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SUBLIMIS IL FRANCIACORTA DOCG 'NON DOSATO'

 Non è da molto che l'Osservatorio si è interessato agli Uberti, dedicando un po' di spazio.
Poco rispetto alla loro storia e alle necessità di cronaca che dovrebbe ricordare tutti i successi e lo svolgersi di questa grande avventura franciacortina, che ha avuto le bollicine firmate Uberti, come liquida memoria degli accadimenti che in vigna e in cantina hanno visto le generazioni susseguirsi con identica passione per regalare agli uomini, esigenti cultori del bere alto, alcuni capolavori.

Non avendo il dono dell'ubiquità, e soprattutto della retrospezione, per avere esatto il quadro di ciò che succedeva a quel tempo (1793) e fare l'analisi circa fedele di una cronaca credibile e soprattutto una motivazione in più per essere 'tifosi' del lavoro e dei risultati di questa Famiglia, che porta in alto l'onore della nostra enologia.


 Ripetiamo in breve ciò che scrivemmo allora, per avere una base dalla quale trarre elementi che ci fossero d’aiuto per cercare di capire come sia venuta in mente ad Agostino Uberti l'idea di sfornare un'altra perla da aggiungere alla serie di capolavori che nel tempo, e in stagioni fortunate, hanno fatto parlare le cronache e costringere anche gli scettici a scriverne sui successi ripetuti e sempre a più alto livello.

"In località Salem, ad Erbusco, - scrivevamo - possiamo dirlo senza tema di essere smentiti, si trova da molto più tempo nella storia della Franciacorta “Il meglio come tradizione”.
Di questo sono convinti gli Uberti, i protagonisti di questo 'Primo piano', e ne siamo convinti anche noi.

Per conoscere gli Uberti a fondo bisognerebbe andare, quasi di nascosto, nei loro poderi mentre mettono in pratica la personale filosofia sia in vigna sia in cantina, per capire di colpo questa loro 'missione' che ispirandosi un po' alla storia degli avi, un po' alla loro non più segreta o privata passione per il mondo vitivinicolo ed enologico, creano dei veri capolavori che mi hanno fatto  riflettere su ciò che anch'io credevo o molti credono ancora, sull'arte personale degli Uberti nel produrre alcune rarità, specie in annate favorevoli.

Rarità che potrebbero far parte dei capolavori vinali non solo etichettati 'made in Italy'. Pur avendo conosciuto, da anni, alcune delle loro etichette, dovetti rimanere sorpreso quando, portai con me in Sicilia, ospite di uno tra i più carismatici ristoratori, non solo dell'Isola, alcune bottiglie di 'bollicine' firmate Uberti.

Sapevo di non avere a che fare con un professionista, qualunque, ma con uno dei massimi protagonisti nella moderna storia della civiltà della tavola isolana.

 Quando mi presentò la lista, vi leggevo, oltre a tante celebri etichette di vini transalpini, anche alcune rarità firmate dai principi della vigna e della cantina di casa nostra.

Etichette e vini che potrebbero far bella figura anche in uno dei tanti locali a più stelle non solo della Penisola.
Oltre alla sua personale competenza anche lo Chef che collaborava con il patron, da oltre venticinque anni, sembrava, a sentirlo, un 'enotecaro' al servizio di un 'ricco e nobile signore' di rinascimentale memoria, tanto era preparato e abile nel suggerire, un vino anche sconosciuto ai più, facendo capire che s'intendeva di Cru o di 'premiere cru'. Offrendo quelle bottiglie, non volevo, di certo, fare un atto di vanteria 'nordica' per dimostrare alcunché ad un raffinato e colto personaggio siciliano. Oltre all'amicizia c'era tra noi una reciproca stima poiché apprezzava, oltre misura i miei reportage che gli inviavo come resoconto del lavoro di penna itinerante. Era stato anche lui negli Usa, mentre mi trovavo anch'io da quelle parti, invitato dalla grande famiglia d’italo-mericani in occasione di una festa, nella quale il suo staff di cucina e di cantina, invitato allo scopo, si esibì ricevendo complimenti e ammirazione per i piatti e per i giusti matrimoni con alcune rarità vinali, anche isolane. Con quel gesto, volevo solo fargli conoscere alcune etichette della Franciacorta, ed avere oltre un suo giudizio quello di alcuni clienti-amici, tra i quali alcuni che facevano parte dell'alta borghesia isolana. In amicizia, durante il convivio, sollecitato mi esibii leggendo alcuni versi di Garcia Lorca e di Neruda frammezzati con altri da me scritti nel tempo, che parlavano della Sicilia, dell'amore, del tradimento e dell'amicizia consolidata.
Mentre mi attardavo a leggere, con un po' di manierismo, gli ultimi versi dell'Ode alla malvenuta di Pablo Neruda, il cantiniere stappava con delicatezza una bottiglia di bollicine dell'Uberti.
..."e amami per l'amore che non poté attenderti/amami in ciò che tu ed io/ avemmo di pietra o di pianta:/continueremo a vivere/di ciò che non ci demmo:/della spalla su cui non poté reclinarsi una rosa/..."
Fui interrotto da un vocio, che non giudicai irrispettoso per ciò che ero stato chiamato a 'recitare' in amicizia; mi fermai di colpo anch'io. Una decina di calici erano stati riempiti in silenzio dal cantiniere. Si trattava del 'Franciacorta 'Comarì del Salem', una delle più prestigiose etichette di Uberti. Tutti levarono i calici gioiosamente, non dispiaciuti di aver interrotto quella pausa poetica, nell'intermezzo dell'amicale convivio.

"Fantastico! Eccezionale! Altro che Champagne!..." Queste erano alcune delle frasi di compiacimento che udii in quel breve tempo di bere un calice di Franciacorta. Chiusi il taccuino sul quale avevo trascritto i versi e mi porsero un calice di questo splendido vino che finalmente riscoprivo nella sua interezza a qualche migliaio di chilometri dalla Vigna ospitata nel podere 'Comarì del Salem' dal quale prende il nome quell'etichetta di bollicine 'made in Franciacorta' firmate Uberti.
Pavoneggiandomi discettai su quel cru favoloso che altre volte avevo degustato, ma forse coinvolto da altre emozioni o impegni, non avevo valutato fino in fondo e con troppa attenzione, come avrebbe meritato. A Palermo, ospite di uno dei massimi principi della ristorazione, scoprii la vera anima di uno dei capolavori firmati Uberti, bottiglia che oltretutto avevo io stesso portato in dono all'amico per fargli una sorpresa, sapendo che in ogni caso avrebbe scoperto una rarità o quasi."

Cosa dovrei dire oggi, dopo aver degustato 'ufficialmente' l'ultima creatura degli Uberti che scopro solo ora, e per essere esatto qualche giorno dopo le idi di febbraio, del corrente anno, in un apposito giro di degustazione avvenuto nel Centro test dell'Osservatorio.
Già in più stagioni avevo avuto la fortuna di degustare apprezzandole le varie etichette di bollicine e non solo i cui nomi sembravano 'rubati' o presi in prestito da intriganti pagine di Storia:
- FRANCIACORTA EXTRABRUT COMARI' DEL SALEM
- FRANCIACORTA BRUT FRANCESCO I
- FRANCIACORTA SATEN MAGNIFICENTIA
- FRANCIACORTA EXTRA BRUT FRANCESCO I
- FRANCIACORTA ROSÉ BRUT FRANCESCO I


Poi i vini fermi, pretenziosi nei nomi e nella sostanza che i sensi sono pronti a testimoniare:
-  ROSSO DEI FRATI PRIORI
- TERRE Dl FRANCIACORTA BIANCO MARIA MEDICI
- TERRE Dl FRANCIACORTA ROSSO CURTEFRANCA
- TERRE Dl FRANCIACORTA BIANCO CURTEFRANCA

Nel mio punto di vista (IL PUNTO DI AQL), che chiudeva il servizio precedente, avevo scritto tra l'altro, rivolto ai miei lettori: "Non meravigliatevi se spesso nelle mie presentazioni di vini o altri prodotti particolari, ometto il millesimo, poiché preferisco giudicare 'una tantum' l'opera del vignaiolo-cantiniere. Se è onesto e severo, nel suo lavoro in vigna e in cantina, il produttore, una volta etichettato un vino, definendone i tratti organolettici, e soprattutto abbia scelto sempre quel ristretto 'terroir' dove 'prendere' le stesse uve, selezionate con professionalità, si esprimerà sempre alla stessa maniera, ogni anno, o meglio ad ogni stagione, anche se la natura non sia sempre prodiga...nel regalare fortunate stagioni."
Questa volta, devo essere più scrupoloso, nel riferirmi anche alle codificazioni che gli Uberti hanno redatto nella loro etichetta, di questa novità assoluta, perché sono anche i piccoli particolari, che spesso decidono se un'opera è veramente 'opera d'arte'.
Presentiamola dunque questa nuova creatura, che nasce in coincidenza della vendemmia dell'anno 2000, e prende il nome, emblematico della sua personalissima qualità: SUBLIMIS. Ottenuto con vinificazione in purezza di Chardonnay che in Franciacorta ha trovato uno dei suoi ideali habitat, questo Franciacorta Docg, si ammanta di un'intrigante curiosità.
Le uve con raccolta manuale dei singoli grappoli selezionati con rigore, provengono da una vigna particolare che si trova a quota 210-220 mt. s.l.m. in località Calino (Comune di Cazzago S.M.).
Le uve sono lavorate con una leggera pressatura.
La fermentazione del mosto avviene in recipienti di rovere naturale, in tini da 32 Hl, esenti da cessione di note speziate e di tostature. Dopo un lungo periodo, con una permanenza minima di 60 mesi a contatto con i suoi lieviti, ha come risultato un Franciacorta DOCG nella tipologia 'non dosato'.
Le bottiglie sono tutte rigorosamente millesimate, e particolare importante la sboccatura è stata effettuata nel Maggio del 2006.

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Il test, effettuato, come detto sopra, poco oltre le idi di febbraio del 2007, presso il Centro Test dell'Osservatorio, ha confermato non solo le attese degli Uberti, che hanno, per ben 60 mesi, assicurato la permanenza sui lieviti, delle potenziali 'sublimi' bollicine che giustamente hanno un nome regale: "SUBLIMIS", ma ha incuriosito lo staff preposto all'accertamento di emozionalità che giustificassero il nome dato al prodotto.

I parametri presi in esame per riconoscere l'assoluta novità, sono stati quelli codificati nelle sensibilità dei testimoni, che altre volte degustando nobili bollicine di Franciacorta, avevano fatto esprimere giudizi più che positivi, pur cercando paragoni con altre emozioni provate nel testarne altre, anche di grandissima classe e soprattutto dalla consolidata fama internazionale. Il punteggio dei singoli parametri presi in esame (colore, spuma, perlage, profumo e sapore) hanno confermato l'ipotesi che con Sublimis, firmato Uberti, si è raggiunto u n altro traguardo di valenze organolettiche più che positive, che ci fanno giudicare rara a ritrovarsi anche in particolari lavorazioni.

Da qui la giustificazione di un aggettivo come Sublime. Sarebbe, però, troppo facile e non esaustivo se ci limitassimo al semplice giudizio di merito, che pur avvalorato dalla nostra matura professionalità, può tuttavia recare sconcerto in qualche nostro lettore. Da qui nasce l'esigenza di un chiarimento da parte del nostro direttore che con il suo Punto cercherà di spiegare il concetto di 'sublime', secondo gli antichi e moderni 'esaltatori del bello e del sublime', facendo riferimento soprattutto al più titolato tra gli studiosi di filosofia: il cattedratico italiano Remo Bodei, attualmente titolare delle cattedra di Storia della filosofia presso l'Università di Pisa, e che ha ricoperto incarichi in celebri Università d'Europa e degli Usa.                           

IL PUNTO DI AQL
Il nostro compito primario era quello di testare, e quindi esprimere personali e collettivi giudizi su questo prodotto, che non solo gli Uberti ma anche altri giudicano un'autentica unicità'.
Per cercare di dare anche una valutazione generale sul Franciacorta DOCG (già la codificazione ufficiale sarebbe sufficiente per esprimere i 'consueti', favorevoli giudizi) a cominciare dalla comunicazione che partecipa alla promozione, verso un pubblico di consumatori esigenti e smaliziati, partiamo dal presupposto che il nome (o l'aggettivo) riservato al prodotto non dovrebbe far pensare ad una 'gratuita presunzione' da parte degli Uberti, ma che fosse, in breve, la spiegazione delle potenziali virtù, o qualità, di queste bollicine uniche, senza essere costretti a far riferimento ad altre, di Franciacorta o di fuorivia, di eguale valore.
Il vocabolo latino 'sublimis', ha lo stesso significato che ha in italiano la parola 'sublime' che in linguaggio corrente significa "eccelso in senso spirituale, morale ed estetico; oltre che eccellente, mentre secondo Kant significa ciò che è superiore a qualsiasi comparazione, illimitato, privo di forma, caratterizzato da un contrasto tra la ragione come aspirazione all’infinito e l’immaginazione che non riesce ad abbracciarlo. Esso non è oggetto del giudizio estetico."
Trattandosi di un prodotto di 'consumo', nel senso che per giudicarlo, per goderne le valenze qualitative e organolettiche in generale, deve essere 'bevuto', quindi consumato. Ma si tratta naturalmente di un consumo per pochi, riservato, di là del suo valore di mercato, ad un target non comune ma speciale, quindi specifico, che può essere individuato in un consumatore 'tutto speciale', esigente, acculturato,con una buona preparazione e un discernimento all'altezza di valutare e quindi di fruire di gratificazioni particolarmente elevate.
I valori reali, che si estrinsecano con l'ausilio dei sensi tutti (vista, olfatto e gusto) sono, o possono essere riassunti in 'bello', 'buono', e 'vero' con riferimento a ciò che è manifesto e immaginato.
I filosofi del linguaggio assicurano che tutti questi valori: 'il bello, il buono e il vero', hanno come caratteristica la misura, e questo dipende non solo dalla 'religione dell'estetica' ma dalle cariche emotive più alte, che conducono al giudizio della bellezza sensibile, che scatena negli umani la sensazione estetica, in direzione della bellezza intelligibile. Ciò che vale, per dirla coi termini di Platone, è ciò che non ha colore, e la bellezza senza colore, senza linee, senza sapore; è appunto per questo che il bello e il vero coincidono: il bello è stato scarnificato e alla fine diventa una forma di esibizione sensibile. Questo il pensiero platoniano, ma affermo che in questa 'esibizione' di Sublimis, al contrario ha giocato un ruolo non nei limiti di un'est etica vantata, ma dal realismo di sensazioni indotte, affidando alla vista, all'olfatto, al gusto una risposta multipla, gratificante per i sensi tutti, che sono religione per pochi consumatori eletti.
In Sublimis c'è quel 'non so che' (il 'nescio quid' dei latini) che anche per gli acculturati e dotti può essere non ascrivibile alla materialità dei sensi. Il giudizio su di un capolavoro, in fatto di vino o cibo, può essere assunto, o introiettato, attraverso un processo psichico di chi giudica e che si appropria di quelle qualità, vere o presunte, facendone una verità assoluta, non disponibile per eventuali contestazioni esterne. Può essere quindi il risultato di un giudizio, frutto di un arbitrio individuale. Insomma va a finire che il giudizio, specie se positivo, oltre il normale, può sfuggire all'oggettività e quindi al calcolo misurabile con giudizi che possono divergere tra loro.
Sono convinto che possono esserci positività e sensazioni che coinvolgono oltre i limiti naturali, e che se espresse da un soggetto educato al giudizio più severo non necessitano di confronti. D'altronde quel 'certo non so che' può non essere percepito e quindi giudicato da tutti. Vi è uno standard, che se fa riferimento all'unicità, alla quasi perfezione, al sublime, codificato da regole che possono non essere accessibili da tutte le culture e quindi da tutti gli individui, può rappresentare un coinvolgente fatto emotivo...frutto di un convincente, sublime 'accadimento naturale', opera dell'uomo, aiutato in questo dalla natura e un po' da fortunate coincidenze.
Ed ora, terra terra, confermo che già l'estetica, che ha suscitato interesse all'apparato visivo, è rappresentata dall'insieme del colore giallo paglierino con le sue nuances di verde appena accennato, dalla spuma sensuale e abbondante, con la cremosità che anticipa le sensazioni alla quale saranno chiamati a discernere i sensi del tatto e del gusto; poi c'è  il perlage sottile, persistente, che incanta con la sua verticalità, con il rincorrersi delle singole perle quasi invisibili. Ma per gli altri sensi c'è il profumo intenso, che attizza le narici con la sua immaterialità, invisibile ma irresistibilmente presente, che diventa simbolo esoterico che conquista il piacere impalpabile di ogni individuo. Infine il sapore che è premio per le papille gustative che coinvolgono tutto, specie se le note ben nette e precise, con la morbidezza, e la rotondità che snobba il favore dello zucchero e si fa timbro che testimonia il sublime e regale stato di questo 'non dosato' Franciacorta Docg.
Il resto non conta...siamo alla fine del sublime attimo finale della degustazione che dissacra, annullandola, ogni altra voglia dei sensi  appagati da SUBLIMIS che ci fa tornare con i piedi in terra con i suoi 13,5% di gradazione alcolica.
Alziamo, dunque, il calice, per un augurio di nuovi successi a questa 'silenziosa e operante' famiglia franciacortina che trae capolavori vinali dal lavoro, che in vigna e in cantina, di stagione in stagione, esprime una professionalità a diciotto carati, con la complicità di fortunate coincidenze in determinate stagioni, che premiano non solo gli audaci ma i generosi cavalieri del quotidiano lavoro di vitivinicoltori di successo...ben meritato.
Noi rimaniamo in religiosa attesa di un altro fortunato, regale evento...o forse è chiedere troppo!?...
Accontentiamoci di quello che oggi la Cantina degli Uberti 'regala' alle emozioni degli esseri umani, soprattutto a quelli più esigenti e raffinati.