure riscaldati in modo definito leggero, medio o forte, ma non devono aver subito combustione neanche in superficie e non devono essere carbonacei né friabili al tatto. Non devono aver subito trattamenti chimici, enzimatici o fisici diversi dal riscaldamento e non devono essere addizionati con prodotti aromatizzanti.
Riguardo all'etichettatura essa deve indicare l'origine della specie botanica di quercia e l'intensità dell'eventuale riscaldamento, le condizioni di conservazione e le prescrizioni di sicurezza. Il regolamento dettaglia anche la dimensione delle particelle di legno (tali che almeno il 95% in peso sia trattenuto da un setaccio con maglie da 2mm) e la purezza. Soltanto rispettando queste condizioni si può dunque far uso dei trucioli di legno.
Per la designazione di un vino fermentato, maturato o invecchiato in un contenitore in legno di quercia il regolamento indica le sole diciture che possono essere utilizzate : "fermentato in barrique", "fermentato in botte di quercia" "fermentato in botte". Le stesse 3 definizioni si applicano anche per la dicitura "maturato" e "invecchiato".
(Fonte: Agricoltura Italiana online)