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DOVE VA LA CINA... A PROPOSITO DI VINO

La Cina è vicina o lontana…per il vino Made in Italy?

Bisognerebbe essere sempre accorti quando si affronta un argomento che può diventare ‘delicato’ in quanto chi legge, se non è smaliziato o super informato da più fonti, può illudersi leggendo ad esempio che il mercato cinese, diventerà presto una scappatoia, sicura e altamente remunerativa per gli eventuali produttori di vino ‘nostrano’, intendendo con ciò una miscellanea di vini ‘made in Italy’ a vario livello qualitativo che comprenda oltre che le varie denominazioni o codificazioni, anche una quantità tale da poter rifornire eventuali punti vendita con un potenziale target di consumatori, elevato come quello cinese. Innanzitutto il consumatore cinese nella maggior parte dei casi è ‘estraneo’, come gusto o come propensione al consumo del vino come noi lo intendiamo,  o lo abbiamo interpretato in poco più di un  secolo e in special modo negli ultimi decenni di storia recente, rispetto alla ultrasecolare cultura o civiltà del vino in terra d’Enotria.

In Italia qualche volta abbiamo fatto le cose con molta approssimazione, e non solo nel settore del vino, pertanto bisogna abbandonare la sicumera che ha accompagnato, per fortuna solo alcuni, nostri produttori nei loro tentativi di conquistare i mercati potenziali protagonisti per i consumi del vino Made in Italy che non fosse soltanto identico all’Italian Coca Cola, come si diceva una quarantina di anni fa a proposito di Lambrusco venduto in milioni di ‘pezzi’ per un target di giovani consumatori Usa che vedevano una possibilità di avere un’alternativa di consumo rispetto alla Pepsi e alla Coca Cola. Poi abbiamo venduto vini sempre più vicini alla qualità proclamata ma con costi eccessivi rispetto ai nostri futuri (per allora) competitori australiani, cileni, sudafricani e degli stessi Stati Uniti.

(A quando un nostro Barolo o Chianti, scelto da molti per sposare questo piatto cinese?)

Ora qualcuno, in modo molto approssimativo, parla del miraggio Cina, senza chiedersi quale deve essere la strategia per poter vendere, con una affidabile remunerazione, i nostri vini di qualità garantita, visto che in Cina la produzione vinicola oltre che scarsa, rispetto alle potenzialità future dello stesso mercato interno, è anche di ‘scarsa’ o mediocre qualità. Vini che però possono, se miglioreranno, essere competitori su alcuni mercati esterni rispetto e quello interno del colosso da 1 miliardo e 385 milioni di abitanti.
Per ora la Cina, che ha più ‘capitalisti’ o miliardari dei paesi europei messi insieme, è ancora un mercato difficile, poiché il vino, specie di qualità, comincia ad essere apprezzato e ‘riconosciuto’ nelle sue valenze organolettiche solo da una piccola parte di questi nuovi arricchiti che cercano proprio nello stile di vita occidentale un riferimento per un loro status symbol. La Cina beve e beve molto, e non solo il te, visto che sono presenti sul mercato del beverage alcolico, molti liquori o distillati vari, a cominciare dal ‘vino di riso’ che vino non è secondo le usuali regole dell’enologia occidentale. Agguerrito e vincente competitore del vino, anche di quello cinese, per ora come accennato scarso e di basso o mediocre qualità, è la bevanda di Cerere. Non tutti sanno, ad esempio che la Cina, oltre ad essere il più grande consumatore di bevande alcoliche al mondo, esistono infatti centinaia di grandi aziende produttrici per questo comparto, da quasi un lustro è al vertice mondiale nella produzione in volumi della birra, anche se alcune etichette sono decisamente di bassa qualità. Tuttavia nell’arena produttiva globale cinese alcune aziende birrarie  delle oltre 800 registrate, mentre  alcune piccole non sono comprese in questo numero, riescono ad avvicinare alcune tipologie di birra di qualità media a quelle prodotte nel resto del mondo. Si parla di circa 300 milioni di ettolitri di birra prodotta e consumata,  che portano la Cina ad avere un consumo anno pro capite di circa 25 litri. Per avere un quadro quasi esatto basterebbe solo moltiplicare per il numero di abitanti che ufficialmente sono intorno ad 1 miliardo e 280 milioni, anche se ad ogni giro d’orologio bisognerebbe aggiornare continuamente  il conto, giacché poco più di tre decenni fa (1969) di cinesi ne contavano solo 740 milioni circa. (Mille piatti  cinesi a base di pesce da sposare con i nostri stupendi bianchi, mansueti, ma regali e che non faranno fare smorfie al consumatore cinese)
Già questo salto di numeri (popolazione, produzione di vino, birra, liquori e distillati) danno un quadro di una situazione in continua evoluzione, ma questo non deve illudere coloro che sperano d’inserirsi con facilità in questo mercato che sarà tra breve, e in un certo senso lo è già allo stato attuale, un interessante, ma incerto, palcoscenico per presentare i propri prodotti che dovrebbero avere nel vino il riferimento più ambizioso.
Non sarà certo il ‘Mon tai chiev’, o Vino di riso, né tantomeno il distillato del fermentato di miglio e frumento, o il distillato del Kaoliang, cereale simile al sorgo, e forse neanche la regina dei consumi alcolici: la birra, a ‘bloccare al livello per ora insignificante (33 cl. circa) la produzione o i consumi magari aiutati da una importazione qualitativamente valida, di vini di qualità non solo propagandata ma reale, quindi costosi, e tale da coinvolgere quel 10% di cinesi benestanti, o meglio milionari,  nel preferirli alle ‘variegate’ proposte di beverage ‘Made in Cina’. (Alcuni dei classici dolci cinesi da sposare ai nostri preziosi vini da dessert...)
Mi sembra fuorviante il paragone che vede la Ferrari avere la Cina come principale mercato delle costose macchine ‘Made in Maranello’, perché il vino, pur di qualità alta, non ha nel consumatore cinese l’ideale target perché nonostante l’evoluzione culturale che vede il vino, aumentare di poco i consumi, bisogna tenere conto che, almeno per ora, anche i cinesi ricchi, pur affascinati e coinvolti edonisticamente dai prodotti ‘occidentali’ che sono riferimento per un ambizioso ‘Status symbol’, non hanno genetiche predisposizioni ad accettare le varianti organolettiche dei nostri vini.
(OIFB si augura di vedere un domani, tra i tanti manifesti che invadono le mura delle moderne metropoli cinesi, un richiamo ai 'rossi' di casa nostra) Diciamo subito, che per una nostra esperienza sul campo, i cinesi, in genere, non amano vini bianchi, soprattutto quelli ‘acidi’, come le bollicine, pur nobili. I rossi, tannici, di buona o alta gradazione sono i preferiti. Li bevono però in modo diverso, come i russi bevono la Vodka: ne assumono piccole quantità in un unico sorso, anche se ora, specie quelli che frequentano ristoranti internazionali, in Patria o fuori dei suoi confini, si sono adeguati a consumarli nel modo ottimale, ma ce ne vorranno di decenni prima che i cinesi diventino target ideale per commercializzare vini costosi, di qualità elevata. Si dirà che il benessere e il portafoglio pieno può ‘dare alla testa’ e abbreviare i tempi dell’adeguamento agli stili del vivere e consumare che è proprio del consumatore occidentale smaliziato e con esigenze consolidate e soddisfatte in base al proprio potere d’acquisto. Anche se non è la stessa cosa e il paragone non potrebbe reggere, noi non ci abitueremo a consumare Nidi di rondine, o bistecche di cane, che per loro sono abitudini ormai entrate nel quotidiano rapporto con il cibo. Si dirà, anche, che dovremo temere l’invasione del vino cinese se la loro produzione dovesse aumentare e quindi anche esportare, ma non credo che avremo bottiglie di vino cinese, ad un costo inferiore di un euro o 1 euro e 50  come capita spesso di trovare sui display della GDO, anche se in occasione di eventuali promozioni o liquidazione di scorte. Insomma, per ora, e almeno per molti anni ancora la Cina non è vicina, come teatro ideale per fare affari con i nostri vini, almeno che non diventiamo sul loro campo – nel senso delle loro vigne potenziali – dei partner per migliorare la qualità dei vini, cercando di essere dei ‘compagni’ veri, nel senso di unirsi per cercare di avviare la millenaria cultura cinese verso il consumo del simbolo del nostro bere quotidiano. Portare da  0,33 cl ad un volume tale da giustificare investimenti a scatola chiusa ce ne vuole. Ma si dice che chi spera…se ha carattere non dispera. Alcuni nostri connazionali hanno tentato…ma sapere la verità su come è andata è più difficile che scoprire un segreto di Stato. Che qualcuno si sia pentito, rimettendoci tempo e danaro, è cosa appurata, ma siccome non disponiamo dei documenti fiscali che accertino la verità, passiamoci sopra, sperando in un piccolo, ma remunerativo futuro per il nostro vino, e che sia accettato e ricercato da un numero di cinesi che giustifichi o valga  almeno la tradizionale candela.