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LE AZIENDE CHE CONTANO: RICCI CURBASTRO DALLA FRANCIACORTA

PRIMA DI PRESENTARE L'AZIENDA PROTAGONISTA DI QUESTO SPECIALE RIPORTIAMO IN BREVE LE NOTE RELATIVE ALLA DEGUSTAZIONE, DI TRE VINI FIRMATI RICCI CURBASTRO, ESEGUITA DALL'OSSERVATORIO

"Quindi prima le 'opere' e poi i protagonisti che le hanno create, con brevi cenni sugli accadimenti, dalle origini ai nostri giorni."

Degustazione ‘informale’ di tre vini dell’Azienda Ricci Curbastro

Preambolo

Pur conoscendoli da sempre i vini protagonisti di questo ‘speciale’, per averli degustati e sottoposti a giudizio nel redigere un breve articolo per una rivista specializzata, ci rimaneva di avere un’ulteriore, più approfondita, conoscenza dei tre vini che la stessa Azienda ritiene un po’ la testimonianza di un lavoro accurato, in vigna e in cantina, facendo raggiungere vette eccelse ai  protagonisti della nostra indagine, conoscitiva, e non certo fiscale.

Era necessario il test per potere meglio parlare dei Ricci Curbastro come maestri, non solo nel produrre vini d’eccellenza, ma anche approfondire il loro iter nella lunga strada percorsa per giungere a siffatti traguardi.
Sappiamo che il vino, contrariamente ad altri prodotti agricoli, si presta ad essere un liquido, intrigante canovaccio per trarre idee, e tessere storie, e narrare così gli accadimenti che si sono succeduti di stagione in stagione nell’arco secolare del tempo trascorso dalle origini dell’azienda ai nostri giorni. Potrete leggere queste notizie al termine di questo ‘speciale degustazione’.
Cercheremo, aiutati dai documenti e scritti della stessa Azienda, di codificare tempi e fatti.
Ora dobbiamo solo trattare, anche se in breve, il momento magico della degustazione, che chiamiamo informale, in quanto non voleva essere una burocratica selezione per assegnare stelle o calici, relativi ad ogni singolo vino o etichetta.
Tre dunque i vini sottoposti ad un dilazionato test pratico, abbinando anche i singoli vini ad alcuni piatti che ritenevamo utili per un confronto diretto a tavola.
Presenti di volta in volta , e in momenti diversi, oltre al nostro staff di degustatori, tre nostri lettori-consumatori, esperti e pretenziosi, in quanto abituati a ‘bere bene’ e possiamo dire a ‘bere alto’, tanto da poter dare giudizi personali di merito che abbiamo confrontato per redigere poi una scheda unica per ogni singola etichetta, che fosse il ‘riassunto’ o la media ponderata risultante.

- Franciacorta Docg Extra Brut
Dichiarato dall’Azienda, ottenuto da un uvaggio con 50% di Chardonnay e 50% di Pinot nero, con una maturazione in bottiglia, per 48 mesi.
Alto gradimento generale nel giudizio dei tre sensi (visivo, e olfatto gustativo). In modo specifico, e riepilogativo, queste bollicine hanno confermato la classe di alcune etichette della Franciacorta.
Si avverte subito che materia prima e livello delle lavorazioni attinenti la vinificazione e i successivi interventi, sono stati tali da condizionare la qualità finale del prodotto, a cominciare  dalla struttura, che gli esperti definiscono corpo, e soprattutto dal taglio gustativo che rivela un gusto secco, tale da porre questo specifico Franciacorta Extra Brut, tra le bollicine ideali per un aperitivo di successo soprattutto prediletto da intenditori, acculturati e pretenziosi oltre i limiti della media dei consumatori di bollicine (Champagne o Metodo Classico, o similari).
Sfidando le elementari regole che lo definiscono, anche nella letteratura ufficiale, un ideale aperitivo di classe, lo abbiamo abbinato anche ad un intero pasto a base di piatti che avevano il pesce, sia come materia solida sia come sughi o ristretti di brodo. Abbiamo azzardato il matrimonio con una ‘Caponata di aragoste’ memori di quel piatto - sofisticato e difficile, come lo sono i grandi piatti dove il pesce è protagonista o comprimario - che avevamo degustato ad Alghero alla corte di Moreno Cecchini.
Una prova ardua, data la presenza nel piatto oltre che dell’aragosta anche ingredienti un po’ audaci, come i filetti di acciughe governati con una spruzzata d’aceto.
Se era stato facile degustarlo all’apertura come aperitivo, ha retto magnificamente anche con questo piatto e con un altro che aveva sempre l’aragosta come partner condizionante, accompagnata da una gustosa e intrigante crema di funghi.
Otima la tenuta accompagnando dei tagliolini all’uovo con gamberoni governati con sugo di pomodoro. Ma la degustazione in assoluto, senza abbinamento alcuno, servito come apertura-aperitivo, alla temperatura di 9° circa, ha rivelato la sua ‘forza’ gustativa  e soprattutto un insieme di delicate nuances olfattive che hanno deliziato oltre al ‘naso’, giudice inesorabile, anche lo spirito di chi ha degustato questo Franciacorta Extra Brut firmato Ricci Curbastro.

- Franciacorta Docg Satén Brut
Bollicine di tutto rispetto e soprattutto ‘innovative per la lavorazione’ che preziosità a parte, hanno una certa regalità, indotta dal nome ‘Satén’, che appare solo da qualche lustro – agli inizi degli anni ’80 - nato per merito di alcuni esperti, che decisero di codificare questa produzione con un nome, che pur inventato, ha in se una carica di confidenziale autoreferenza.
Saten, da seta o setoso, che tradotti in chiave pratica sono termini che ne indicano oltre ad un’assoluta armonia dell’insieme,  una civettuola, quasi femminile eleganza, che rivela comunque all’olfatto e soprattutto al palato, la sua tipicità e un forte carattere distintivo. Lo si produce esclusivamente da uve bianche (Chardonnay e Pinot Bianco), ma alcuni, come è il caso del Satén firmato Ricci Curbastro,  preferiscono vinificare in purezza il re di tutte le uve bianche, per la produzione di nobili bollicine: le uve Chardonnay: nella foto un grappolo.
“Armonia, piacere e gusto”…così recita l’ufficialità della comunicazione consortile del Franciacorta, ma noi abbiamo voluto, pur nella limitatezza dei volumi degustabili, provare e riprovare, più soluzioni di abbinamento o anche degustarlo in solitaria, per apprezzare l’essenza olfatto-gustativa di questo nobile ‘vino’ di Franciacorta.
Pur ‘setoso’ e morbido, al palato, tuttavia, si è avvertita la nota ‘secca’ dell’insieme, pertanto viene definito ‘Brut’ in etichetta. Il dichiarato leggero ‘passaggio’ in barrique, ha forse caratterizzato una nota particolare che esprime una certa raffinata eleganza che si avverte, rispetto ad un Extra Brut o Brut normale.
Elegante, e ben strutturato, è un Franciacorta che può vantare apprezzamenti scendendo in competizione con Champagne anche più raccontati. Il suo finissimo perlage rivela una delicata cremosità, un civettuolo richiamo alle sue origini quasi aristocratiche. Il profumo deciso svela delicate note che solleticano l’olfatto incuriosendo il degustatore anche provetto. E’ comunque l’eleganza dell’insieme che ne fanno delle bollicine da tenere in gran conto per provare emozioni nuove rispetto ad un normale Brut, della stessa Franciacorta.
Lo abbiamo decretato non inferiore ai celebri ‘cremant’ delle terra di Champagne, che hanno fatto la storia, e che dal 1994, secondo una direttiva Cee, non potranno più essere chiamati ‘cremant’, in attesa di assegnare loro una nuova definizione. Si trattava di Champagne elaborati in modo tale da sviluppare meno anidride carbonica, e con una pressione in bottiglia più bassa del tradizionale metodo Champenoise.
Il risultato era una spuma più morbida e più tenue, e carezzevole il suo svolgimento. Una vivacità inferiore in cambio di una cremosa setosità.
Il Consorzio Franciacorta ha tagliato corto definendo Satén questo particolare spumante che sta conquistando nuovi estimatori, specie tra i consumatori più colti e ‘navigati’.
(Nella foto, il fax-simile di una delle tre schede utilizate per il Test sui vini)
Lo abbiamo provato, oltre che come aperitivo, abbinandolo ad un pasto intero con più soluzioni gastronomiche…tenendo conto della sua particolare ‘tipicità’. Ricordiamo soprattutto la sua ‘effervescenza’, che risulta coinvolgente per la vellutata cremosità che comunque non attenua, per fortuna, il suo piacevole tono ‘acido’.
Nostro è il giudizio finale che segue, e non pretende di superare gli altri, che hanno apparati sensoriali, magari più accorti o integralisti. Per noi si tratta di un Brut che ha tutte le carte in regola per farsi partner di palati e olfatti pretenziosi...ma sereni. La sua eleganza, d’altronde, e alcune risposte olfattive nelle quali si evidenzia una delicata tostatura, sono il tocco finale di queste bollicine coi ‘fiocchi’.

- Terre di Franciacorta Rosso Doc  ‘Vigna Santella del Gröm'

Non eravamo preparati a confrontarci con un rosso di buona struttura, come questo Terre di Franciacorta Rosso, che pur non avendo la forza di un grande Barolo o Barbaresco, tuttavia se ne comprende  la razza, degustandolo, abbinato a delle carni di buona struttura.
Lo abbiamo sposato ad una tagliata, tratta da filetto di manzo di razza  bovina piemontese, che già di per se si fa condizionatrice per via della qualità elevata della carne tanto da richiedere massima precisione o affidabilità in un matrimonio di per se di alto livello.
(Nella foto, la bottiglia del 'Terre di Franciacorta Rosso' degustata)
La tagliata era stata governata con un tocco di salsa a base di vino rosso, e alcune erbe aromatiche, e ginepro, e resa più invitante con alcune gocce di un aceto balsamico ‘stravecchio’ (che di aceto aveva ben poco) aromatico e di grande spessore organolettico che non avrebbe cozzato con la severità del vino abbinato.
Si avvertiva la pratica di affinamento effettuata senz’altro in legno con una adeguata permanenza  tanto da far assumere una gamma di profumi e sapori di tutto rispetto, ‘sistemati ‘in modo ben equilibrato nella struttura complessiva che ha rivelato una dominante nota di piccoli frutti neri come la mora selvatica. Ma tutto è stato all’altezza del compito difficile che gli era stato affidato: far da supporto ad una splendida, gustosa tagliata di ottima carne di manzo, appena scottata, che le spennellate di una salsa aromatica e quasi forte aveva reso ancora più gustosa e quindi difficili da raggiungere in sapori altrettanto audaci.

(Nella foto sotto, si versa nell'apposito calice il Terre di Franciacorta Rosso, servito alla temperatura di 17°)
Ma questo Rosso, non solo non ci ha deluso ma ha confermato che la Franciacorta, Patria di splendide uve bianche come lo Chardonnay che vinificato in purezza dà superbe bollicine, può anche dare uve rosse di buona forza per ottenere vini rossi come questo Terre di Franciacorta Rosso ‘Vigna Santella del Gröm’ firmato Ricci Curbastro. Possiamo essere certi che si deve ad un accorto processo di vinificazione delle uve, che dosate come partecipazione in percentuale dell’insieme, abbiano creato questo Rosso che ha visto l’unanime favore dei degustatori, meravigliati di tanto spessore, avendo memorizzato la razza dei due Franciacorta Docg (l’Extra Brut e il Brut Saten) sembrava impossibile provare emozioni gustative in un calice di rosso della stessa terra.

FINALE GIUDIZIO DI MERITO
- Franciacorta Docg Extra Brut
Nulla da eccepire sull’aspetto visivo (colore e bollicine) giacché alla sola vista si immaginavano virtualmente gli aspetti sensoriali più materiali. All’olfatto una definita gamma di profumi nei quali i nasi più smaliziati e ‘colti’ hanno avvertito un cenno dei lieviti, ma anche di frutti come l’albicocca; al palato l’insieme della struttura ha rilevato un buon corpo,  ed era evidente. La morbidezza ha denotato la classe. Questo il riassunto in numeri delle sensazioni olfatto-gustative.
Voto da 17/20 a 19/20. Media delle sette valutazioni: 18,5/20 e una generale positiva approvazione dei vari parametri sensoriali.
Un plauso generale per l’impatto visivo e olfatto gustativo che ha generato un complessivo plauso per la finezza, l’eleganza e soprattutto le più che positive note registrate già all’olfatto.
(Nella foto, Paola Franchino, del Consiglio OIFB, degusta il Satén)
Ci ha convinto soprattutto la sua morbidezza ‘vellutata e coinvolgente’ tanto da farci definire questo Brut Satén: 'bollicine di razza superiore'. Il riferimento alla nota ‘acida’ non adombrata dall’insieme della cremosità e morbidezza, giustifica appieno la definizione di 'Brut'. Si può ben dire con Orazio che  su queste positività “Jurare in verba magistri”.

Non vogliamo atteggiarci a ‘magistri, ma da consumatori accorti e una cinquantina di anni di itineranti andirivieni tra vigne e cantine: questo è il nostro giudizio.
Sappiano gli eventuali detrattori di questo nostro giudizio, che “Nec scire fas est omnia”- Non è concesso ad alcuno di sapere tutto –, ancora secondo Orazio.
Voto da 18,5/20 a 19/20. Media delle sette valutazioni: 18,95




Franciacorta Rosso Doc – Vigna Santella del Gr
öm
Siamo convinti che questo rosso sia frutto di una severa selezione di uve, in coincidenza di annata di particolare favore. Non possiamo certo dilungarci nel giudizio, come per i due Franciacorta Docg, ma l’impressione generale è stata più che positiva, per via della non immaginata ‘qualità’ dei vini rossi in una terra pensata soprattutto come patria dello Chardonnay, e delle relative bollicine di classe’, e di uve bianche in genere.
Si è però, proprio nel rosso, riconfermata l’elevata capacità di selezionare e vinificare le uve giuste, da parte degli uomini che lavorano in vigna e in cantina sotto l’egida dei Ricci Curbastro.
Voto da 16/20 a 17,5/20. Media delle sette
valutazioni: 17/20


 

                       
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(IN BREVE LA PRESENTAZIONE DELL’AZIENDA RICCI CURBASTRO, LIMITANDOCI ALLE NOTIZIE UFFICIALI REDATTE DALLA STESSA E SEGUITE DA UN CONCLUSIVO GIUDIZIO GENERALE CON  ‘IL PUNTO DI AQL')
 
PROFILO DEI RICCI CURBASTRO
I Ricci Curbastro hanno secolari tradizioni agricole in Romagna (Azienda Agricola Rontana) e in Lombardia nell’azienda in Franciacorta.

(Nella foto, la cartina del territorio della Franciacorta, il rosso simbolo indica la posizione dell'Azienda Ricci Curbastro a Capriolo).

Qui si producevano vini in bottiglia già nel 1885. Oggi l’azienda Ricci Curbastro ha 25 ettari di vigneti, una vasta cantina sotterranea nel parco di villa Evelina sempre aperta al pubblico con il Museo Agricolo e del Vino, una realtà unica in Franciacorta. Sala convegni, appartamenti per agriturismo, attività didattiche per le scuole completano l’offerta.

Il 'Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro'
Ospitato nei rustici dell’azienda, unico nel suo genere in Franciacorta, il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro espone migliaia di oggetti, utensili, attrezzi che un tempo venivano usati in campagna, nelle cantine, nelle case, raccolti in sale a tenia ed illustrati con stampe e quadri. Ingegnosi attrezzi, manufatti di grande valore, semplici oggetti d’uso quotidiano raccontano la vita e i lavori contadini di un tempo, con particolare riguardo alla viticoltura.

(Nella foto, un angolo del Museo)
La visita al Museo è sempre possibile, preferibilmente su prenotazione. La prenotazione è richiesta per i gruppi. Fattoria e Museo didattici
Per la scuola è stato creato il programma “Giochiamo e impariamo con Acinello”. La visita guidata al Museo è divenuto un percorso commentato ed animato, dalla vite alla bottiglia, avente per tema la produzione del vino. Ai bambini viene inoltre proposto un laboratorio di educazione al gusto e dell’olfatto. Il laboratorio è condotto in forma ludica da un animatore; ciascun studente impara a conoscere attraverso l’uso consapevole dei sensi alcuni alimenti, imparando a giudicarne la genuinità e compilando una scheda organolettica con un sommdier professionista. Inoltre è stato stampato un sussidio didattico, in tre versioni per i tre livelli scolastici, da riportare a scuola od utilizzare a casa con tanti giochi e notizie utili sulla produzione del vino (informazioni e prenotazioni tel. 030 736094).
Sala conferenze: 220 mq di superficie, con tetto trabeato e vista sul parco, 100 posti a sedere, la Sala conferenze fa da cornice a mostre e manifestazioni promosse dall’azienda ed è disponibile su richiesta per meeting aziendali, incontri culturali e degustazioni.
Vacanze in agriturismo: dormir, con fiori e farfalle
Una vacanza nel verde e nella natura? Chi cerca silenzio e tranquillità e non vuole rinunciare alle comodità di una casa ben attrezzata, trova tutto ciò nei 7 appartamenti dell’Agriturismo annesso all’azienda. Raffinati e curati nei minimi dettagli, sono stati ricavati dalla recente ristrutturazione di una vecchia cascina, che si trova di fronte a Villa Evelina e si affaccia sui vigneti. A contraddistinguere ciascuno di essi c’è un fiore o un piccolo animale, a cui si richiamano le decorazioni interne, le tappezzerie, le stampe e gli stencil alle pareti, la biancheria. Di varia ampiezza, gli appartamenti sono in funzione tutto ranno e tutti dispongono di una cucina attrezzata e sono affittati completi di biancheria.

Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro compie vent’anni e gli abbiamo regalato un marchio
Vent’anni sembrano tanti per un progetto che allora, era il sabato 12 Luglio 1986, appariva velleitario ma nell’Azienda Agricola Ricci Curbastro ci si era resi conto che la propria lunga tradizione produttiva in Franciacorta era vista da clienti ed amici come qualcosa da conservare, qualcosa di “mirabile” e che esisteva il problema di ricordare le cose e le tradizioni che stavano scomparendo.
(Nella foto, una delle sale, con vecchi strumenti di lavoro)
Fin dall’inizio fù chiaro che non si trattava di una semplice esposizione, di una raccolta straordinaria di oggetti salvati dalla passione di Gualberto Ricci Curbastro, ma che la collezione si caratterizzava per essere un Museo Aziendale con un
- rapporto dichiarato con il pubblico: poiché i musei sono simili ad altri mezzi di comunicazione contemporanea si è scelto fin dalla apertura che fosse una persona (guida) il collegamento, niente affatto didattico, tra l’oggetto inanimato ed il pubblico. Particolare attenzione è stata posta sulla preparazione di questo personale, interno all’azienda e part-time per coprire tutta la settimana. I risultati ottenuti in termini di soddisfazione dei visitatori, fldelizzazione e passa parola non fanno rimpiangere l’assenza di monitor e registratori portatili;
- definizione di obbiettivi specifici: quali la rappresentazione storica dell’Azienda, la promozione aziendale, la trasmissione di una cultura agricola, quella della Franciacorta, altrimenti destinata all’oblio o &1 una interpretazione solo “moderna” dovuta ai successi recenti di questa Denominazione, E’ evidente che il nostro Paese comincia solo ora a collegare la propria tradizione materiale ad una coscienza culturale riempiendo il vuoto creato dalla separazione tra cultura “materiale” e cultura “alta”, tra attività pratiche degli italiani (ivi inclusi i cibi, il vino e le loro tradizioni locali) ed i valori culturali di riferimento; il Museo si è dimostrato una scelta vincente in anticipo rispetto al boom che oggi vivono queste realtà del Made in Italy e la crescente domanda di turismo enogastronomico
- uno spazio fisico adeguato all’ esposizione della raccolta: alle tre sale realizzate inizialmente ristrutturando fienile, scuderie e porticati costruiti nel 1875 dall’Arch. Antonio Tagliaferri, seguendo le esigenze di crescita non solo della raccolta ma anche delle attività museali, furono aggiunti nel 1995 la sala espositiva e per conferenze (100 posti, 220 mq, più servizi tecnici) ed un percorso espositivo anche in cantina.
(Nella foto, una raccolta di strumenti agricoli)
Nel 2001 è stata completata la nuova biblioteca (80 mq con scaffali per oltre 2500 volumi). L’esposizione comprende oggi oltre 3000 oggetti;
- definizione delle modalità di apertura al pubblico: orari prefissati (8.30-12.00 14.00-18.00), aperto tutta la settimana fin dalla sua inaugurazione,
Per i gruppi è richiesta una prenotazione che risponde all’esigenza di avere eventualmente più Guide disponibili. L’ingresso, dal 1997, è a pagamento; la visita comprende oltre al Museo le cantine con illustrazione del ciclo di produzione del Franciacorta DOCG e degustazione. Le entrate del Museo sono interamente utilizzate a copertura dei suoi costi e per la realizzazione delle sue iniziative;
- realizzazione di un calendario di eventi culturali, mostre e conferenze nell’ambito del progetto “La piazzetta del Villaggio”. Dal 1995 anno di inizio di questo progetto sono state 36 le manifestazioni organizzate in proprio o con la collaborazione di altri enti che operano in Franciacorta ed hanno costituito per migliaia di visitatori un motivo per scoprire o tornare al Museo apprezzandone anche il carattere di “organismo vivente” che si sviluppa gradualmente e si aggiorna in modo continuo (NDR nel 2002 e 2003 il programma era stato sospeso in concomitanza con i lavori di ampliamento della cantina);
- nel 2002 ha quindi preso infine forma il progetto per la scuola “Giochiamo e impariamo con Aclnelio”; la visita guidata al Museo è diventato un percorso commentato ed animato, dalla vite alla bottiglia, avente per tema la produzione del Franciacorta.
(Nella foto, una serie di attrezzi e contenitori per l'arte vinicola)
Ai bambini viene inoltre proposto un laboratorio di educazione al gusto e dell’olfatto che è condotto in forma ludica da un animatore: ciascun studente può così scoprire attraverso l’uso consapevole dei sensi alcuni alimenti, imparando a giudicarne le differenze di gusto, freschezza e genuinità. Inoltre viene stampato un libretto didattico, in tre versioni per i tre livelli scolastici, da riportare a scuola od utilizzare a casa con tanti giochi e notizie utili sulla produzione del vino.
Gualberto Ricci Curbastro, ricorda: “400 visitatori il primo anno, ci sembrava già un’enormità, da cinque anni a questa parte sono oltre dodicimila all’anno (12.350 nel 2005), e tanta gente ritorna a distanza di tempo, ci chiede le novità. Ho solo un rammarico: mi piacerebbe avere più posto per esporre anche i tanti oggetti che ancora conserviamo in due magazzini del Museo, abbiamo alcune idee in proposito, vedremo quando realizzarle.”
Riccardo Ricci Curbastro, in azienda con il padre da “28 vendemmie”, come tiene a sottolineare, ci racconta del marchio: “abbiamo affidato alla creatività di Francesco Carnevale dell’Agenzia Zowart di Roma il compito di riassumere un concetto per noi fondamentale quale l’essere un Museo che vive nel presente della Franciacorta raccontandone anche il passato.
(Nella foto, altri strumenti 'enologici')
Ecco allora la vecchia forca che ricorda la M di Museo ma la cui ombra si stende a disegnare una bottiglia di Franciacorta con il suo inconfondibile marchio, la F merlata simbolo dei vini e del territorio. Non a caso le strutture fisiche del Museo sono strettamente connesse ai fabbricati della nostra cantina così che vi sia un continuo passaggio dalla storia alla realtà odierna.”
Chiediamo a Gualberto Ricci Curbastro se vi saranno i fuochi d’artificio per un compleanno così importante, sorride e ci risponde: “niente fuochi, sarebbe bello magari un gran falò come si faceva una volta per bruciare la vecchia a metà quaresima, piuttosto stiamo preparando una serie di eventi
per festeggiare il compleanno in occasione del VII Festival del Franciacorta (16-17-18 Settembre 2006) il principale sarà la presentazione di un nuovo libro sul Museo”
(Nota: il primo libro venne pubblicato dal Museo nel 1988, si intitolava “Immagini di cultura contadina” ed era stato scritto da Gualberto Ricci Curbastro e Paolo Pinti, con fotografie di Giuseppe Prandelli)
I numeri del Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro:
- oltre 130.000 visitatori dall’apertura nel luglio del 1986
- quattro sale espositive, una biblioteca, percorso espositivo anche in cantina
- oltre 3500 oggetti esposti, 2500 i volumi della biblioteca
- 28 scolaresche in visita con il Progetto “Giochiamo e impariamo con Acinello” in tre anni dal 2003
- non quantificabili le ore di lavoro annuali necessari per la manutenzione e la pulizia degli oggetti, non quantificabili le ore spese per guidare i turisti in visita, non quantificabili ma enormi la passione e la dedizione per il Museo di tutto il  personale dell’Azienda Agricola Ricci Curbastro! Grazie a loro il Museo vive.

“La Franciacorta in cucina, tra storia e ricordi”

E’ questo il titolo del libro pubblicato dal Museo Agricolo e del Vino in occasione del ventesimo anniversario dell’apertura. (Nella foto accanto, AQL ne sfoglia alcune pagine)
L’opera, un agevole volume di un centinaio di pagine, ripercorre la storia delle tradizioni gastronomiche franciacortine attraverso i saggi di Marino Marini (La cucina bresciana), Gualberto Ricci Curbastro (In cucina), Giovanni Tabarelli (Lo spiedo), le ricette storiche proposte da chef e ristoratori di questo meraviglioso territorio (Bruno Bosio all’Osteria Cascina Dòss di Iseo, Gualtiero Marchesi al Ristorante Marchesi di Erbusco, Stefano Cerveni alla Locanda Due Colombe di Rovato, Alessandro Cappotto al Ristorante Castello Malvezzi di Mompiano di Brescia, Mauro Piscini al Ristorante Miramonti l’Altro di Concesio; Vittorio Fusari all’Osteria del Volto di Iseo, Bruno Zamboni e Gabriella Gasparini al Ristorante Il Palafreno a Bornato di Cazzago) ed infine ricette pensate in abbinamento ai vini di Franciacorta pubblicate in questi ultimi anni da varie testate.
I testi sono accompagnati dalle fotografie (realizzate da Beppe Prandelli, studio fotografico in Capriolo fin dagli anni ‘30) di decine di antichi oggetti da cucina e da osteria appartenenti alla collezione del Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro.
Il libro è stato realizzato anche grazie al contributo determinante della Banca di Credito Cooperativo di Pompiamo e Franciacorta che come dice il suo Direttore Generale Luigi Mcnsi “non ha saputo restare indifferente di fronte ad un patrimonio di reputazione storica... a vent’anni di operoso lavoro da consegnare a chi è interessato a scoprire ciò che non ha mai visto e a chi, rammentandosi con nostalgia del passato, ricorda la fatica del farsi delle stagioni sotto il sole o nel gelo per trarre vita dalla terra.. .il farsi di una memoria che, a poco a poco, si trasforma in realtà da vivere
Riccardo Ricci Curbastro sottolinea anche il grande valore di questa iniziativa congiunta tra l’Azienda Agricola Ricci Curbastro e la BCC di Pompiano e Franciacorta che “hanno creato una sorta di network spontaneo, un consorzio di imprese così diverse tra loro ma capaci di considerare l’investimento in cultura non soltanto un momento di sviluppo della propria attività ma anche di sviluppo di un territorio, la Franciacorta, che tanto deve al lavoro di squadra, come peraltro dimostrano le molte firme che hanno dato vita al libro”.
Gualberto Ricci Curbastro non nasconde l’emozione per la stampa di questo libro che corona un sogno di vent’anni: “trasmettere ad altri l’amore per il nostro mestiere di agricoltori, tenere viva la memoria di generazioni di contadini che è storia minore, ma storia mirabile come testimonia l’entusiasmo degli oltre 12.000 visitatori che ogni anno scoprono il Museo”.

(Nella foto, alcune delle pagine del prezioso volume)
Così a fianco del nuovo marchio del Museo presentato a luglio, del progetto di didattica per le scuole “Giochlatm’ e Impariamo con Acinello”, del calendario di iniziative culturali “La piazzetta del villaggio” che già vede in cantiere importanti progetti per il 2007, della news letter “il Riccio” si comincia a pensare ad una collana di libri che “raccontino” i diversi aspetti del Museo.
Sognare.. .perché no, sembrava un sogno far brindare con i nostri Franciacorta russi, americani, giapponesi, cinesi, tedeschi, svedesi, inglesi.. .italiani.. .ed è oggi una realtà grazie ai mercati raggiunti dall’Azienda Agricola Ricci Curbastro.
Il volume, 96 pagine a colori, è stato curato e stampato da La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori di Roccafranca BS e sarà distribuito in libreria o presso l’azienda.


PROFILO DEI RICCI CURBASTRO
I Ricci Curbastro hanno secolari tradizioni agricole in Romagna (Azienda Agricola Rontana, wv.rontana.it) ed in Lombardia, qui nell’azienda in Franciacorta si producevano vini in bottiglia 8ià nel 1885. Oggi l’azienda Ricci Curbastro ha 25 ettari di vigneti, una vasta cantina sotterranea nel parco di villa Evelina sempre aperta al pubblico con il Museo Agricolo e del Vino, una realtà unica in Franciacorta. Sala convegni, appartamenti per agriturismo, attività didattiche per le scuole completano l’offerta.
(Nella foto da sinistra, Gualberto Ricci Curbastro e il figlio Riccardo)
Il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro
Ospitato nei rustici dell’azienda, unico nel suo genere in Franciacorta, il Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro espone migliaia di oggetti, utensili, attrezzi che un tempo venivano usati in campagna, nelle cantine, nelle case, raccolti in sale a tenia ed illustrati con stampe e quadri. Ingegnosi attrezzi, manufatti di
grande valore, semplici oggetti d’uso quotidiano raccontano la vita e i lavori contadini di un tempo, con particolare riguardo alla viticoltura.
La visita al Museo è sempre possibile, preferibilmente su prenotazione (Tel. 030 736094 orario ufficio).
La prenotazione è richiesta per i gruppi. Fattoria e Museo didattici
Per la scuola è stato creato il programma “Giochiamo e impariamo con Acinello”. La visita guidata al Museo è divenuto un percorso commentato ed animato, dalla vite alla bottiglia, avente per tema la produzione del vino. Ai bambini viene inoltre proposto un laboratorio di educazione al gusto e dell’olfatto. Il laboratorio è condotto in forma ludica da un animatore; ciascun studente impara a conoscere attraverso l’uso consapevole dei sensi alcuni alimenti, imparando a giudicarne la genuinità e compilando una scheda organolettica con un sommelier professionista. Inoltre è stato stampato un sussidio didattico, in tre versioni per i tre livelli scolastici, da riportare a scuola od utilizzare a casa con tanti giochi e notizie utili sulla produzione del vino (informazioni e prenotazioni tel. 030 736094).

Sala conferenze
220 mq di superficie, con tetto trabeato e vista sul parco, 100 posti a sedere, la Sala conferenze fa da cornice a mostre e manifestazioni promosse dall’azienda ed è disponibile su richiesta per meeting aziendali, incontri culturali e degustazioni.
Vacanze in agriturismo: dormir, con fiori e farfalle
Una vacanza nel verde e nella natura? Chi cerca silenzio e tranquillità e non vuole rinunciare alle comodità di una casa ben attrezzata, trova tutto ciò nei 7 appartamenti dell’Agriturismo annesso all’azienda. Raffinati e curati nei minimi dettagli, sono stati ricavati dalla recente ristrutturazione di una vecchia cascina, che si trova di fronte a Villa Evelina e si affaccia sui vigneti. A contraddistinguere ciascuno di essi c’è un fiore o un piccolo animale, a cui si richiamano le decorazioni interne, le tappezzerie, le stampe e gli stencil alle pareti, la biancheria. Di varia ampiezza, gli appartamenti sono in funzione tutto ranno e tutti dispongono di una cucina attrezzata e sono affittati completi di biancheria.

Profilo di Riccardo Ricci Curbastro
Nato a Roma il 3 Luglio 1959, agronomo ed enologo, coniugato, con tre figli, dal 1979 si occupa con il padre della propria azienda agricola vitivinicola (Az. Agr. Gualberto Ricci Curbastro e Figli) a Capriolo (BS) in Franciacorta nella quale ricopre gli incarichi di amministratore e responsabile del marketing e produzione e dell’azienda agricola Rontana, recentemente realizzata sulle colline di Brisighella (Ravenna).
Dal 1989 al 1995 è stato Presidente dell’ANGA Associazione Nazionale Giovani Agricoltori. In Confagricoltura ha ricoperto diversi incarichi nella Sezione Economica Vitivinicola Nazionale e nella Federazione Nazionale Coltivazioni Arboree, membro della Commissione Ambiente e Caccia.
(Nella foto, Riccardo Ricci Curbastro, in una Mostra in Germania, presenta i 'suoi' vini)
Dal 1993 al 1999 è stato Presidente del Consorzio Vini a Denominazione d’Origine Franciacorta e dal Maggio 1998 è Presidente della FEDERDOC Confederazione Nazionale dei Consorzi di Tutela dei Vini a Denominazione di Origine.
Dal Giugno 1998 Presidente di AGRITURIST Associazione Nazionale per l’Agriturismo, l’Ambiente e il Territorio.
Dal 1999 Accademico Corrispondente dell’Accademia della Vite e del Vino. Dal 2000 Accademico Corrispondente dell’Accademia dei Georgofili.
Dal 2001 Accademico Corrispondente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura.
Ornitologo e fotografo naturalista per passione, ha collaborato a ricerche sul campo, alla realizzazione di alcuni progetti del WWF Italia e numerose sue fotografie sono state pubblicate sulle principali riviste e giornali italiani.

Confidenziale...
TANTI NOMI, UN’UNICA STORIA

Ci capita spesso che i visitatori della cantina e del Museo Agricolo e del Vino Ricci Curbastro ci chiedano da quanto tempo esista questa realtà la risposta invariabilmente va indietro di molti secoli all’insediamento dei nostri antenati in Franciacorta, oppure ai fabbricati dell’azienda ed alla Villa disegnati dall’architetto Antonio Tagliaferri tra il 1873 ed il 1874 e subito realizzati, oppure a quelle etichette della vendemmia del 1885 che abbiamo recentemente ritrovato negli archivi.
(Nella foto, il gruppo degli ideatori della grande impresa)
Eppure c’è una storia anche di uomini che non abbiamo ancora scritto e che abbiamo voluto rendere visibile con una recente iniziativa.
Nel Museo sono conservati molti strumenti (la pigiadiraspastrice, il refrattometro ecc.) acquistati da mio bisnonno Antonio, quegli strumenti sono stati utilizzati da uomini i cui pronipoti sono ancora a mio fianco ogni giorno nella conduzione dei vigneti, della cantina e dell’agriturismo. Sono cresciuto infatti insieme a Gianluigi Loda, Giuseppe Zerbini ed Evelina Loda. Me ne ricordo perfettamente il padre e zio Giacomo Loda, e da mio padre tante volte sento narrare di loro nonno Luigi che oggi posso quasi dire di averlo conosciuto bene anche se ero troppo giovane quando lui morì.
A questa storia di collaborazione che ha permesso la vita di intere famiglie ma soprattutto di una entità pulsante come l’azienda agricola abbiamo deciso di rendere omaggio intitolando una sala della nostra cantina ad ognuno di coloro che vi lavorò.
Di Luigi Loda e suo figlio Giacomo ho già detto, cominciarono a lavorare per mia nonna Evelina nel 1947, dapprima come mezzadri e poi con l’avvento della conduzione diretta il loro figlio e nipote Gianluigi fu assunto come salariato agricolo, nel 2005 dopo oltre 30 anni di collaborazione èGianluigi è andato in pensione.
Giuseppe Zerbini è figlio di una sorella di Giacomo, così come Evelina è figlia di Piero, un altro fratello di Giacomo.
Giacomo Marini lavora con noi in azienda da qualche anno ma da sempre c’è stata tra noi una stretta collaborazione; ma suo padre Virginio detto Gino e suo nonno Giacomo lavorarono in azienda dal 1947 per un ventennio ed a loro sono dedicate altre due sale. Francesco Loda detto Pacio e sua moglie Angela curarono il giardino di Villa Evelina per oltre 15 anni e loro genero Luigi Vitali lavorò con noi dal 1969 come salariato agricolo finché non morì in un terribile incidente stradale, poche giorni dopo avrebbe lasciato il suo incarico nell’allevamento avicolo per cominciare a lavorare in cantina.
Le targhe con tutti questi nomi a noi così cari sono state realizzate con la tecnica antica dello smalto cotto a fuoco da un artigiano belga e accolgono tutti coloro che visitano la nostra cantina.

Note sul Franciacorta Satèn Brut
(Redatte dall’Enologo Dott. Riccardo Ricci Curbastro)
Il Franciacorta Satèn viene presentato dai depliant del Consorzio Vini Franciacorta con la seguente descrizione: è la tipica espressione dell’ armonia, del piacere e del gusto. E’ ottenuto solo con uve Chardonnay (prevalenti) e Pinot bianco con una pressione inferiore o uguale a 4,5 atmosfere, contenuto di zucchero non superiore a 12-15 g/litro. cioè solo nella tipologia di sapore brut. Le caratteristiche e le peculiarità sensoriali che identificano e differenziano il Franciacorta Satèn sono il perlage finissimo e persistente quasi cremoso, il colore giallo paglierino anche intenso con riflessi verdognoli, sfumato ma deciso profumo di frutta matura, accompagnato da delicate note di fiori bianchi e di frutta secca anche tostata (mandorla e nocciola) al gusto, una piacevole sapidità e freschezza si armonizzano con un’ innata morbidezza che ricorda le sensazioni delicate della seta. E’ cremoso, armonico e morbido, ideale a tutto pasto, ma eccezionale con paste al forno, i risotti delicati, e piatti a base di pesce.
In particolare vorrei soffermarmi su quel chiaro riferimento alla seta che già dal nome facciamo. La seta è stoffa morbida e consistente; tale deve essere anche il vino con una morbidezza che deriva dalle sue basi e non dal dosaggio (infatti è solo Brut, nel nostro addirittura piuttosto secco essendo dosato a soli 7 gr/l) e cremoso e consistente per poter accompagnare il pasto. Questa proposta del Franciacorta ha il merito di proporre un vino che si consuma ogni giorno, senza la necessità di “un evento particolare” da festeggiare e non interferendo con la tradizionale proposta di un Franciacorta Extra Brut o Brut come aperitivo o con un antipasto leggero.
Per giungere a questo risultato abbiamo pensato ad un vino completamente diverso dai nostri Franciacorta, infatti al di là della atmosfera in meno (prevista dal disciplinare) tutto nella lavorazione di questo vino è fatto diversamente per arrivare al risultato del “pasteggiare”. Uve solo Chardonnay fermentate in barrique per garantire al massimo struttura, concentrazione ed eleganza. Il contatto con i lieviti è mantenuto per tutta la permanenza in barrique (7-8 Mesi) e per i successivi 30-36 mesi di bottiglia garantendo note speziate eleganti combinate con lieviti che ricordano note biscottate e mandorlate. Il risultato finale è per certi versi grasso, ma sempre equilibrato. Certamente non è un Franciacorta Brut tirato con una atmosfera in meno! Al Brut chiediamo fragranza, maturi aromi di frutta ma anche freschi profumi di fiori selvatici ed una freschezza finale; dal Satèn pretendiamo cremosità, armonia e morbidezza per accompagnare un pranzo. Questa interpretazione del Satèn e una costante promozione delle sue caratteristiche ci hanno permesso di affermare questo Franciacorta.

IL PUNTO DI AQL
...il punto è che non sono mai riuscito ad essere conciso nelle mie dissertazioni, o nei giudizi di merito - una delle mie tante debolezze - affrontando la storia e gli accadimenti che riguardano il vino e soprattutto la cultura del vino e per il vino. Come potrei ora, spero avendone i meriti, non parlare con qualche riga in più di una Famiglia protagonista che tiene vigna e cantina, oltre che in altri luoghi, principalmente nel cuore della Franciacorta.
Questo angolo di Lombardia è cuore pulsante d'idee. Cuore non geometrico o geografico, giacché Capriolo, sede dell'Azienda Ricci Curbastro, si trova sul confine occidentale della celebre zona vitata. Vorrei essere spericolato nei giudizi su questa azienda, pur nel rispetto dell'etica professionale, poiché non desidero essere condizionato da un becero conformismo di maniera, come quello usato, spesso, da alcuni falsi profeti che scrivono e parlano di vino spacciandosi per ‘maestri’, anche se approdati al 'mestiere' solo da poche stagioni, i quali mi contestavano, almeno alcuni, la mia certezza che anche in Franciacorta e in Trentino lo Chardonnay poteva esprimere il massimo, come in terra di Borgogna e nella Champagne, pur con le differenze dovute ai vari habitat.
Avevo cercato interesse per questo vitigno, ed ero rimasto affascinato dal sapere dei due protagonisti della grande rivincita dello Chardonnay trapiantato in Trentino. Avevo, infatti, conosciuto Bruno Lunelli (se non vado errato fu nel 1970, o giù di li), e solo per poco meno di una stagione quel Giulio Ferrari che fu migrante operoso e intuitivo, che dalla Francia ‘champagnera’ portò in Italia il 'metodo' e certamente la 'cultura' dello Chardonnay. Allora ero assiduo frequentatore di vigne e cantine trentine tanto da diventare un ‘tifoso’ di quei vini.
Tornando a noi, scopro la Franciacorta e i suoi vini in tempi relativamente recenti, rispetto alla sua storia, tanto che nel diario delle mie passate esperienze, si registra l’assegnazione (sul finire degli anni ’70) del ‘Premio Momus Brera’, del quale ero l’ideatore, ad alcune aziende di fama internazionale, tra queste anche ad un’Azienda franciacortina.
Conobbi a quel tempo, tra gli altri, oltre a Vittorio Moretti e Maurizio Zanella, anche altri maestri di vigna e cantina, ma sarà soltanto negli anni recenti che m’interessai, particolarmente,a questa zona con ripetuti contatti e appassionanti discussioni con celebri firme dell’enologia e del mondo vitivinicolo. Sarà proprio la Franciacorta, e lo stesso Trentino, a farmi comprendere meglio che a volte un territorio adottivo di un vitigno, può regalare vini di superiore qualità, come è il caso di celebri bollicine prodotte in queste due nostre patrie viticole, che affidano proprio allo Chardonnay il ruolo di vitigno principe per fare vere e proprie opera d’arte enologica.
Del Trentino e di quest’uva magica, ho già scritto e detto molto, ma come al solito cerco di avvalorare l’ipotesi che un vitigno, di una certa terra con il suo clima (habitat pedoclimatico), può trovare in altri habitat idealità insperate. M’intriga l’ipotesi sul villaggio di Chardonnay nella zona del Mâconnais, che sembra sia la patria ufficiale di tal nobile vitigno. E a noi ‘che ce ne cale’ di quest’ipotesi, se in alcune nostre vigne, come è il caso della Franciacorta o del Trentino, lo Chardonnay fa vibrare di emozioni quando si stappano bottiglie di bollicine d’annata, che possono competere con quelle transalpine? Emozioni che ho provato anch’io in diretta sul posto, e rimango sempre più convinto che, a volte, la discussione sui vitigni autoctoni sia fuorviante. 
Non fu sempre facile per me capire e quindi suggerire o immaginare ipotesi, o verità definitive, essendo estraneo alla scientificità in quel settore, in quanto solo redattore di testi, di saggi e di qualche opera anche più impegnativa, come quella che si realizza in tre volumi, sulla storia dell'uomo attraverso il suo cibo, sui quali ho lavorato per almeno trent'anni. Scrivevo già tempo addietro, in un capitolo del mio volume ‘A cena con Isidora’,  “che fu proprio il sapere sui vitigni che m'intrigò a tal punto quando nel 1964, ospite di un vignaiolo della Valle del Tulum, nella provincia di San Juan (Argentina), ai piedi della Cordigliera delle Ande, rimasi male nel tentare di avversare il sapere di quel vignaiolo che mostrandomi una fertilissima pianta, o vitigno, di uva bianca, il cui frutto viene generalmente consumato fresco o al massimo come uva 'avvizzita' per comporre razioni dolci, o anche per farne vino, mi voleva convincere che quello era un classico vitigno italiano, scoperto per caso lungo i profili di un'antica vigna della bassa Cordigliera.
'Moscatel Italia'!, mi urlava forte, ed io, forse perché digiuno, non ne ravvisavo gli elementi caratteriali da farlo somigliare ad un Moscatello di casa nostra che mi avevano mostrato orgogliosi alcuni contadini della bassa Sabina molti anni addietro. Da allora cercai di capire, forse non riuscendoci mai, il significato vero di un vitigno con i suoi condizionamenti di natura genetica o ereditaria, o delle codificazioni tecnico-scientifiche che incidono in modo decisivo a formare i caratteri di un vino, anche rispetto ad uno stesso vitigno ma di clone leggermente diverso, e soprattutto in relazione all'ambiente che l'ospita. In tempi relativamente recenti mi accorgo che tornano in voga gli 'autoctoni', quasi un'anarchica risposta, anche un po' razzista, verso i vitigni 'internazionali' che hanno conquistato vigne di fuorivia, fregandosene delle abitudini, dei riti sacrali che avvengono nei vigneti di mezzo mondo, dove si cerca di mantenere intatte le radici del poco sapere che nei secoli scorsi, o anche fino a poco più di un secolo fa, aleggiava nelle menti e nelle azioni dei contadini e vignaioli nostrani, a cominciare da quelli della terra che mi ha dato i natali, il cui vino, come asseriva Plinio, era malapena meritevole di entrare in un anonimo, mediocre boccale di coccio. Se dovessimo dare retta a Plinio, a Columella, al mio concittadino Terenzio Varrone, o ai rari indizi di Catone, forse l'effetto globalizzazione fu non solo positivo, ma diede ancora più forza alle varie civiltà vitivinicole, che scoprirono la 'bontà' di alcuni vini prodotti da uve importate da altre civiltà o culture. Ma lo stesso Plinio, forse in modo un po' avventato, afferma, contraddicendosi, che ‘alcune viti hanno un tale amore per il loro terreno che lasciano ad esso tutta la loro fama e non possono essere trasferite in alcun luogo senza che la loro qualità venga intaccata’.
Non vorrei passare per 'bastian contrario', ma credo che sia dai vitigni autoctoni, sia da quelli che 'navigano' da un terreno all'altro, da una regione all'altra, spesso lontane tra loro, si possono ottenere capolavori 'vinali', intercambiabili come livelli qualitativi, anche se hanno marginali diversità, difficili da cogliere anche per i più vanitosi ed esperti degustatori di frivolezze, spesso solo virtuali quando non di natura esoterica. Uno dei più plateali condizionamenti sulle mie personali ipotesi, sull'importanza del localismo di alcuni vitigni, o anche di altre cultivar, come nel caso dell'olivo, mi venne in tempi abbastanza recenti, rispetto a tutte le altre scoperte succedutisi nei miei quasi cinquant'anni di personale diletto nel cercare di capire per poi, umilmente, memorizzare informazioni, e farne tesoro."
Debbo riconoscere che nel caso che tratto in questo ‘Speciale’, è un’emblematica risposta a tutte le illazioni che si fanno sui mutamenti – in negativo, naturalmente – di un vitigno espropriato dalla sua terra d’origine. ‘Franciacorta docet’ e me ne  convinco, soprattutto dopo aver degustato queste due splendide etichette di Franciacorta Docg, firmate Ricci Curbastro. Credo che non valga la pena di andare oltre con le ciance, sui vitigni autoctoni o sui ‘migranti’ che continuano a cercare nuove terre dove attecchire e far produrre splendidi vini.
La precisazione sul  Brut Satén, redatta dal Dr. Riccardo Ricci Curbastro, enologo e ‘poeta’ scientifico sui fatti vinali, e da noi trascritte fedelmente, è una pagina che si fa leggere d’un fiato e soddisfa curiosità, attizzando contestualmente la voglia di provare…e non per credere, ma per emozionarsi e poi ricredersi, con un pizzico di umiltà, e non è poco in momenti grigi come quelli che il mondo sta vivendo. Brindisi dunque per queste avventure di 'viaggio' di un vitigno migrato da altri lidi, accasatosi per regalare fortune e speranza, di sempre nuovi successi, ai tanti vignaioli che a lui hanno creduto, curandolo con amore.