Contenuto principale

CUPRESE: UNA RECENTE SCOPERTA A CUPRAMONTANA

...CHE SORPRESA...ANDARE ALLA SCOPERTA DI UN VERDICCHIO 'NOBILE E LONGEVO' , VINO CHE HA FORSE IL MIGLIOR RAPPORTO QULITA'/PREZZO

Si fa presto a dire, o a scrivere di Verdicchio, ma per noi che siamo stati da sempre severi indagatori delle presunte o reali evoluzioni di questo 'nobile' marchigiano, prima ancora di andare in pellegrinaggio ufficiale, tra vigne e cantine, sia dei Castelli di Jesi, sia di Matelica, abbiamo voluto riflettere sugli
antichi, e per fortuna sorpassati giudizi, di quando, anche il nostro severo e in parte di condanna, anticipò quello negativo di Mario Soldati, certamente non raffinato degustatore, né intenditore di vini, visto che amava fumare un sigaro toscano e contemporaneamente ingollare calici di vino che avrebbero preferito gli organi sensoriali ancora vergini, piuttosto che ‘bruciati’ o annichiliti dal fumo del toscano.
A proposito traggo da un mio articolo, risalente a qualche anno fa, un passo emblematico del mio e degli altri pensieri.

"Molti lo esaltano per il suo passato storico, ma ciò non interessa la realtà d'oggi che vede emergere, in campo non solo nazionale, vignaioli e cantinieri marchigiani. Alcuni di questi firmano bottiglie che meritano l'Oscar, specie per alcune etichette considerate tra le più prestigiose, per quanto riguarda i vini ottenuti da uve a bacca bianca.
È in tempi recenti che il Verdicchio diventa emblema vivo e dinamico di un'enologia di rango, per merito di chi lo produce, creando dei capolavori. Scrollatosi di dosso l'ovvietà e l'immagine un po' troppo datata, può vantare elogi e riconoscimenti da parte di ristoratori e addetti al vino. la presunta popolarità conquistata dal Verdicchio nei decenni passati, era tale per il fatto
d'essere consigliato, in giro per l’Italia nelle trattorie e ristoranti vista mare, da camerieri e patron, per accompagnare piatti universali a base di pesce. Si trattava in realtà di un Verdicchio, a volte onesto, ma sempre ‘elementare’, uguale, monotono nelle sue risposte organolettiche, non entusiasmante, tanto da diventare scontato sinonimo di un vino da pesce .
Tutto o quasi i Verdicchio delle varie cantine, somigliavano per la non spiccata personalità delle singole etichette, anche se qualcuna si distingueva senza però incantare. Nel 1971, quindi qualche anno dopo del nostro giudizio, Mario Soldati - non eccelso conoscitore di vini ma abile scrittore, in uno dei suoi tre volumi ‘Vino al Vino’ scriveva: «il Verdicchio diventò pessimo e quasi imbevibile. certo la richiesta continuò ad essere superiore alla produzione, Ma non perché il vino meritasse, non perché la richiesta dipendesse da una esatta valutazione del prodotto».


Oggi chi potrebbe scrivere o affermare identiche cose, facendo credere che non si possa passare da una scontata e piatta qualità, a una situazione tale da permette la conquista di una fama e un prestigio meritati?

Fine Novembre di qualche stagione fa...
Sul finire di questo grigio e piovoso novembre, dopo tante visite spurie, non impegnative, che nei decenni scorsi mi avevano visto, quasi sempre, come anonimo curioso, apparentemente distratto per non mettere sul chi va là l’ospite che mi riceveva in vigna o in cantina, intraprendo un viaggio, anche se breve, per scoprire l’anima vera del Verdicchio. Non mi reco dai celebri e celebrati, protagonisti, che sulle guide spesso spadroneggiano, ma vado nel cuore del Verdicchio classico, nella capitale morale, ambientale e storica, delle Marche vitivinicole. Se il Verdicchio, più del Rosso Conero, è l’emblema di questa regione, rurale, silenziosa e umile, a volte troppo ideologgizzata, ma sempre restia a menar vanto dei propri meriti. Cupramontana rappresenta la summa che caratterizza il classico ‘terroir’ del Verdicchio. I francesi colti e raffinati della campagna intendono, con ‘terroir’, una patria rurale o un habitat specifico e tipico, come quello che in Cupramontana o nel suo comprensorio accoglie le viti di Verdicchio. Il suo ventre è fatto di poderi piccoli e rinserrati tra confini non recintati, da terreni ora scoscesi, ora caratterizzati da profili dolci. Caratteri tipici di questa zona sono il clima e microclima, le quote, la vicinanza del soffio marino che non incide più di tanto, visto che si smorza prima di giungere a turbare la raffinata, ‘fresca’, e sottile ‘serenità ambientale’ di queste vigne collinari. Qui la natura, aiutata dall’uomo a dare il meglio, fa il miracolo, regalando, in stagioni fortunate, vini bianchi di eccezionale forza, grazia e accattivante aristocrazia, che resistono al tempo, tanto da avere ancora l’altezzosità e la presunzione, che rasenta l’arroganza, per essere ancora dopo 15 anni, baldanzosi, e intriganti, per palati raffinati e avvezzi alle cose di elevata fattura. Pur nell’austerità delle loro risposte organolettiche, questi vini, se scoperti in anticipo, dagli storici, presunti maghi delle vigne italiche, avrebbero deliziato anche i nostri padri.
Approdai, così, dopo decenni di ansie e di attese, di speranze, spesso andate deluse, nella cittadina marchigiana, patria dei Cuprensi, giustamente fieri di abitare il luogo che i loro avi, lontani dalle cronache e dalla storia, dedicarono alla dea Cupra. Se il nome Massaccio, che indicava questo luogo fino al 1861, non piacque a chi ebbe l’idea di mutarlo in Cupramontana, sposando il nome della Dea all’habitat collinare (montano) che la caratterizza, oggi il vocabolo ispira la trama di una nuova storia di questa capitale del Verdicchio.
Mi accolgono, nella loro cantina, dove affinano i vini, gli amici di Colonnara, che per menar vanto di alcuni loro capolavori, nati alla gloria da poco, non hanno bisogno di fare riferimento ai famosi marchigiani del tempo passato come Rossini o Pergolesi, Spontini o Leopardi, Raffaelllo o Bramante, visto che loro, non hanno speso tempo e sapere, per dare una mano alla Cupramontana di oggi, che può finalmente vantare un primato culturale che interessa la materia della quale ci occupiamo.
Avevo degustato, di recente, il Tùfico, espressione alta del Verdicchio, ottenuto da una intelligente vendemmia tardiva, che dà tono e austere risposte organolettiche al Verdicchio, immaginato da tutti solo come vino fresco, acidulo, beverino, ma non tale da lasciare ‘imbambolati i sensi’, che intrigano e catturano l’esperto degustatore. Mi aveva anche sorpreso il rosso Tormagno. Mi farà ricredere definitivamente la scoperta che sto per fare, e che azzera in me, anche se ero certo dei mutamenti avvenuti in pochi decenni, il dubbio di approssimazioni e indefiniti caratteri di questo vino, che ora scopro che non ha nulla a che vedere con i miei giudizi di quarant’anni fa, né con quelli del 1971 di Mario Soldati.

La cronaca della scoperta.

Protagonista è il Verdicchio Cuprese(che avevo distrattamente incontrato già in tempi recenti) non tanto decantato dalle cronache, né circondato da suggestioni o cenni storici. Il vino che sto per scoprire in una cerimoniosa ‘degustazione verticale’. Una verticale di emozioni che andando a ritroso nel tempo saranno condizionate da ogni singolo calice che racchiude la testimonianza dell’opera dell’uomo, che di stagione in stagione, può essere esaltata, se favorevoli o eccezionali andamenti l’hanno caratterizzata, o magari vanificata in parte da quelli avversi.
Il Cuprese si rivela un vino, che anche se non elevato a rango di nobile espressione dell’enologia cuprense, tuttavia mi fa riflettere. Sono costretto a chiedere scusa per aver sottovalutato, in tempi passati, sia il vitigno dal quale nasce l’omonimo vino, sia la capacità degli uomini di queste colline vitate, che fanno miracoli in vigna, selezionando le uve, e in cantina vinificando con arte inusitata le stesse. Dal mosto può nascere, come è capitato per alcune annate il miracolo di un bianco che mi ha ricordato un eccezionale bianco di Francia, degustato nel cuore di Parigi, ospite de ‘Le Grand Véfour’, il ristorante tra i più apprezzati al mondo, retto ora da un mago dell’ospitalità a tavola: Guy Martin. Ad imbrogliare il mio giudizio su un bianco vino di Francia, il Poully-Fuissé firmato da Marcel Vincent del Domain du Chateau de Fuissé, non fu certo il pensiero che in quello stesso luogo di incantamenti sottili, avevano mangiato e degustato vini e cibi, anche Victor Hugo, Buonaparte, o Malraux, senza dimenticare la scrittrice Sidonie Gabrielle Colette, della quale avevo letto e riletto ‘Diario a ritroso’.
A Cupramontana, nella fredda anticamera della Cantina dove riposano per affinarsi e maturare i vini fermi o mossi, governati dal mastro cantiniere di Colonnara, non sarà il ricordo della Silvia del Leopardi, né la bellezza calda e infantile della Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio, né lo scintillante dinamismo del Barbiere di Siviglia del Rossini, a condizionare il giudizio che partorirà la mia fantasia sensoriale in questa estemporanea e solitaria degustazione verticale. Di fronte a me, in duplice copia, una decina di calici, nei quali il baffuto Pierluigi Gagliardini, responsabile di produzione dell’azienda, versa in sequenza i vini delle annate 2002, 2000, 1999, 1994, poi via via fino al 1988. Per essere certo di un giudizio non condizionato, dimentico tutto, a cominciare dal mio primo incontro-scontro con il Verdicchio, di circa 40 anni fa, come avevo dovuto fare nel degustare quel Poully-Fuissé, bevuto a Le Véfour, che mi aveva incantato, smentendo altre mie distratte degustazioni. L’ultima annata di questo Cuprese (2002) imbottigliato appena in Aprile di quest’anno (ricordo che siamo al 28 novembre del 2003) mi lascia subito sconcertato, per la freschezza, giovane e muscolosa, ma con una complessità di sensazioni, e un carattere non ancora addomesticato dal tempo che darà classe e stile personalissimo al vino di questa annata.
Poi una piccolissima delusione, rispetto al 2002, con una annata che la stagione climatica non ha aiutato ad offrire il meglio. Poi, una sequenza di favorevoli impressioni che mi intrigano e incuriosiscono facendomi capire meglio questo vino, come è il caso dell'annata 1994, eccezionale e di grande spessore organolettico.

Di questo Cuprese, Colonnara ne fa circa 100.000 bottiglie, se non vado errato, con una potenzialità produttiva di oltre 400 o 500.000, vista la materia prima che i colli vitati offrono ad ogni stagione.
Quando degusto il 1988 (con i suoi 15 anni di maturazione, affinamento ed evoluzione, in bottiglia) scopro un miracolo. Non attendo che mi dicano che si tratta di una grande annata quella del 1988. La voracità sensoriale mi prende quando olfatto e gusto sono condizionati positivamente da riposte organolettiche che segnano pere sempre il diario mnemonico di un viaggiatore che come me ha solcato vie, strade e mari, alla ricerca di capolavori che l’uomo, complice la natura ‘amica’, provvidenziale e generosa, ha saputo creare fermandone i caratteri, che nel vino sono liquide manifestazioni della grandezza di una vigna, di un vitigno e del lavoro che di stagione in stagione si snoda riponendo in fondo al cuore le speranze. Debbo andare indietro nel tempo per ricordarmi di un bianco ‘importante', considerato non nobile, come può esserlo invece un grande Premier cru, come lo Chateau d’Yquem che è nettare straordinario, raro, assoluto, quindi non in competizione con altri bianchi secchi o dolci, liquorosi o passiti, che hanno in comune solo il ‘colore’ dei flavoni, prigionieri della buccia. Dicevo non un vino ‘nobile’ ma ‘normale’, come immaginavo essere il Poully-Fuissé, prima di degustare quello servitomi al ristorante parigino. Ebbene, proprio così. Prima di scrivere, parlare, suggerire le qualità, spesso nascoste, di un vino, bisognerebbe sempre andarlo a scoprire dove nasce, non limitarsi al giudizio, spesso frettoloso, delle guide che in una decina di righe presentano magari più vini o etichette dello stesso produttore.
Anche se Tufico o Tormagno (bianco il primo, rosso il secondo) di annate particolari, mi avevano dato la misura delle potenzialità delle vigne ospitate sui profili collinari di Cupramontana, e il bianco Cuprese, Verdicchio vinificato in purezza, mi aveva incuriosito. e distrattamente ne avevo memorizzato la 'stoffa', solo venendo a scoprirne le intime qualità, nel luogo dove nasce, e matura di stagione in stagione, ho scoperto, alcuni capolavori, retrodatati. Sono rimasto affascinato da questo Verdicchio Cuprese Colonnara di oltre 15 anni, che non immaginavo che avrebbe potuto darmi la misura di come un Vino, ritenuto a ragione ‘normale’, può rivelarsi un raro capolavoro.

Non solo il Cuprese, ma anche altri vini simili a questo, meriterebbero di essere onorati anche da penne più gloriose della nostra, che umile, da oltre cinquanta anni, naviga nel mare magnum delle emozioni, intingendo, non nel tradizionale liquido nero dell’inchiostro, per redigere un diario credibile delle emozioni, ma nei liquidi vinali che hanno fatto impazzire poeti e cortigiane, re e principi, se ebbero la fortuna di bere quelli giusti, nati dalla fatica dell’uomo, con l’aiuto determinante della natura. Dovrebbero anche i ristoratori, i soloni e gli esibizionisti delle liste vino, affollate spesso di nomi famosi, costosi oltremisura, non sempre meritevoli di altrettanta religiosa attenzione, inserire anche questo ‘normale’ Verdicchio Cuprese, che, pur avanti negli anni, regala ‘vivaci’ emozioni a chi ne sa interpretare l’anima vera. Se avrete la fortuna di degustare un calice di questo 'Cuprese 1988' fatemi sapere anche il vostro giudizio per confortami al di là di questo mio incontro, avvenuto in una grigia giornata di fine novembre.
Una cosa è certa: credo di aver incontrato un altro vino, che, forse in Italia, ha il miglior rapporto qualità/prezzo.