Contenuto principale

PRIMA RASSEGNA STAMPA 2010

QUASI TUTTE LE IMMAGINI CON COMMENTO O DIDASCALIA SONO DELLA REDAZIONE OIFB + VISION-OIFB

Bevitori di vino e succhiatori di denaro pubblico

(Il testo dell'articolo è ripreso dal RIFORMISTA 19-9-2010...che ringraziamo)

Con buona pace di chi ne coltiva una visione un po' troppo romantica, il vino è uno straordinario tentativo di dare un senso alla vita - ma è anche politica. Lo si capisce bene pensando all'attuale crisi dell'astigiano, terra d'elezione del Barbera, per cui il ministro Galan ha concesso la "distillazione di crisi" per eliminare le scorte: le uve in eccedenza potranno così diventare alcool.

La crisi economica ha colpito ancora: la domanda si è rattrappita, le esportazioni hanno lievemente ripreso slancio nel primo semestre 2010 (grazie in particolar modo al mercato americano e al cambio favorevole ai nostri vini), le previsioni sono nuovamente incerte per fine anno ma in generale butta male.

C'è poco da stupirsi: l'Italia meravigliosi produttori, ma la competizione globale è sempre più vasta, con interi territori che si sono aperti al culto di Bacco nel corso degli ultimi dieci/vent'anni, e che oggi riescono a realizzare produzioni d'eccellenza pur mancandogli il blasone dei francesi.

Parallelamente, la contrazione della domanda - anche questo, è un copione già visto - colpisce soprattutto i produttori di fascia media e bassa.

Sono le "cantine sociali sempre sull'orlo del fallimento" prese di mira da Angelo Gaja, in una lettera pubblicata da La Stampa, ripresa dal Corriere della sera e accessibile su un sito benemerito e sempre  puntuale,  i numeri del vino curato da Marco Baccaglio.

Angelo Gaja ( sotto nella foto ) è il più geniale imprenditore del vino che abbiamo in Italia, un innovatore autentico che ha messo tanta qualità e tanta passione nel suo marchio da farne il Ferragamo del vino piemontese (e se al lettore il paragone potrà apparire iperbolico, gli assicuro che per gli amanti del vino si avvicina appena a rendere l'idea). II suo è un vino per cui conta nulla che sia "made in Italy": conta solo che sia "made in Gaja".
Gaja ha una visibilità mondiale, ma conosce bene il mosaico di produttori locali che lavorano nelle colline pie-montesi. La frammentazione del mercato è una caratteristica tipica dei Paesi europei: pensate che solo a Bordeaux vi sono circa diecimila viticoltori, cioè due volte e mezzo il numero di imprese che fanno lo stesso lavoro in tutti gli Stati Uniti.

Sarebbe normale attendersi un forte consolidamento, che finora non si è visto in parte per questioni di particolarismo e d'orgoglio, ma in parte per i sussidi a pioggia della politica agricola europea. Nella sua lettera, Gaja spiega con convinzione che gli aiuti ai "piccoli" in crisi non sarebbero altro che un modo per devolvere denaro pubblico "a sostenere una causa persa". Le cantine sarebbero "andate al traino della richiesta insensata di produrre dal 2010 maggiore quantità quando il mercato era già largamente inflazionato dalle eccedenze".

L'indignazione per lo spreco di risorse statali, nota Gaja, è estemporanea e sterile. Agli occasionali rimbrotti dei giornali, si oppone "una armata affamata e difficile da contrastare" di "succhiatori organizzati di denaro pubblico". La situazione attuale, oltre che alla frenata dell'economia, è debitrice a una ristrutturazione della Pac, fortemente voluta dall'ex commissaria Mariana Fischel Boel.

La politica agricola europea per anni si è mangiata metà del bilancio della Commissione: a fronte di numerose polemiche (per esempio gli effetti sui Paesi in via di sviluppo, in cui necessariamente il settore primario è magna pars dell'economia, della sovraproduzione sussidiata e delle esportazioni sottocosto), è stata recentemente più o meno messa sotto controllo.

Ce n'è ancora di strada da fare per smontare una macchina anacronistica come nessuna: ma qualcosa è stato fatto. In particolare, si è usciti da una logica per cui oltre il 70% dei sussidi ai produttori venivano destinati alla distruzione delle eccedenze e si è almeno in parte "liberalizzato il mercato" (per quanto ancora in modo insufficiente), dando più flessibilità nella produzione e nel marketing del vino.

Apriti cielo. Questi cambiamenti - di per sé, piuttosto timidi - sono state accolti come un imprevisto anticipo del giorno del giudizio, biasimati pubblicamente dalle scimmie dattilografe più enologicamente forbite, contrastate in nome del falso dio della "genuinità" del prodotto.

Le cose da fare sarebbero note. La qualità dei vini, in tutto il mondo, è migliorata in modo eclatante negli ultimi lustri.
I produttori del nostro Paese sono troppi e troppo litigiosi per essere forti sui mercati esteri, la mitologia del buon vigneron prevede che egli non faccia "marketing" (come se promuovere ciò che si produce fosse un peccato), servirebbero un consolidamento ed una aggregazione dell'offerta.
Servirebbe, insomma, capire che non si rinuncia per forza al romanticismo della vite e del terroir se si fa impresa davvero.
Non è sufficiente essere un bravo imprenditore per fare del buon vino: non si capisce perché essere un cattivo imprenditore dovrebbe essere invece necessario. (Il nostro direttore - nella foto a lato - beve con moderazione, ma cerca la qualità nei vini..e anche nella minerale)

Finché la produzione di vino continuerà ad essere condizionata da un intervento tanto massiccio dello Stato, continueremo ad avere un mercato biforcato: da una parte, le imprese che già ora competono sui mercati internazionali, che sono "costrette" all'efficienza dalla concorrenza che c'è, sulle tavole del mondo, fra Barbera e Pinot noir o fra Barolo e Cabernet Sauvignon.

Dall'altra, i "succhiatori di denaro pubblico", schierati in parata a difesa del proprio orticello, sotto la bandiera del "made in Italy". II nuovo ministro dell'Agricoltura vuol fare qualcosa di liberale e sensato in quest'ambito?

*********************************************************************

DOPO I SEQUESTRI DEI NAS,

I DIPENDENTI DIFENDONO

L'AZIENDA... (Dal RESTO DEL CARLINO)

...che risponde così:

«Macché uova marce, qui siamo seri»

«UOVA marce, insetti, vermi? Nulla a che vedere con la realtà dei fatti», ma «puro terrorismo mediatico, privo di fondamento».

A cinque giorni dal sequestro di oltre 10 milioni di uova per i dolci di Natale condotto dai carabinieri del Nas presso la Adn Group di Verona, i dipendenti dell'Agroalimentare Fratelli Monaldi di Petritoli (Fermo), cui l'azienda veronese fa capo, hanno scritto una lettera aperta in difesa della famiglia Monaldi.

«Da 60 anni - dicono - cresciamo con i Monaldi, 60 anni di onesta attività, che è sempre stata riconosciuta da tutta la filiera di fornitori e clienti», e ora rischia di finire in una «catastrofe» annunciata, con 200 famiglie a rischio di finire sul lastrico. L'azienda respinge tutte le accuse, e i dipendenti le danno man forte.

************************************************************************

«Non canto i tempi andati ma in campagna una volta non si sprecava niente» (l'ARTICOLO DAL QUOTIDIANO RIFORMISTA 19-9-2010)

( Una volta il pranzo della sosta era consumato così )

Per la prima volta da qualche decennio a questa parte gli italiani tornano a risparmiare sul cibo. Complice la crisi economica, cambiano gli atteggiamenti, gli stili di consumo. Si va a fare la spesa nei discount alla ricerca del prezzo più basso oppure nei grandi ipermercati che in forza del loro monopolio della distribuzione riescono a imporre offerte e promozioni. E questo, a sca ito ella qualità.

Oggi c'è tutto e per tutti i prezzi e tutte le tasche..o no!!??

Che ne è allora della sovranità alimentare se il cibo che arriva sulle nostre tavole è imposto da poche, grandi società di distribuzione? A cosa si riduce il diritto ad alimenti di qualità? Qual è il valore nutritivo, qual è l'impatto sull'ambiente di cibi che perc orro no migliaia di chilometri prima che arrivino sugli scaffali dei supermer-

Un tempo era possibile...che il prodotto arrivasse dalla campagna alla porta di casa...
con il 'negozio' a 4 zampe,  e per scaffale le ceste, una per ogni prodotto
dell'orto o del campo, caricate sul basto

cati. Ne parliamo con carlo Petrini fond atore di Slow Food, tra gli ospiti di Torino - Spiritualità, il cui tema di quest'anno, il dono, non può non andare d'acco rdo con la lotta allo spreco. Con altri è stato protagonista ieri sera di una cena per mille persone, «una bella dimostrazione di come tutti possiamo concorrere a ridurre lo spreco e a ritrovare un diverso rapporto col cibo. Fil ris ultato di un progetto partito dall'università di Bologna, su come dirottare questa massa enorme di spreco verso consumi sociali».

Bisogna ricostruire un rapporto col cibo a partire dal suo valore e non dal suo prezzo. Abbiamo ridotto il cibo a una commodity, abbiamo mercificato una delle cose più importanti per la nostra vita quotidiana, svuotandola del suo elemento valoriale. Non ci può essere sovranità alimentare se non rispettiamo il valore del cibo.

Quel che manca è l'educazione, l'informazione, la conoscenza dei processi produttivi e delle filiere. C'è una speculazione sugli alimenti che sta diventando sempre più pericolosa soprattutto per i paesi più poveri. Bisogna cambiare i comportamenti nell'acquisto.
(A lato: Quando ci si approvvigionava sulla bancarella trainata con una specie di carrettino )

Alcune esperienze sono già avviate da Slow  Food lo conosciamo, i gruppi dl acquisto solidale si vanno diffondendo nelle grandi città, Come si può però incidere sulle abitudini di consumo di massa, soprattutto in un periodo di crisi.

Non è detto che se gli italiani fanno queste scelte abbiano ragione. Un cibo di qualità farebbe risparmiare medicine, farebbe bene all'ambiente e anche ai nostri figli sarebbe preferibile far mangiare alimenti non scadenti.

Ma se vogliamo proprio farne una questione di costi e non di valore, teniamo conto che nel 1970 una famiglia italiana per alimentarsi spendeva in media il 32 per cento del reddito. Oggi spende il dodici per cento del reddito. Questa ci ha permesso, è vero, di spostare i consumi verso altri beni e altre necessità, ma sotto questa soglia qui non si può più andare. Non sarebbe sostenibile, non solo perché andrebbe a discapito della giustizia sociale verso i contadini.

Gli allevatori e i coltivatori, ma anche perché inciderebbe in negativo sulla qualità della nostra vita. Non dico di tornare al 32 per cento, ma continuare a pensare solo al prezzo, e non al valore, dì un bene per noi così esiziale è una iattura. La logica della mercificazione del cibo va superata. E' un bene così importante che non può essere ridotto a merce. Da una parte c'è la spinta ad abbattere i costi sempre di più con le conseguenze che abbiamo detto, dall'altra però vedo sprechi enormi, impoverimento dei suoli che perdono fertilità a causa dell'uso massiccio di concimi chimici, inquinamento delle falde acquifere per via degli allevamenti intensivi.

Tutto questo ci riguarda o no? Io credo di sì. Se causa principale di queste iatture è la produzione intensiva del cibo allora dobbiamo uscire da questa logica di mercificazione e dalla ricerca del prezzo più basso. Come mai nessuno mette in discussione il prezzo del telefonino?
La riassumerei così. Primo, informazione ed educazione. Secondo, riduzione dello spreco. Terzo, una produzione più rispettosa dell'ambiente e della dignità dei lavoratori. Se le carote si pagano nove centesimi al chilo è perché nelle raccolte stagionali si utilizzano immigrati ri dotti in schiavitù. Quarto, bisogna rivedere le forme di distribuzione che così come sono ora impongono prezzi sempre più miseri ai contadini e più alti per i consumatori. Non funziona, quindi ben vengano i gruppi di acquisto e le filiere corte. Dobbiamo però essere consapevoli che la risoluzione di un problema così enorme non può dipendere solo dalla distribuzione. C'è anche il discorso dell'informazione. Bisogna educare i consumatori a non sprecare. Non possiamo essere sensibili solo al prezzo basso se poi buttiamo via ìl cinquanta per cento del cibo prodotto. I nostri vecchi non buttavano via niente. I dati parlano chiaro. Noi produciamo cibo sufficiente a sfamare dodici miliardi di viventi, eppure sulla Terra siamo sei miliardi e cinquecento milioni. Di questi un miliardo soffrono di fame, mentre un altro miliardo e settecento milioni soffrono di malattie da ipernutrizione, diabete, obesità, patologie cardio- vascolari, allergie. E la follia. Poco più della metà del cibo viene buttato via nella spazzatura. Non ha più valore.


(Nella foto: extracomunitari raccoglitori di pomodori nel Cremonese)

Non possiamo intonare il ritornello del prezzo basso e poi non vedere i "proletari che spendono mucchi di quattrini per seguire la loro squadra del cuore e buttano il cibo nella spazzatura. La riduzione dello spreco è un obiettivo importantissimo. La sinistra non si può lagnare dei leghismo paesano e ultracomunitario se poi continua ad avere una concezione produttivistica del cibo. Ha buttato via troppo in fretta i valori della civiltà contadina, ritenendoli obsoleti. La Lega ha capito il legame importante tra cibo e territorio. Se la sinistra non si pone neppure il problema non se la può cavare col semplice sberlèffo.
Per carità non sono un cantore dei tempi andati, di come si stava meglio quando si stava peggio. Voglio solo dire che alcuni intellettuali della famiglia della sinistra ci avevano visto giusto. Pasolini e Carlo Levi, per fare un esempio, ci avevano avvertito di non buttare via il bambino con l'acqua sporca. Non gli abbiamo dato retta. Non si tratta di tornare indietro ma di recuperare quel rispetto per il cibo che era un valore fondamentale nella civiltà contadina. E questo non ce l'hanno neanche i leghisti. Non è un caso che la greca revolution di Obama riguardi l'agricoltura e la produzione di cibo.


In arrivo la birra agricola fai da te

La bevanda, con pane, grappa, pesce e salumi viene considerata fiscalmente prodotto del settore primario grazie al decreto ministeriale 212. Ora le aziende possono coltivare l'orzo in modo più vantaggioso.

Il luppolo Ceco..e la birra è fatta ??!!!

Il luppolo selvatico di campagna reperibili anche tra le siepi (tra il dire e il fare c'è di mezzo...)

BRESCIA -Rivoluzione silenziosa per il mondo agricolo, soprattutto per i giovani agricoltori che sono incerti se restare nell'azienda di famiglia. Da alcuni giorni si considerano fiscalmente prodotti agricoli anche la birra, il pane, la grappa, il pesce, i salumi. In sostanza vendere questi prodotti, purché elaborati con materie prime almeno per 1151% provenienti dall'azienda stessa, è considerato la stessa cosa che cedere latte o vino. Tutto rientra nella tassazione agricola che si basa sulla rendita dominicale (della proprietà) e agraria (del coltivatore) che possono essere intestate alla stessa persona. Fino ad oggi queste attività comportavano l'avvio di una attività fiscalmente commerciale.

 

La birra la si può produrre anche nella campagne del Bresciano,
o per altri campi o borghi, ma non è facile,  altrimenti sarebbero state vere e buone birre
anche quelle dei Sumeri e degli Egizi. In realtà erano primitive 'tisane' o intrugli fermentati.

(Trovate  in rete le informazioni sulle varie leggende della birra - Copertina del volumetto di AQL)

Il decreto ministeriale 212

A dire che tutto quanto fa agricoltura è il decreto 212 del 2010 del Ministero delle finanze. L'elenco dei prodotti è lungo e dettagliato: dalla birra ai succhi di frutta, dagli ortaggi all'olio d'oliva e di semi, dal pane e prodotti da forno freschi al latte e i suoi derivati, dalle carni macellate, essiccate, salate e affumicate ai salumi e al pesce (compresi crostacei e molluschi). Le reazioni delle organizzazioni agricole sono a dir poco entusiaste. Confagricoltura vede possibilità di sviluppo soprattutto nel settore della birra, con le aziende che potranno mettersi a coltivare orzo in maniera più vantaggiosa, dando impulso alla già importante crescita dei «birrifici agricoli».

Coldiretti invece, punta sulla nascita dell'agricoltore-panettiere, anche questa un'importante occasione di integrazione del reddito. Siccome in pratica si potrebbe fare quasi tutta la spesa in campagna, resta da attendere la reazione di commercianti, fornai, macellai e gli altri artigiani e industriali del cibo, che invece fanno i conti con le tasse a regime normale. Come è già accaduto con l'agriturismo, le polemiche si assopiranno solo se davvero le aziende agricole useranno in prevalenza i loro prodotti, sennò sarà una guerra già vista.

L'entusiasmo del mondo agricolo è legittimo: le attività connesse all'agricoltura sono le uniche che possono davvero convincere i giovani a restare. Si pensi al recente boom delle agrigelaterie, che ha seguito quello delle vendite dirette e, prima ancora, quello degli agriturismi.
Detto questo, non vorremmo però gettare secchiate di acqua gelida sugli entusiasmi. Il Fisco, l'Asl e la burocrazia non sono così facili da sconfiggere. Più in generale la birra agricola è pur sempre un prodotto alcolico soggetto ai controlli dell'Ufficio tecnico di finanza che sconta un'accisa di 30 centesimi il litro a15% di alcol È liberalizzata invece dal 19951a produzione domestica per consumo proprio. Anche la grappa sconta l’accisa su ogni litro, e la produzione domestica resta illegale. Per entrambi i prodotti, si deve istituire un deposito fiscale, perché su ogni litro che esce dalla birreria o dalla distilleria si deve pagare una tassa. I birrifici possono optare per il contalitri piombato (misura il mosto che va in fermentazione). I sigilli della Finanza costellano tutto il ciclo di produzione della grappa, come il resto degli altri distillati.

II fatto che carni e salumi diventino prodotti agricoli non vuol dire che la macellazione vada esente da controlli sanitari, sia sul macello che sulle carni in uscita. Per la produzione di salumi, esistono norme sempre più restrittive sull'uso degli additivi consentiti.

Ma la trasformazione non è facile. E poi la trasformazione dei prodotti di base non è così facile. Chiedete a un fornaio se è davvero così semplice fare un pane croccante, e che sia croccante fino a sera. La distillazione domestica della grappa può essere, se fatta maldestramente, pericolosa per via del metanolo che va accortamente eliminato nella «testa». Già nel giorni scorsi, un commentatore di gastronomia diceva: «Non torneremo al vino del contadino stile anni '70?». In effetti produrre birra non è difficile, ma produrla buona sì. Distillare è un'arte raffinata, che sarebbe meglio lasciare a chi sa e ha le apparecchiature adatte: non basta avere la vinaccia. L'arte della norcineria per produrre salumi si impara con corsi piuttosto lunghi e impegnativi e poi con tanta pratica. Ma a tutto c'è rimedio. Anche a Brescia sono disponibili corsi di ottimo livello, e poi ci sono i consulenti che ti possono guidare nell'impiantistica e nell'avvio della produzione.

 

Il mais caro come l'oro  record per le quotazioni

I prezzi ai massimi livelli da due anni

CHICAGO. I contratti future sul mais hanno superato i 5 dollari per bushel ieri per la prima volta in due anni, sostenuti da forti acquisti da parte dei fondi e dalla copertura di posizioni corte. Anche il frumento è salito per la prima volta da quattro sedute. mentre pure i semi di soia sono schizzati al rialzo, spinti entrambi da condizioni meteorologiche avverse in varie parti del mondo.

Il contratto sul mais con consegna a dicembre è salito di 17,25 centesimi di dollaro, il 3,5%, a 1,1325 dollari per bushel (35.231itri). Il future sul frumento con consegna a dicembre ha  guadagnato 20 centesimi, il 2.8%, a 7,3925 dollari per bushel. I semi di soia con consegna a novembre sono rincarati di 32,75 il 3.2%, a 10.69 dollari per bushel.

I prezzi del mais sono saliti ai massimi da quasi due anni venerdì per l'afflusso di investitori sul mercato delle granaglie. sull'onda delle speculazioni secondo le quali le scorte di mais degli Usa si ridurranno a un ritmo più rapido a causa di raccolti negli Usa meno abbondanti del previsto e di unta forte domanda per Ie esportazioni statunitensi di questo cereale.

Secondo i trader : i fattori principali alla base del rally del granturco di venerdì sono stati i forti acquisti da parte dei fondi e la copertura di posizioni short da parte dei broker Intanto. la principale industria alimentare sudcoreana ha comprato 165mila tonnellate di mais americano, con consegna tra fine gennaio e inizio febbraio.

Il segretario all'Agricoltura Tom Vilsack ha detto di attendersi che le autorità permettano mia più elevati di etanolo e di benzina nelle auto convenzionali. un altro fattore che dovrebbe sostenere il prezzo del mais. I trader spiegano che il frumento ha ricevuto una grande spinta dalle preoccupazioni per le gelate in Alberta, nel Canada, e dalla mancanza di pioggia in Australia, insieme alla continua siccità in Russia. che potrebbero ulteriormente ridurre l'offerta di frumento a livello globale

Anche i semi di soia sono rincarati per effetto delle preoccupazioni per le condizioni meteo, in particolare la siccità nel nord del Brasile. il gelo in Canada e nella Cina nordorientale.

L a spinta in alto viene giustificata dalle previsioni non positive per i raccolti negli Stati Uniti per effetto delle condizioni climatiche avverse. L'andamento delle quotazioni dei prodotti agricoli é sempre più fortemente condizionato dai movimenti di capitale che si spostano con facilità dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l'oro fino alle materie prime come grano. mais e soia», spiega Coldiretti.

 

 

Il caso. Gi appassionati di orto: mai visti di queste dimensioni.

POMODORI E’ L’ANNO DEI RECORD – CUORI DI BUE GIGANTI
I più grossi a Torre de’ Roveri e Sorisole. L’Ascom: merito della piogge

Gli esperti escludono ogni forma di transgenia: niente di chimico e di artificiale. Sono pomodori naturali a tutti gli effetti, quest'anno eccezionalmente grossi e pesanti, raccolti in varie zone della Bergamasca dagli appassionati di orticoltura, meravigliati  loro stessi, dopo anni di semine e raccolti, per il peso che i «cuori di bue» hanno raggiunto quest'estate.

Il record è stato segnalato a Torre de' Roveri, nella tenuta La Tordela. Virginia Nembrini, 79 anni, cura con amore l'orto da mezzo secolo, ma un pomodoro così non l'aveva mai visto. Pesa quasi due chili, per la precisione 1.890 grammi. « Non so proprio spiegarmi cosa sia successo quest'anno: sono semi comprati, irrigati e concimati come sempre». Era buono? «certo, pochi semi e tanta polpa. Ne abbiamo ricavato molta salsa».

Giretto Ghilardi, 84 anni, di Sorisole, ha raccolto nel suo orto un pomodoro che pesava 1 chilo e 700 grammi. Un piccolo segreto nonno Ginetto lo confessa: «Sulla base dell'esperienza, faccio io la selezione dei semi da piantare. Poi conosco il posto e il concime giusto». Parole che ricordano una memorabile scena del film di Ermanno Olmi «L’albero degli zoccoli».

Anche gli esperti ammettono che si tratta di pomodori dal peso eccezionale, una rarità: «Sapevo che un "cuore di bue" - afferma Livio Bresciani, presidente del Gruppo dettaglianti ortofrutticoli dell'Ascom -può arrivare sugli 800-900 grammi, ma sinceramente di così pesanti non ne ho mai visti. Evidentemente sono frutto di diversi fattori favorevoli: un habitat ideale, piantati in anticipo, ben irrigati e concimati, stagione climatica favorevole. Hanno inciso molto le piogge primaverili: hanno fatto cadere dalla piante diversi fiori, quindi i frutti arrivati a maturazione sono stati meno, ma ben più pesanti. Quanto al gusto, penso che anche con quel peso record: abbiano mantenuto le caratteristiche di morbidezza e farinosità gradevole, tanta polpa e pochi semi, come i "cuori di bue" che ci arrivano generalmente dalla Liguria. Il peso normale di quelli in commercio, belli e buoni, è di 300, 400, massimo 500 grammi. Quelli raccolti in questi giorni nella Bergamasca sono considerarsi casi eccezionali, comunque sempre prodotti di madre natura, che non smette di stupirci». Secondo Enrico Radicchi e Silvia Tropea Montagnosi, esponenti di Slow Food del Bergamasco (movimento che nutre grande considerazione per la «Terra Madre» e quindi è favorevole ad ogni tipo di salvaguardia delle produzioni tradizionali; la scelta dei semi è molto importante. «Alcuni amici - affermano - di anno in anno, sulla base dell’esperienza scelgono i semi giusti e arrivano ad avere pomodori di 800-1000 grammi. Poi bisogna scegliere la posizione, curare bene le pianticelle. Anche l'andamento stagionale ha la sua influenza. Resta il fatto che quelli raccolti quest'anno sono davvero eccezionali».

LA COLDIRETTI LANCIA L'ALLARME SULLA SICUREZZA ALIMENTARE

Il concentrato cinese soffoca la "pummarola" - Nel Sol Levante il primato dell'export dei cibi ad alto rischio



Prima le "mozzarelle colorate", -poi il latte "taroccato", i formaggi, la carne. E adesso il concentrato di pomodoro. La sicurezza dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole è messa a repentaglio dall'export poco sicuro. che non manca di avere ripercussioni on soltanto sotto l'aspetto sanitario, ma anche dal punto di vista economico, perché sta progressivamente mettendo in ginocchio le nostre aziende. Il primato è; comunque, della Cina. Lo rivela la Coldiretti sulla base della "Relazione sul sistema di allerta per gli alimenti". Secondo l'organizzazione di categoria il maggior numero di notifiche per prodotti contaminati dalla: presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge è del paese del Dragone.

(In verde) La zona di produzione del pomodoro cinese

Nel 2009 su un totale di 32044 allarmi per irregolarità ben 344 (ossia 1' 11 per cento) riguardano i prodotti. cinesi. Di qui la proposta «di fronte alla diffusione del fenomeno di estendere l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti». In Italia - si legge .in una nota - negli ultimi dieci anni sono praticamente quadruplicati (+ 272 per cento) gli sbarchi, di concentrato di. pomodoro cinese che rappresentano la prima voce delle importazioni agroalimentari dal gigante asiatico. La percentuale è stata calcolata dagli esperti che hanno realizzato il rapporto sui dati relativi ai primi cinque mesi del. 2010 ri-_spetto allo stesso periodo del 2000.

C'è anche un altro dato" a dir poco sconcertante, rappresentato dal tentativo di spacciare per "Made in Italy”  la produzione orientale. I numerosi sequestri effettuati dalle forze di polizia dimostrano la crescita di questa "tendenza" che sta mettendo in crisi la coltivazione della "pummarola” nostrana, il cui raccolto è stimato quest'anno in calo di quasi il 10 per cento.

Per la il quantitativo che sbarca dalla Cina dovrebbe superare a fine anno i 100 milioni di chili e corrisponde a quasi il 15 per cento della produzione di pomodoro fresco italiana destinato alla trasformazione realizzata in Italia.

Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione- del pomodoro.




Un vero affronto per il nostro Paese, che produce il miglior pomodoro al mondo.

Dove, addirittura il Consiglio Nazionale delle Ricerche, in stretta collaborazione con la Provincia di Napoli e la Coldiretti, h. messo su, proprio per assicurare.: maggior qualità ai consumatori, il "superpomodoro", risposta naturale (e campana) al pomodoro transgenico anticancro, frutto di una ricerca a cui ha partecipato anche l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Umberto Veronesi. Non si tratta un organismo geneticamente modificato, ma di un innesto tra diverse varietà che consente di arrivare ad un prodotto che racchiude in sé_ tutte le proprietà nutritive del pomodoro, ma è più ricco di antiossidanti e anche a una temperatura di 320 gradi, mantiene P80 per cento delle sue proprietà nutritive e organolettiche. Altro che concentrato…

POMODORO …ITALIANO IN TUTTE LE SALSE (Dal SOLE 24 ORE)

In Emilia apre un museo dedicato al simbolo della cucina mediterranea e un libro ne traccia la biografia. Ma il passato non è sempre stato così succoso per l'ortaggio re di sughi e insalate: giunto da noi al seguito degli spagnoli, ha dovuto faticare  tre secoli per approdare «'n coppa» a un bel piatto di pastasciutta...

E se non ha un passato lui... Il pomodoro: così comune, tanto banale, sempre presente in tutte le salse nette cucine italiane, al punto che spesso ci si dimentica della sua nobiltà («pomo d'oro» non è solo un modo di dire...), come succede per gli oggetti della cui presenza si gode quotidianamente ma che - quando mancano - si sente, eccome. E invece «la purpurea meraviglia» - si intitola con questa citazione da Umberto Saba un libro appena uscito, che l'italo-canadese David Gentilcore dedica per Garzanti  alla storia italiana del saporoso ortaggio - è relativamente recente nella dieta mediterranea: non solo in quanto, come tutti sanno, fa parte della pattuglia di prelibatezze (il cacao, la patata, il mais, il tabacco, i fagioli) proveniente dall'America, ma anche perché ci mise parecchio a sfondare te resistenze del palato nostrano, tanto che si può dire che la famosa pummarola 'n coppa, alla pizza o agli spaghetti, non avrebbe potuto verosimil- mente essere imbanita prima dell'avanzato XIX secolo. Sol- tanto?!?
Già. Infatti, sebbene la prima citazione che attesta la presenza del tornato - così dal termine azteco - nella Penisola risalga al 31 ottobre 1548 (il granduca Cosimo de' Medici riceve dal fattore di una sua proprietà un cesto contenente anche quel tipo di verdura), «più di 300 anni - scrive Gentilcore - separano il suo arrivo in Italia dal suo consumo e dalla sua coltivazione su vasta scala»; tanto vasta che, tanto per dare qualche numero, oggi occupa 800 kmq, produce 6 milioni di tonnellate di frutti e rende 2 miliardi di euro... Alla faccia del pelato! Scatole & tubetti, salse & succhi (adesso ci fanno anche l'aceto), insalate & sughi. D'altronde, il pomodoro è parte integrante della decantata dieta che prende il nome dal mare nostrum e dunque non può mancare mai - estate o inverno, potenza dell'industria conserviera - sul desco di un italiano «verace». E pensare che, agli esordi cinquecenteschi, i cerusici sostenevano tutto il contrario, e diffidavano di questa solanacea addirittura «velenosa» (come la patata, del resto): se anche era commestibile, comunque nutriva un umore melanconico, dava difficoltà di digestione e per di più non saziava la fame! Niente meraviglie, perciò, se ancora alla fine del Cinquecento il sugoso ortaggio era coltivato più per decorazione nei giardini esotici dei nobili che per nutrimento: «Era più ammirato che consumato», attesta Gentilcore. Lo stesso Cosimo Medici, del resto, gradì il cesto di cui sopra e le sue verdure «et chon grande considerazione si guardarono tutte»: mica si mangiarono... Ma il pomodoro, se non prende la via maestra per entrare in cucina, vi penetra di soppiatto come condimento «alla spagnola»: il frutto veniva appunto dalla patria dei conquistadores e forse non è un caso se la prima regione dove ha sfondato nel menu popolano è la Sardegna, all'epoca possedimento iberico. Nel 1705 tuttavia la presenza dei pomodori è documentata pure nella dieta del collegio gesuita di Roma, in specie il venerdì di magro, e nonostante passasse per alimento afrodisiaco (in Francia, in Sicilia e altrove il suo nome è «pomo d'amore»), forse per la forma simile a un seno femminile o - chissà - per il colore: ancora oggi Luciano De Crescenzo chiama scherzosamente il menu napoletano «cucina a luci rosse», ma più per la silhouette a lampadina del San Marzano che con intenti erotici. Sugo partenopeo, certo: al 1839 risale la prima pastasciutta rossa, codificata su carta dal duca-cuoco Ippolito Cavalcanti, e al 1847 la prima commercializzazione della polpa in scatola.

 

 

Le quotazioni del grano. Parla il presidente della Borsa merci di Bologna, Bruno Filetti (Dal SOLE 24 ORE)

«Impatto modesto sui prezzi della pasta»

Il rincaro del prezzo del grano? Non è un problema. Anzi; contribuirà a risolvere un problema. Bruno Filetti, 68 anni, conosce il mercato delle materie prime agricole da una 'vita: come operatore e titolare della Bagal Bologna srl, azienda di brokeraggio internazionale; e come presidente della Borsa merci del capoluogo emiliano, la più importante d'Italia, al cui vertice siede da circa un ventennio.

Filetti non è preoccupato dalla rincorsa dei prezzi all'origine. Né crede che siamo alla vigilia di una nuova emergenza mondiale su questo fronte, dopo la crisi del 2007-2008. Al contrario, pensa che ci siano le condizioni per una certa stabilità. «Non vedo analogie con la bolla speculativa di tre anni fa- dice -.Allora ci fu la drammatica coincidenza dì raccolti negativi e di scorte ridotte. E per l'anomalia del prezzo del petrolio contribuì a far divampare il fuoco della speculazione. Oggi - sottolinea - i magazzini sono pieni e il petrolio è sotto controllo».

Il rialzo delle quotazioni del grano, per il presidente della Borsa merci di Bologna, è un fenomeno fisiologico che ha il vantaggio di riportare reddito nelle tasche degli agricoltori. «11 vero guaio era l'abbandono della coltivazione del grano perché non era più remunerativa - spiega -. I prezzi troppo bassi hanno spinto molti imprenditori a buttarsi su altre varietà e addirittura ad abbandonare i campi.  Per l'agricoltura italiana è stato un danno enorme. Adesso, invece, il mercato si sta normalizzando = aggiunge - e questo fenomeno non potrà- che avere effetti positivi sull'intero sistema».

A pagare il conto sarà, come spesso accade, il consumatore finale? «Non credo - commenta Filetti.-. Gli aumenti avranno un impatto assolutamente modesto sul prezzo finale della pasta, che stimo non oltre il 2-3%». Nessun timore anche per lo stop alle esportazioni deciso dalla Russia. «La mancanza del grano russo sarà compensata senza problemi da Stati Uniti e Francia - rassicura il presidente della. Borsa merci di Bologna -. Il raccolto americano, quest'anno, è stato superiore alla media e quello francese in linea con le aspettative.. E poi - continua - in tutto l'emisfero settentrionale c'è stata una produzione record di mais, che ha una forte complementarietà con il grano».

Le fluttuazioni dei valori hanno comunque messo in allarme analisti 'e produttori. Basti dire che giovedì i9 agosto, alla riapertura dopo runica settimana di sosta dell'anno, la Borsa bolognese ha accolto più di 500 operatori, tra le tradizionali postazioni di lavoro di multinazionali estere come Cargill, Bunge, Dreyfus o Nestlè, e i maggiori gruppi italiani, da Amadori a Barilla ai Grandi Molini.

Le turbolenze estive hanno. creato attesa e interesse: è normale, anche perché la nostra Borsa è il punto di riferimento del controllo sulle merci destinate all'intero bacino del Mediterraneo - racconta -. Qui si fanno 6omila analisi all'anno e in questo settore il rapporto diretto resta fondamentale: tre ore di mercato valgono più di qualsiasi analisi e una stretta di mano o la semplice parola hanno il peso di una firma. Ecco perché posso dire di sentirmi più sereno di tre anni fa - conclude -. Le fluttuazioni dei valori sono fisiologiche e non vedo elementi distorsivi. L'unico effetto sarà positivo, ripeto; perché torneremo a vedere il grano nei nostri campi».


Gli anti-etilometro: I vignaioll contestano  la validità scientifica
(Solo testo da LA STAMPA 19-9-2010)

A volte solo un 1/2 bicchiere di buon vino può far scattare "l'Impiccio"...o no!!??

«Basta con il proibizionismo e i talebani dell'etilometro. A mondo del vino merita più rispetto. Non siamo spacciatori». Costantino Charrère, il produttore valdostano, presidente della Federazione italiana vignaioli indipendenti lancia la sfida. «Vino più conoscenza e meno divieti» è i1 titolo dell'offensiva scientifica lanciata  durante una conferenza stampa a Milano.

Vari i fronti aperti il primo contro gli apparecchi usati per i controlli dalla Forze dell'Ordine. «E' provato che l'etilometro a fiato non è idoneo a misurare la percentuale di alcol nel sangue - sostengono alla Fivi - Ci sono test scientifici che dimostrano la diversità di risultati a seconda della capacità polmonare delle persone»,

I vignaioli non vogliono nascondere la gravità del problema alcol ma sottolineano come « molti incidenti stradali del sabato sera tra í giovani. non sono causati dal consumo eccessivo del vino, ma da un miscuglio di sostanze alcoliche di dubbia provenienza e salubrità». Il prof. Michael Hlastala dell’Università di Washington ha dimostrato le differenze tra alcol di fermentazione alcol da distillazione. La soluzione? Serve una cultura del bere vino in maniera consapevole e responsabile.

 

 

Testi dal CORRIERE DELLA SERA 17-9-2010

Sostegno Provvedimento del ministero per Barbera, Brachetto e Dolcetto. Il produttore Gaja: errori delle Cantine

Vini del Piemonte in crisi, via libera alla distillazione.

MILANO- La crisi astigiana del vino è un triste ritornello che si ripete ormai da troppo tempo. Eccedenze in cantina, difficoltà da parte dei produttori nella gestione del vigneto e del mercato, enti pubblici, consorzi e organizzazioni di sistema pronte a batter cassa.
Questa volta, è l'ennesima, il ministro delle Politiche agricole, Giancarlo Galan ha accordato la distillazione di crisi per eliminare le scorte. Si tratta di oltre 200 mila ettolitri di prodotto. Con la "distillazione di crisi" delle uve in eccedenza possono essere trasformate in alcol. Una misura in vigore dal 2000 in Europa, decisa per fare fronte a situazioni eccezionali. Un modo per salvaguardare il reddito dei produttori.

«II governo si impegna a far fronte allo stato di crisi dei vignaioli piemontesi e alle loro Docg e Doc, Barbera, Dolcetto e Brachetto d'Acqui, destinando fondi del programma nazionale di sostegno del settore»,: si legge, tra le righe, nel comunicato del ministero.
L'attento Angelo Gaja, (A lato: Gaja con Signora) produttore in Barbaresco, nella Langa albese, in una accorata lettera fa un ritratto di questa crisi quanto mai veritiero chiamando alla resa dei conti governatori, politici e vignaioli vicini di collina. «Le cantine cooperative dell'Astigiano hanno sdegnosamente rifiutato 6,5 milioni di euro assegnati al Piemonte per il diradamento delle uve 2010. Un errore», scrive il produttore. Un salto nel buio, permeato da contraddizioni palesi. «Hanno chiesto i contributi per eliminare le eccedenze, ma anche una modifica al disciplinare, ottenuta peraltro, per aumentare in modo consistente, i massimali di produzione dalla vendemmia in corso, quando il vino già esce dalle loro orecchie».

II ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan ha accordato la distillazione di crisi per eliminare le scorte di oltre 200 mila ettolitri di prodotto.
Negli ultimi trent'anni i finanziamenti alle cooperative piemontesi sono stati altissimi, l'ultimo nel biennio 07-09, di circa 8 milioni di euro.

«Una parte di quei soldi è stata spesa con oculatezza - dice Gaja - ma almeno il 50 per cento in malo modo. Investimenti sbagliati, vino venduto sotto costo, a prezzi stracciati, vignaioli costretti comunque a conferire le uve alle cantine, obbligati a scendere in piazza. II male sta nei consigli d'amministrazione incapaci di operare cambiamenti e pronti a chiedere denaro pubblico per ripianare debito e sprechi. A chi giova, dopo trent'anni, sostenere questo 50 per cento di cantine sociali sempre sull'orlo del fallimento?».

Cantine decotte, immobilismo da parte delle nuove generazioni di produttori, figli di soci conferitori, incapaci di abbandonarle e mettersi in proprio: perché mai, si domanda Gaja, produrre di più e chiedere denaro pubblico da spendere in una causa persa? La risposta non arriva nemmeno dal celebre vignaiolo langarolo. «Sicuro, perché le situazioni si sono cristallizzate: lo spreco di denaro pubblico avvia fiammate di scandali che una volta empiti nulla cambiano. I succhiatori di denaro pubblico costituiscono un'armata affamata, difficile da contrastare.
L'esubero di produzione ha fatto e fa comodo a molti, anche agli imbottigliatori che possono continuare ad acquistare all'ingrosso a prezzi stracciati. Le responsabilità politiche sono elevate.
I viticoltori sono vittime di un meccanismo perverso. La Doc Piemonte non è mai stata così svilita». Un quaderno del dolore che stenta a trovare l'ultima pagina con la parola fine.

Angelo Gaja è produttore di Barbaresco, nella Langa albese. È contrario a sostenere il 50 per cento di cantine sociali sempre sull'orlo del fallimento. Negli ultimi trent’anni i finanziamenti alle cooperative piemontesi sono stati altissimi. L'ultimo nel biennio 2007-2009, è stato di circa 8 milioni di euro.

Il governo si impegna a fronteggiare la crisi dei vignaioli   piemontesi e delle loro Docg e  Doc, Barbera, Dolcetto e Brachetto d'Acqui, destinando  fondi del programma nazionale  di sostegno del settore.




******************************************

Quotidiano Firenze - LA NAZIONE

Arriva il pranzo «trasferibile»

Un progetto della Cia simile all'Interflora per una filiera cortissima

SI SCRIVE "Food transfer" e si legge «regala un pasto di qualità a qualcuno a cui tieni». Funziona più o meno come l'interflora, solo che al posto dei fiori in un negozio si sceglie un menù in un ristorante o su un portale Internet.

La Confederazione Italiana Agricoltura ha lanciato il progetto col duplice obiettivo di far crescere la filiera cortissima  i rapporti di vendita sono diretti fra chi produce e chi cucina - e far apprezzare ulteriormente 1'enogastronomia italiana. Secondo le stime della Cia. il segmento di mercato del "pasto trasferibile" potrebbe movimentare 150 milioni di euro l'anno solo in Italia. Luca Brunelli, vicepresidente di Agia, l'associazione dei giovani imprenditori della Cia, è fra i più attivi promotori dell'iniziativa che sarà operativa a inizio 2011.

Allora, come si fa a regalare un Food transfer?
«Tre gli scenari possibili: il cliente lascia una cena o un pranzo pagati nel ristorante dove è appena stato, paga un pasto per un altro ristorante, cioè se si trova a Siena e vuole fare un regalo a un amico a Trento seleziona il ristorante da

Siena e manda la prenotazione all'amico a Trento, oppure paga lo chef che cucinerà a casa dell'amico, per un evento in un negozio, un pranzo di ringraziamento ai collaboratori in ufficio. Quale che sia la scelta, le caratteristiche comuni sono qualità e genuinità dei prodotti e prossimità degli stessi a dove verranno cucinati.

Il vostro obiettivo è raggiungere i novemila convenzionati fra Italia ed Estero, ma quali scenari prefigurate per l’Europa?

«L'utilizzo per l'estero si esprime nei rapporti che si creano per lavoro o per amicizia. Per esempio chi ha clienti, importatori o comunque qualcuno che vive all'estero e vuole gratificare, lo può fare regalandogli un pasto di qualità».

Quanto costa la qualità?

«La qualità richiede attenzioni... Possiamo immaginare una base minima di 25-35 euro ma è un elemento che va affrontato nella situazione e comunque ci sarà la possibilità di soddisfare tutte le esigenze. La scelta della Cia è garantire e valorizzare i prodotti di qualità ma per tutti, “Food transfer” non deve e non può essere solo per pochi, anche perché nascendo da una filiera cortissima priva dei costi dei passaggi intermedi».

In Toscana a che punto siamo?
"Abbiamo già dimostrazione di interesse da parte di ristoranti e catene alberghiere che hanno diffusione mondiale e saremo pronti per inizio 2011. L'interesse da parte delle aziende è ampio e ci permette di rifornire tutti i ristoranti e chef che hanno aderito. In alcuni casi catalizza rapporti esistenti e in altri ne apre di nuovi».

E chi vuole aderire al progetto come chef o ristorante chi deve contattare?: La CIA