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SPESSO ANCHE UN ELEMENTO MARGINALE PUO' ESSERE DETERMINANTE PER COMUNICARE UN'IMMAGINE PIU' COMPLETA

GANCIA - UNA CELEBRE ‘CASATA’ CHE CON CARLO GANCIA HA SCRITTO LE PRIME PAGINE DELLA STORIA DEL METODO CLASSICO (Champenoise) IN ITALIA
by Aldo Quinto Lazzari
Decido di non avventurarmi, per ora, nel fascinoso e coinvolgente mondo delle bollicine ‘made in Italy’, che Carlo Gancia, ‘rubando’ il mestiere alla consolidata civiltà della rifermentazione in bottiglia, portò in Italia. Questa civiltà enologica aveva come riferimento culturale, religioso e anche vitienologico, l’Abbazia di Hautvillers, nel cuore della Champagne. Ho visitato più volte l''Abbazia, e quella fortunata terra, per cercare di scoprire una verità più affidabile di quelle che si son lette e si leggono ancora sul mistero che avvolge la ‘nascita’, casuale o sperimentale, delle prime bollicine d’autore. Traggo per facilitarmi il compito, da uno dei capitoli del volume “A cena con Isidora”, gli appunti che accennano all’argomento a proposito delle celebre Abbazia e del buon frate ‘scopritore’, reale o presunto, del ‘metodo’ che avrebbe ‘ingolosito’ Carlo Gancia che lo importò in Piemonte intorno al 1850.
“ Rimangono vive le immagini di quell’altura discreta che s’erge sulla Marna, e sembra monumento già lei, la collina, con i suoi dolci profili baciati dal sole, ricoperta di vigne, opulente in buona stagione.
Per non parlare dell’Abbazia di Hautvillers, religiosamente composta, quasi povera rispetto alla cattedrale di Reims che ha da la sua la storia di Re e Imperatori, qui invece ci sono le ‘storie’ che ci narrano del benedettino che diventato cieco, così dice una di queste, sapeva ancora distinguere un acino di Meunier della tal vigna da un acino di altri filari, magari confinanti.

Storie affascinanti, ma storie. D’altronde che importa se scoprissimo di colpo che forse non fu lui ad incappare, per caso, nel miracolo della spuma, ma si limitò, magari, a mutare stile nella tappatura, sostituendo la stoppa avvolta in un tappo di legno, con il miracoloso sughero. Mi si perdoni se sono scettico su queste storie, o leggende, tramandate, se non personalmente redatte, da quel furbo tesoriere dell’Abbazia: tale Dom Grossard, che si presentava alla Francia già sconvolta dai primi sommovimenti rivoluzionari, come unico depositario affidabile dei segreti di Hautvillers.
Tanti e forse anche troppi son coloro che gli umani di oggi, per leggerezza o faziosità, indicano come scopritori delle bollicine, facendo un torto alla ‘leggenda’ di Dom Perignon. Non se n’abbiano a male, ad esempio, gli amici marchigiani, in specie quelli di Fabriano che indicano in un loro concittadino, il benedettino Francesco Scacchi, come cronista affidabile. Secondo alcuni, nel suo ‘De salubri potu dissertatio’, lo Scacchi avrebbe accennato alle ‘bollicine’, ovvero al vino spumante o frizzante, già nel 1622, quindi prima della presunta scoperta del monaco di Hautvillers.
Sono convinto che siano stati alcuni traduttori, o rivisitatori dei testi, ad aver liberamente travisato la seguente scrittura: «An vinum titillans, vulgo piccans nuncupatum, sanitate sit utile». Con leggerezza o ambiguità storico culturale, costoro hanno deciso per la seguente traduzione: «Se il vino con le bollicine (titillans), detto comunemente frizzante (piccans), sia utile alla salute».
Buon Dio, forse lo Scacchi, certamente non acculturato in questioni enologiche, intendeva riferirsi al vino con un certo grado di acidità, quindi piccante, magari aggressivo e forte, gradito da bevitori esperti e pretenziosi, che snobbavano i vinelli aggiustati con acqua e aromatizzanti, preferendogli i vini robusti, genuini, vivaci e tannici, quindi ‘piccanti’.
Più che a queste faziose e antistoriche leggende, bisognerebbe credere alle civilissime, magari un po’ partigiane, leggende della Marne. Per questo proporrei comunque di far beato, in onore delle vere bollicine d’autore, il povero frate-cantiniere Pierre Pérignon, un po’ mago e un po’ fortunato, che è riuscito a far scrivere su questa incantevole Regione mille e mille pagine, vergate anche da celebri penne, certamente più famose della mia che traccia, umilmente, sul taccuino della memoria, ricordi recenti e non storie sacrali o bacchiche leggende”.

Tornando a noi, trattando dei Gancia, si deve riconoscere che ebbe gran merito il Patriarca di questa storica casa spumantiera, storica non solo per via delle bollicine ‘d’Asti’ che avevano nelle uve moscato la materia prima più disponibile in quella zona classica del Piemonte.
Dopo varie esperienze lavorative nel settore affine, Carlo Gancia (come si legge negli appunti redatti dalla Casa di Canelli) “decise di recarsi in Francia per impadronirsi dei segreti e delle tecniche di lavorazione degli Champagne, stabilendosi a Reims.
Allo scopo di impadronirsi dei metodi di lavorazione, Carlo si fece assumere presso un''antica e rinomatissima casa di produzione locale, e vi rimase per due anni ricoprendo le più svariate mansioni. Ripercorrendo direttamente sul campo tutti i processi che permettevano la realizzazione del prodotto, Carlo si appropriò dei segreti e delle tecniche del metodo classico di lavorazione degli Champagne, denominato dai francesi “champenoise”.
Nel 1850 tornò in Italia per poter iniziare gli esperimenti che potessero rendere realizzabili le sue intuizioni: adattare il modello di vinificazione francese all’uva moscato che presentava caratteristiche simili al pinot. Coadiuvato dal fratello Edoardo, Carlo affittò una vecchia cantina a Chivasso, luogo strategico di passaggio ferroviario, che diventò ufficialmente la Casa di produzione “Fratelli Gancia” nel 1850.
Per circa un quindicennio dalla nascita della ditta, Carlo Gancia continuò senza interruzione a condurre i suoi esperimenti sullo “Champagne italiano”. Tuttavia, nonostante le ripetute prove, gli studi meticolosi e le appassionate ricerche, i risultati sperati tardavano a giungere.
Nel 1865 Carlo riuscì finalmente ad ottenere un tipo di ''champagne'' a base di moscato. Bastò eliminare gli sciroppi che i produttori di Champagne francesi erano soliti aggiungere al termine della lavorazione. Nasce così nel 1865 il Primo Spumante Italiano. Il moscato, lavorato secondo questi criteri, non solo permetteva di raggiungere un vino simile a quello francese e a costi decisamente inferiori, ma addirittura di apparire, per la sua aromaticità, “superiore” ed originale.
I due fratelli Gancia decisero dunque di affittare una piccola cantina collocata direttamente sul luogo di produzione della materia prima.
La scelta ricadde sulla cittadina di Canelli, che si trovava proprio al centro di quel nucleo ristretto di colline delle Langhe e del Monferrato nel quale si coltivava l’uva considerata essenziale per la produzione degli Champagne secondo il metodo Gancia, cioè l’uva moscato.
Canelli si presentava come il più evoluto ed attivo centro commerciale; risultava facile l’approvvigionamento della materia prima ed era anche possibile usufruire di adeguate strutture per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti.
Carlo Gancia individua così nella zona circostante Canelli il luogo ideale per la coltivazione e la vinificazione delle migliori uve, trasformando il borgo di Canelli in una delle “capitali” dell’Italia enologica”.

Ma torneremo, in seguito a parlare del secolo e mezzo di storia dei Gancia, passando da Carlo a Camillo, per giungere al ‘giovanissimo trio’ : Edoardo, Lamberto e Massimiliano Vallarino Gancia rappresentanti della quinta generazione di Casa Gancia che hanno assunto la guida di recente imprimendo una svolta innovativa alla gestione, e preparando un rilancio alla grande dell’Azienda di famiglia. Accenneremo nei prossimi ‘capitoli’ oltre al susseguirsi degli avvenimenti storici aziendali, alle linee dei prodotti che sono proposti ai vari target del mercato nazionale e internazionale.

Questo primo ‘capitolo’ mi viene suggerito da una personale curiosità professionale, ma anche di interesse culturale del mio recente passato, di quando per un certo periodo, avendo diretto il giornale degli industriali del vetro, mi interessai anche dei problemi che riguardavano il vetro come materia prima nobile, nelle sue molteplici applicazioni per i contenitori di bevande. Ebbi così occasione di conoscere in diretta alcuni segreti della moderna lavorazione del vetro le cui origini storiche mi avevano intrigato, tanto da dedicare parte dei miei studi alle ricerche sull''evoluzione dei contenitori specifici per il vino e altre bevande alcoliche.
Avevo cominciato a raccogliere centinaia di forme di calici da vino, distillati e birra, per comprendere, in pratica, il ruolo che potevano svolgere i vari parametri, come le misure, il peso, il tipo di vetro, la forma e altri elementi, per ottimizzare le risposte sensoriali di una determinata bevanda. Agli inizi degli anni settanta avevo affrontato sulla testata ''Promozione, che trattava di ‘marketing e comunicazione, il problema del vetro come complemento indispensabile per assumere determinate bevande.

Sempre da “A cena con Isidora’ traggo le mie impressioni provate in quegli anni, di fronte a varie proposte sull’utilizzo di una forma o un’altra per degustare bollicine. “Nel degustare un’eccezionale cuvée, il maestro di cantina della Moët ci sorprese con quei calici che somigliavano a filanti ma sensuali seni a tulipano di eteree vergini, molto diversi sia dalla coppa che ricordava i seni un po’ sfatti di Jeanne Antoniette Pojsson Marchesa di Pompadour, favorita del re Luigi XV, sia dal classico flûte che di recente aveva soppiantato l’obsoleta forma suggerita dai ruffiani di corte per rendere omaggio alla favorita del re”.
Lo stesso flûte non mi aveva convinto visti i vari formati o misure o tagli, o fogge, che avevo incontrato nei miei viaggi alla scoperta del ‘bere giusto’. Poi la passione per il vetro mi ‘obbligò’ a cercare, senza speranza di essere aiutato dalla fortuna, di trovare una forma e una misura che fossero, secondo il mio egoistico pensiero, la più adatta ad esaltare, rimanendone gratificati, un ‘vino’ particolare come lo sono le bollicine non solo del metodo classico, che utilizza la rifermentazione in bottiglia. Mi avevano sconcertato alcuni bicchieri, pesanti, sfaccettati, o colorati, che avevano la presunzione di essere corredo anche di benestanti famiglie per ostentare un certo ‘benessere’ verso un incauto bevitore ospite di riguardo.

Se le coppe pesanti e poco maneggevoli, incise, e lavorate con intagli di varia specie, e magari dorate, potevano essere riferimento di una certa arte vetraria, non riuscivo a comprendere come mai, viste le moderne tecnologie utilizzate dall’industria vetraria, e soprattutto la disponibilità di materie prime come il vetro cristallino, oltre alla creatività di abili ‘designer’, non si trovasse una soluzione, definitiva, per un contenitore ideale per bere lo Champagne o il nostro metodo classico, o charmat, e gli altri vini ottenuti con rifermentazione in bottiglia, e via via tutte le bollicine che potevano, anche attraverso il contenitore giusto, darsi un tono e affermare un personalissimo e definitivo stile per essere degustate.

Avevo osservato su di una pagina di disegni ‘storici’ conservata al British Museum di Londra, che portava la data del 1669, alcune forme di calici che si distaccavano dai soliti bicchieri di quel tempo, richiesti da un mercante londinese, tale Jhon Grene, che pregava il vetraio di Venezia Alvise Morelli di spedirgli un certo numero di calici rispettando quelle forme suggerite.

Ma di recente, rispetto alla mia antica passione per il vetro, è stata per me una vera sorpresa scoprire, ad esempio, che proprio da un’azienda tedesca, la Rastal, mi giungessero delle idee nuove in fatto di forme, pesi ed equilibri. E c’è voluto proprio Piero Maggi di Rastal Italia per farmi apprezzare le nuove proposte per i calici da vino nei quali si sta cimentando in forme e materiali, con pregevoli soluzioni tese ad attualizzare il ruolo dei calici per promuovere anche i nuovi stili di bere ‘alto.
Vi chiederete che c’entra Rastal Italia, Piero Maggi, il vetro, i calici, con la mia prefazione su Casa Gancia? C’entra e come, visto che proprio dai giovani Vallarino Gancia, memori forse della gloria del loro avo Carlo, è maturata l’idea ‘rivoluzionaria’ di creare, con nuove forme e misure, un calice di prestigio per le loro bollicine, a cominciare dal ‘Carlo Gancia’ Brut Metodo Classico al Modonovo, un Asti ottenuto con Metodo Gancia e il classico Pinot di Pinot, un Blanc de Blancs Metodo Martinotti. Tutte e tre queste etichette sono della linea ''Cantine Gancia'', anche se ci sono altre bollicine che comunque fanno parte delle tante proposte firmate Gancia, e delle quali faremo un ampio resoconto con tanto di schede, oltre che suggerire modi e momenti di consumo, nella radiografia completa dell’Azienda di Canelli e di tutti i suoi prodotti, che ci accingiamo a redigere e mandaremo in onda prossimamente.

LA NOSTRA SCHEDA DEI DUE CALICI BREVETTATI GANCIA

(Nell''immagine, a lato, le ''sagome'' dei due calici (Rogaska e Rastal) dal visore del Mac, e in primo piano il modello Rastal che nel punto B evidenzia il fondo della coppa)

Sia il calice Rogaska, sia il Rastal sono ottenuti con soffiatura a bocca, utilizzando come materia prima il vetro ‘cristallino’, che contrariamente al cristallo, non contiene piombo, e ha una pregevolezza data dal vetro-cristallino che ripete le identiche emozioni estetiche-visive del cristallo (senza le interferenze del piombo), cristallo che, ad esempio, negli Usa e in altre nazioni è vietato importare se utilizzato per contenitori di bevande . Oltre alla sua leggerezza, il ‘pezzo’ è reso appetibile per il perfetto equilibrio tra forma, pesi e misure.
L’altezza totale di 260mm è identica per i due modelli, misurata dal piattello alla sommità del bordo-coppa, mentre quella del gambo è misurata dal piattello al punto inferiore terminale della coppa. Questa è di113 mm per il modello Rogaska, e 100 mm per il modello Rastal.

Peso, forma e misure, con tutti i parametri perfettamente bilanciati e in equilibrio, sono tali da garantire, oltre ad un’ottima maneggevolezza, anche un piacevole senso tattile, dovuto ad un’ottima ergonomia dell’insieme.

La leggera differenza tra le due coppe consiste nella diversa profondità delle stesse e nella forma della parte inferiore della coppa: più arrotondata nel modello Rogaska (foto a lato), più a cuneo nel modello Rastal (foto in basso).
Innanzitutto, a nostro giudizio, si può affermare che questi due calici, rispetto ai soliti flûte e coppe, sono di una misura e forma tali da renderlo un vero ‘strumento tecnico'', oltre che estetico e pratico, per degustare alla ‘grande’ le bollicine ‘made in Italy’…e non solo.


A proposito di questi prestigiosi contenitori, e del ruolo che possono svolgere per un’Azienda come Gancia, abbiamo rivolto alcuni quesiti a Lamberto Vallarino Gancia, Presidente e Amministratore delegato delle celebre Casa che ha pagine di storia e un prestigio consolidato in quasi un secolo e mezzo di vita.

- Come nasce l''idea di questo calice?
Dopo aver fatto molti esperimenti e degustazioni al fine di ricercare il calice ideale per bere lo spumante che esaltasse tutti i sensi: la vista per il colore e le bollicine, l’olfatto per la forma, ed il gusto! Inoltre il calice deve essere d’immagine e di design, bello da vedersi e da utilizzare, ergonomico e fatto per valorizzare il suo contenuto.
- Motivazioni primarie che affrontino anche il ruolo del giusto calice, come ''praticità'', immagine e soprattutto come stile personale ''made in Gancia''.
Un elemento per noi che contribuisce a valorizzare il vino ed in questo caso lo spumante è sicuramente il calice. La nostra motivazione nasce dal voler trovare il calice ideale per apprezzare tutti i nostri spumanti rivolti all’Horeca e che quindi hanno già in partenza una ricerca nel territorio, una selezione di uve, una pressatura soffice ed una vinificazione/spumantizzazione volta ad esaltare le caratteristiche di ogni singolo prodotto! Per questo l’abbiamo disegnato e registrato scegliendo un partner di immagine e valore come Rastal e Rogaska. Si tratta di due bicchieri di design Gancia brevettati.
- Quale ruolo gioca un giusto calice per promuovere l''immagine anche del contenuto, secondo Voi?
Per noi è un elemento fondamentale ed essenziale, soprattutto in un contesto in cui i locali quali ristoranti, bar e wine bar offrono il vino e lo spumante al calice! Quindi utilizzeremo questi bicchieri anche per i nostri clienti.
Come si suddividono le Vostre tipologie di bollicine, sia come qualità o metodi di produzione?
Le categorie che presidiamo sono: Metodo classico, Asti, Prosecco, Secchi/ Brut, vitigno, Altri Dolci, Altri secchi, Brachetto. In particolare, abbiamo una linea esclusiva per l’Horeca sotto il marchio firma comune Cantine Gancia con: Carlo Gancia Metodo classico Altalanga doc Millesimato e Non Vintage, Pinot di Pinot Blanc de Blanc, Pinot della Rocca, Scarlatto Brachetto d’Acqui Docg, Modonovo Asti Docg, Curriculum Vitis Prosecco di Valdobbiadene Doc e extra dry, P.rosè e P.rosè blanc. Nella Gdo siamo presenti con i marchi Gancia (Brut, Asti, Brachetto, Moscato d’Asti e Grand Reale), Pinot di Pinot e Conte di Cavour (Brut, Asti e Brachetto, Prosecco e Dessert).
- Ci suggerisca un cenno sul ruolo svolto, per ora solo con riferimento alle bollicine, mentre, tra breve, vi dedicheremo una complessa radiografia che illustri tutte le vostre proposte in fatto di vini dedicati ai due target (consumi indoor e outdoor).
Gancia è il primo produttore di spumante in Italia dal 1850 e da sempre specializzato nella produzione di bollicine. Oggi con la linea esclusiva per l’Horeca “Cantine Gancia” e la linea per la Gdo presidiamo tutti i canali e possiamo annoverarci tra gli specialisti dello spumante per tutti i tipi di consumatore e di clienti con la grossa sfida anche di proporre lo spumante a tutto pasto!
- Sarebbe utile, per avere un quadro più esatto, che Lei esternasse la filosofia complessiva che ispira la vostra Azienda, sia verso l''Horeca, sia verso il domestico, accennando ai vari prodotti e soprattutto ai plus che Voi offrite, legati all''immagine dei prodotti o di alcune specifiche linee.
La nostra filosofia di azienda famigliare da 5 generazioni, che è un valore unico, è di consolidare la nostra esperienza di esperti ed inventori della spumante offrendo al consumatore una scelta allargata per soddisfare la voglia di bollicine nei vari momenti ed occasioni: come aperitivo, a tutto pasto, con il dolce e per tutte le celebrazioni. La nostra filosofia ed il plus è che Gancia è una marca conosciuta che da fiducia in quanto ha storia e tradizione ma si propone anche come momento ideale per soddisfare i vari bisogni di bollicine della vita del consumatore; per questo lo slogan della nostra nuova campagna di comunicazione è “quando hanno aggiustato lo scaldabagno o quando si trova parcheggio al primo colpo….allora Gancia!”

Per terminare, come Osservatorio, non ci rimane che levare un calice beneaugurante per i successi e i traguardi che i Vallarino Gancia vogliono raggiungere, mentre ci mettiamo all’opera per redigere la completa radiografia sull’Azienda e i suoi prodotti, certi di rendere un servizio ai nostri lettori telematici.