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LETTI OGGI 23 SETTEMBRE 2008

SIAMO TUTTI UBRIACHI DI BUROCRAZIA














Sono proprio un ficcanaso, un po’ fuori dal ‘coro’, tanto che iniziarono ad indicarmi come un  ‘bastian contrario’  quando nel 1964 iniziai a fare le mie battaglie a favore della verità sulle cose che arrivavano a tavola. Avvenne dopo aver presentato ad un ristretto numero di ‘comunicatori’ il “Metodo...64” per la degustazione sensoriale, quindi organolettica, ma anche dal punto di vista dei nutrienti e delle eventuali sostanze utili all’organismo umano, con l’aiuto di laboratori analisi, non certo compiacenti. Avevo, ad esempio, azzardato delle difese a favore del ‘bere’, non certo per propagandare un uso smodato di qualunque tipo di ‘beveraggio’, indipendentemente dal contenuto alcolico, facendo al contrario rimarcare l’importanza di educare, a cominciare dalla scuola, sui comportamenti a tavola o anche fuori dal desco familiare. Era importante far  apprendere anche una sommaria conoscenza dei consumi alimentari, e quindi dei singoli prodotti del Food&Beverage in generale, per inculcare, come fosse un fatto geneticamente formatosi con l’individuo, una certa  ‘cultura’, e quindi un sano discernimento su ciò che è giusto mangiare, in termini di quantità e qualità, quando consumare, e soprattutto discernere, con severità, il necessario per un sano e bastevole o nutrimento (che già allora definivo “dieta personale”).

Ma determinante era anche far apprendere il livello del mangiare e bere, per il soddisfacimento del proprio gusto e per un briciolo di edonismo che non solo non guasta ma rende ‘appagati’, senza oltrepassare i limiti personali dettati da un sano equilibrio.

Mi faceva rabbia la generalizzazione che su certa stampa, già a quei tempi si registravano battaglie ‘contro l’alcol’ come se i bevitori, o i degustatori di qualunque bevanda, che avesse un certo grado alcolico (da pochi gradi e fino magari ai 45° o 50°, avessero un’innata propensione al dispregio della propria salute e delle propria condizione sociale.

Scrivevo già allora che anziché punire o condannare, il compito di una Società progredita è quello di prevenire educando, ma non con blando convincimento. Personalmente ero venuto dalla dura scuola di mio padre che non frequentava le ‘osterie’ per far comunella con eventuali ‘beoni’, ma soprattutto per darci un esempio: “ogni cosa al momento giusto”, tanto che mi fece assaggiare il primo calice, quasi pieno di ‘vinello’,  quando già avevo la facoltà d'intendere e di gradire.

Poi libero per le strade del mondo ho frequentato i locali più rappresentativi delle varie culture, e timidamente ho accettato di provare ogni cibo e bevanda, per cercare di comprendere cosa era facile da considerare affine, anche se lontanamente, alla mia cultura. Ho così avuto la possibilità di provare, o degustare, ogni tipo di bevanda.

Ora come potete osservare in uno dei ritagli allegati nelle pagine a seguire, si accenna alle tabelle che gli esercenti o cliente che consuma il bere ‘alcolico’ a qualunque livello, dovrebbero conoscere o imparare a memoria, salvo non mettersi li con gli occhiali e leggere, magari senza poter inquadrare il problema. (Mentre redigo questo pezzo la Tv sta  mandando in onda dei servizi che ridicolizzano questa nuova sortita, che ha avuto l'effetto di non far capire poco o niente, e a volte neanche leggere, data la scrittura minuta.)
Proprio mentre mi rimettevo a vergare queste poche righe finali, un giovane cronista, che bazzica il mio studio, mi telefona e mi fa: “Maestro – così lui mi chiama, ma non nel senso di ‘elementare’…ma maestro forse di vita) ..non ho capito un acca. Ad esempio che si possono assumere fino a 0,50 gr. di etanolo per litro di sangue. Dovrei, forse, misurare i miei litri di sangue? E poi passare al bar, e chiedere la mia razione giusta per non andare incontro a guai.? Oppure…?.
Giuro che non ho saputo cosa rispondere, ma ho promesso d'indagare e fargli sapere. Insomma se qualche ubriaco che si mette al volante  e combina guai è come se uno mentre va in bicicletta, e per una svista o perdita di equilibrio investe un cane, o un povero passante, bisogna subito fare la legge per sapere che tipo di bicicletta bisogna ‘cavalcare’, o fare un corso accelerato per evitare guai. Non sarà mica che se fossimo un po’ più ‘educativi, per far apprendere un comportamento idoneo e rispettoso di se stessi, ad esempio, e le giuste regole,  in casa, all’asilo, a scuola, all’università, in caserma o in altre realtà dove si vive, forse avremmo, qualche ‘imbecille’ in meno travestito da autista, sulle nostre strade, piazze o incroci. Ogni tanto viene fuori, e torna in scena e sulle pagine dei media il solito allarme gridato: “Al lupo..Al lupo…Il lupo in questo caso è quella ‘tacca’  bevuta in più che qualcuno, incosciente, ‘ingolla’ senza badare al dopo.
(Leggere la pagina sulla Rassegna Stampa di oggi 23 settembre: Alcol, esercenti “ubriacati” dalle tabelle”…avranno magari letto con qualche tacca in meno di vista…

 IL LATTE DAGLI ‘OCCHI A MANDORLA’ 

Dal terminale della via della seta: notizie drammatiche,che fanno riflettere il mondo intero.



































Desidero ficcare il naso anch’io nelle pagine di allarme, che fa un po’ venir la pelle d’oca al pensiero che potremmo aver consumato un cioccolatino al latte, un biscotto, oppure dato al ‘bambino’ una tazzina di latte utilizzando latte in polvere, come si fa al solito per evitare di dare il latte delle nostre mucche ‘padane’ o ‘maremmane’ col rimorso di non aver seguito i dettami della dietetica infantile. Poi si scopre che un certo numero di bambini con gli occhi a mandorla (dico un certo numero, perché i numeri veri ( dalla Cina o dagli altri ‘nuovi  e vecchi compagni ) non si scopriranno mai neanche attivando il più attrezzato dei servizi segreti.

 Faccio questa piccola polemica perché una trentina di anni fa mi fecero una ‘arrogante’ romanzina, con larvate minacce, perché durante una trasmissione radio avevo accennato alle tante ‘bugie’ che giungevano da oltre ‘frontiera’, o di là dal muro.

Sono anni che scrivo e dico che la globalizzazione ci avrebbe dato delle gatte da pelare….una di queste – drammatica - del latte cinese, che fa paura al mondo, tanto che anche nella Chinatown di Milano si sono un po’ spaventati nel vedere e sentire cronisti, e leggere cronache, mentre in alcuni negozi facevano scomparire qualche traccia  di qualcosa che potesse far pensare al latte ‘made in Cina’. Che strana cosa…come mai tutto è scoppiato al termine della ‘festa olimpica di Pechino’? Oppure le notizie si sono arenate per colpa di qualche alluvione trasversale che ha impedito ai ‘messaggeri ‘ di giungere subito in redazione?  La notizia è drammatica, tanto che anche sull’Unità e su molti altri giornali, oggi è stata data con risalto.



A  PROPOSITO DELL’OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA






































QUANDO I LEGULEI BUROCRATI CI RIPENSANO O RINSAVISCONO

Dovrei gongolare, ma non vorrei che Ricci da Striscia mi mandi il Gongolatore con Gongolo, perciò,  pur senza defilarmi, cerco di essere cauto per evitare che qualcuno mi faccia un’altra romanzina. Si perché sulla faccenda dell’etichetta dell’Olio Extravergine di Oliva (ma poi riesumerò anche quelle del vino) avevo scritto, ramingo e solitario, prima ancora che rendessi pubblico il mio Metodo di degustazione sull'Olio. Scrivevo o dicevo - nelle mie adunate ai vari corsi di alimentazione, come quello che aveva circa mille frequentatori - al Palazzo della Provincia di Milano - ogni serata (per ben 38 serate) - che l’etichetta dell’Olio suddetto, non diceva un bel nulla. In  seguito accennai che i ‘panel test’, organizzati, irreggimentati dalla UE  e poi a cascata dalle regioni, dalle provincie, dai comuni, dalle varie associazioni verdi, rosse o verde oliva, non servivano a nulla finché il giudizio vero, di un determinato olio, di una specifica etichetta, e non di un altro anche se della stessa Doc o Dop o di altra sigla burocratica, non facesse apparire un qualcosa sulle caratteristiche organolettiche, magari non esaustivo, sulla controetichetta. Il panel, in realtà, doveva solo accertarsi che non ci fossero difetti nell'olio esaminato. Era bastevole che l’Olio di Oliva Extravergine del Belice, di Brisighella, di Pamplona, della Grecia o del Portogallo, o delle altre migliaia e migliaia di etichette itineranti sui mercati mondiali recassero solo la semplice definizione di legge e null’altro.
Sarebbe come se una casa automobilistica non potesse annunciare che oltre alle ruote, al motore, alla velocità, alle marce,  la propria vettura sia anche comoda, spaziosa, dalla linea filante, appetibile dagli appassionati delle quattro ruote, e via dicendo. Direte che l’auto non si mangia. Lo sappiamo. Ma come mai ora parlano di nuove regole sulle caratteristiche organolettiche? Di caratteristiche organolettiche non se ne  leggeva neanche un cenno mascherato, perché era proibito qualunque parola che non fosse una di quelle codificate per legge. Era solo la dizione Olio di Oliva Extravergine prodotto a…In una parola come se la Rosalinda, la mia prima fidanzata, senza conoscerla, mi avesse mandato, prima la sua carta d’identità e magari senza neanche la foto o con la foto truccata , accompagnando il tutto con una rassicurazione di Mammà che dichiarava: “mia figlia è una ragazza di 21 anni ed è pure ‘vergine’…da giurarlo”.
Io insistevo che, almeno, sulla controetichetta, di là delle codificazioni generali espresse ‘freddamente’ in etichetta, si potesse scrivere, o meglio descrivere, l’anima di quell’olio che sarebbe stato poi degustato dagli strumenti sensoriali che il consumatore esigente e acculturato dovrebbe avere, ed essere anche allenato a capire appunto l’anima dell’olio, ovvero i segreti che si nascondono nella massa liquida ‘oleosa’.
Anticipano – i legulei -che ci si dovrà, forse, limitare alla menzione di soli tre attributi: fruttato, amaro e piccante. E ci risiamo. Quando questo lo vedrò scritto mi dannerò l’anima per dire ancora sulle stupidità di chi legifera, senza mettersi dalla parte di chi da esigente, deve poi consumare un olio, pagando il valore ‘organolettico’ che merita ad un prezzo relativamente adeguato: IL consumatore pretende che le codificazioni e gli attributi descritti enuncino i pregi dell’anima del prodotto, cioè la qualità organolettica, che non solo non viene enunciata ma neanche sfiorata. Per i codificatori un olio vale l’altro. D’altronde nella trasmissione ( che non so quando e se andrà in onda, su un canale Sky) in una delle puntate, mi hanno fatto degustare alcuni tipi di olio extravergine. Uno costava poco più di 2 euro, era in un contenitore di plastica, anche leggera, e la qualità era tale che  non vorrei descriverla sarebbe una umiliazione per coloro che producono nel mondo olio di oliva buono, s’intende extravergine. Definizione di legge, questam che non vuol dire né garantire molto. Come verginità, infatti, per i legulei, ‘ era ‘extra’, quindi ‘vergine’…ma dal punto di vista organolettico: schifoso.
(Leggete i due ritagli sull’Olio di Oliva per le nuove etichette???)

Sempre a proposito di olio. Dopo che molti cronisti avevano scritto, nei giorni passati, che c’erano grossi problemi per la stagione Olearia 2008, finalmente sapremo la verità. Intanto nel ritaglio allegato leggiamo “Falso l’allarme Mosca. Olio, il 2008 sarà Super”
Mosca: non è coinvolto Putin…si tratta della Mosca olearia. È sottinteso.



PRIVATE LABEL O MARCHIO PRIVATO

Questo che segue sarebbe un consiglio per i consumatori finali, ma siamo tutti consumatori finali per il 99% dei prodotti, credo.…o no?
  




















Stanno aumentando in percentuale le ‘Private Label’ ovvero le marche private, che quasi ogni grande catena della distribuzione propone ai sui clienti-consumatori, non solo per quanto riguarda i prodotti di consumo alimentare cioè di Food & Beverage. Dirò, più avanti, il mio personale giudizio senza fare i nomi, ma quando si attiverà appieno il rinnovato Portale Borsa della Spesa, affronteremo ogni particolare sul tema ‘Private Label’, per ora accenno solo al fatto che ne sono entusiasta e vi spiego il perché.

Durante un’indagine conoscitiva sulle qualità reali dei prodotti, sia scatolame, conserve, pasta, e molti altri ancora, abbiamo scoperto, e non è stato difficile, chi in realtà produce per l’insegna o la catena distributrice. Ebbene, nella maggior parte dei casi, almeno qualche catena importante, sceglie un ottimo prodotto tra quelli dei loro fornitori,  proposto sui loro display , e chiedono di  averlo con il loro marchio (come private label). Naturalmente, i fornitori si accordano, anche perché il coltello dalla parte del manico,  lo ha la catena o insegna. Quindi non si tratta,  si accetta…per sopravvivere o per guadagnare anche con un altro canale di vendita. So di alcune insegne che dettano il prezzo e si garantiscono sulla qualità massima, che poi sarà venduta con il loro marchio ad un prezzo competitivo.

Abbiamo fatto la prova di una decina di prodotti e abbiamo riscontrato che la qualità è massima e che il prezzo fissato dall’insegna è più conveniente. Si da il caso che il consumatore acquista comunque, scegliendo un determinato prodotto come tipologia, tra quello della marca originale  o il prodotto a marchio privato. Chi ci guadagna, in questo caso, sono in tre: chi produce, chi commercializza e chi acquista e consuma. L’insegna, il cui titolare che è quasi ‘amico’, anche del Ficcanaso, quando il coltello dalla parte del manico l’avevano le grandi marche, per molti anni, o qualche decennio non riusciva ad avere il prodotto 'leder'. Il produttore di pasta che era 'leader mondiale',  poteva scegliere e, infatti, sceglieva a chi dare il prodotto, al prezzo che esigeva senza discutere, e soprattutto non dovevano le insegne utilizzare il prodotto come referenza ‘civetta’. Ma anche in casi particolari, ad esempio una promozione,  non poteva l'insegna vendere ad un prezzo basso, rispetto alla norma.
Alla fine…dopo decenni, anche il big ha dovuto capitolare. Per forza, ora il coltello dalla parte giusta sta nelle mani delle insegne...e tutti sono 'contenti (magari qualcuno a malincuore)  a cominciare dai consumatori che oltre ad essere  soddisfatti non hanno dubbi sulla qualità che è identica sia quella a marchio originale sia a marchio privato...o Private label, Questo vale per i prodotti di fascia alta, poiché quelli di base o di primo prezzo, ai produttori rimangono le briciole allora con marchi propsio di fabbrica (originale) cercano di fare prodotti alternativi per avere qualche margine in più, di guadagno. Possiamo ben dire che a volte siamo in molti che ci diciamo: "Che bisogna fare per vivere...dura è la vita!".