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I VINI PER MILIARDARI IN VENA DI SCIALO

Valgono  veramente centinaia di euro alcuni vini prodotti in vigne di terra e non nel celeste Parnaso? Proviamo a degustare vini rossi ottimi ma con un rapporto qualità/prezzo che fa riflettere, per la estrema convenienza...naturalmente.

 Una trentina di anni fa un grande esperto di vini, nel senso che beveva solo vini importanti, mi confidò che non avrebbe speso, e che secondo lui nessuno avrebbe dovuto spendere,  più di 50 o 60.000 lire, per una bottiglia di vino da 75cl, naturalmente non consumata in un ristorante, ma acquistata sul mercato (enoteca, ‘vineria’ o dal produttore). Per lui era assurdo spendere quei soldi anche se il vino era proposto da un produttore, bravo e famoso quanto vuoi. Dal discorso che abbiamo iniziato escludiamo le eventuali bottiglie per collezionisti, anche se ‘relativamente recenti’, o comunque ‘pezzi unici’.
Dal mio canto, avevo indicato allora, giudicandolo onesto e accettabile, un prezzo massimo di 45-50.000 lire, che ritenevo il massimo da accordare ad un vino importante, anche se di altissimo spessore, naturalmente, lo ripeto, non un vino simbolo, da collezione…magari reso imbevibile dal tempo.
Poi qualche volta mi era capitato, girando il mondo, d’incappare in vini celebri e celebrati, che non erano poi la fine del mondo in assoluto, proposti a 130-150 dollari. Vini dei quali non sarei risuscito a giustificare quel prezzo, salvo non autodefinirmi un ‘pollo’.
Se allora poteva essere comprensibile, comunque, che clienti danarosi, e magari bisognosi di darsi delle arie, accettavano di spendere quei soldi per ‘accattarsi’ una bottiglia particolare, che andava di moda, in uno scenario di proposte, non sempre di qualità ‘superiore’ ad altre meno costose, oggi ci sono tante etichette, presenti sul mercato, o in molte cantine illustri, che rispondono ad una qualità elevata e quindi appetite anche da esigenti e ‘danarosi’ gourmet.
A proposito di vini troppo cari, leggo e riporto un paragrafo tratto da un ‘discorso’ più ampio.
“Odori tipici della zona della Borgogna, di bacche, spezie e cuoio. Molto scuro al colore, suggerisce al sapore: salsa di soia, dei fiori e della liquirizia. L'aroma è ricco e penetrante senza essere troppo profondo. Il Romane Conti è un vino raro che si è ritagliato un posto di grande prestigio a livello mondiale e questo per lunghi anni a venire. Oltre  millecinquecento dollari costa una bottiglia; forse non esiste vino piu’ costoso al mondo. Costantemente, il Romane Conti non registra mai prezzi inferiori ai mille dollari per qualsiasi annata.”
Catturato da un amico su internet, me lo aveva inviato per conoscenza e mi chiedeva  un giudizio sul vino e sui costi. Ho risposto che il Romanée Conti è senz’altro il più grande vino del mondo, anche se qualcuno potrebbe preferire un’altra grande etichetta francese  dello stesso livello, ma ad un prezzo più abbordabile.
 Dando, in seguito, uno sguardo a dei prezzi riferiti, ad esempio, ad un  Domain de la Romanée Conti 2003, e ad un Château Margaux 2000 (Jeroboam 4,5lt)  proposti, rispettivamente, a 8,190.00€, e 10,000.00€  ( IVA esclusa…naturalmente ), mi sono detto che ciò che ho scritto giorni fa a proposito dei 700€ di una nostra pregevole etichetta, biasimando chi si permetteva di raccontarci che alcuni vip pagano questi soldi per una bottiglia da 0,75 cl., poteva essere una ‘bazzecola’ rispetto al Romanée Conti da 8,190,oo€.

A questo punto, dopo aver riflettuto, mi sono riproposto di effettuare una ‘degustazione” nel nostro OIFB Test Center, per avere un metro di misura, e poter dire la nostra a proposito di certi vini blasonati dei quali, volendone degustarne un solo misero calice , bisognerebbe investire gran parte dello stipendio di un operaio della Breda.
Mi ero già chiesto molto prima dell’estate se era il caso di organizzare, via internet, con un metodo messo a punto dall’OIFB Data Center, una tavola rotonda sulla questione dei vini che costano quasi come un auto utilitaria, e magari non sono, naturalmente, da collezione o storiche bottiglie da tenere in cassaforte, ma per essere consumate.
La Tavola rotonda la stiamo organizzando, invitando a partecipare alcuni storici o affermati produttori, alcuni esperti e qualche ‘consumatore’ con un portafoglio tale che può permettersi anche qualche follia.
Intanto, per anticipare i tempi, e poter dare un giudizio di merito, mi sono fatto arrivare dei campioni, da una realtà produttiva che i vini non solo li sa fare, ma per alcune tipologie sta facendo scrivere pagine di grande effetto per la fama conquistata sul campo, a livello internazionale.
Ci vengono recapitate 5 etichette di rossi, di cui uno ottenuto da una loro vigna storica in Trentino e gli altri da altre loro vigne di recente acquisizione. Si tratta di un Pinot Nero del Trentino, di due umbri di Montefalco. Naturalmente il Montefalco Sagrantino (Docg) che baciato dal successo è considerato, ormai, dalla voce del popolo gaudente,  un regale vino di questa terra francescana, anche se non riusciamo a giustificare certi prezzi che sono trainati, ma non giustificati, da alcune etichette firmate da un nome diventato celebre, per meriti e molto anche dalla ‘gaudente’ pubblicistica-redazionale.
Poi, il Doc Rosso di Montefalco, oltre a due toscani (entrambi IGT) che nascono dalla storiche terre che fu patria degli Etruschi, ed ora sono terra di vigne che danno vini di grande razza, come il Teuto, della Tenuta  Podernovo  ( ottenuto da Sangiovese al 95%, e 5% di Merlot ). Un vino che s’inserisce tra i grandi rossi di Toscana, e l’Aliotto ( sempre della stessa cantina) che ha il Sangiovese come uva portante (60%, poi Carbernet, Merlot e altre uve locali).

 Cinque vini, che pur nella differenza sostanziale tra loro, sia di prezzo, sia di qualità organolettiche, hanno tuttavia in comune un timbro che è merito di chi governa, con una regia accorta, il rispetto e la severità dell’intera filiera che  risente dell’elevata professionalità dei protagonisti impegnati in vigna e in cantina, ubicate, lo ripeto, in Trentino, a Montefalco e a Morrona nel Pisano.
Abbiamo così deciso di effettuare il test dei cinque vini , resi ‘anonimi’ per i sei del gruppo degustatori.

Le bottiglie sono state portate al tavolo di degustazione, dopo averle  ‘coperte’ con una calza nera, che lasciava scoperta solo la parte alta del collo, priva di collarini o altri simboli che potessero  far individuare la Cantina o il tipo di vino. Solo il conduttore dell’esperimento era a conoscenza delle cinque etichette.
La prova doveva essere tale da poter ‘memorizzare’ un metro di giudizio, quanto più possibile realistico, anche se personale, comunque utile per ogni singolo soggetto coinvolto per suggerire un ‘paragone’ con i vini, in linea di massima ‘equivalenti…o quasi.  
In questo incontro vi era la necessità, da parte dei singoli degustatori, come accennato, di memorizzare alcuni parametri qualitativi, con relative caratteristiche organolettiche, che sarebbero state utili nel caso specifico di un paragone con vini rossi di buona, ottima o eccezionale qualità, indicando gli elementi di un certo tipo di vino conosciuto, in una parola consumato  (bevuto) in più occasioni, al quale si poteva ‘avvicinare’ il vino degustato, comparandolo con riferimento ai virtuali codici sensoriali registrati dalla memoria. Unica informativa sui vini, era solo la patria, o la regione d’origine (delle singole bottiglie) identificata da una semplice targhetta scritta a penna. 

Iniziamo a spiegare i vini degustati

 1 - ALIOTTO IGT

Cinque dei sei partecipanti si sono espressi subito, riconoscendo il Sangiovese come uve protagoniste del campione, facilitati, forse, o senz’altro, dalla conoscenza dell’origine geografica (un rosso toscano), mentre il sesto,  sarà stato forse condizionato successivamente dagli altri, anche se aveva scritto Sangiovese con un punto interrogativo accanto al nome dell’uva protagonista, reso dubbioso per la presenza del 40% di un uvaggio, non meglio identificato, anche se aveva avanzato l’ipotesi dei due ‘più popolari’ Cabernet e Merlot.

(Nella foto sotto e altre similari, le controetichette dei 5 vini testati)
 Tutti, all’unanimità o quasi, hanno avanzato l’ipotesi di un intervento di barrique (ma si sa che nei tempi attuali la ‘barrique’ è la via d’uscita per indicare qualcosa che va di ‘moda’).
Un giudizio finale più che positivo per questo IGT toscano.
Senza avere la pretesa di competere sulla scena con un Grande Rosso Toscano di razza elevata, tuttavia si sono espressi con ragionevole attenzione ad una certa eleganza dell’insieme,  ‘catturata’ sia nella fase olfattiva sia ‘gustativa’.
Una ‘dolce rotondità’  e un equilibrio dell’insieme.
Un Toscano di buona fattura che potrebbe iscriversi per diritto nella lista dei vini, che soddisfano senza ‘allarmare’ per una presunta nobiltà di rango.
Un vino che potrebbe, senza ripensamenti, o false generosità essere pagato, alla fonte o all’enoteca, 12-14 euro, ma ne vale molti di più - facendo il paragone con altri - secondo i pareri del gruppo.


 2- MONTEFALCO ROSSO DOC

Montefalco, luogo di grandi vigne e celebri cantine, almeno alcune, che però non dovrebbero esagerare, ma se ci sono clienti disposti a fare follie, pagando molto di più del reale valore, facciano pure.

Pur non essendo pregiato, come il ‘Sagrantino’ (Docg), questo Montefalco Doc, che vede anche le uve sagrantino partecipare all’uvaggio con un 15% -  e con tre uve importanti come Sangiovese (70%), e Merlot e Cabernet al 15% - ha riscosso un certo apprezzamento, per una risposta olfattiva che è stata molto apprezzata, sia per l’eleganza dell’insieme, sia per i variegati aromi, che si sposano bene tra loro, ma si evidenziano con i rispettivi ‘valori olfattivi’. Equilibrato e con palesi doti di freschezza e una bevibilità che lo fa apprezzare, anche se un ‘degustatore’ ha evidenziato una ‘eccessiva’ alcolicità (14,5°) rispetto alla premesse di freschezza e bevibilità.
 Non sfigura, questo Rosso di Montefalco rispetto ad altri rossi più noti e dai prezzi esagerati, ma s’intuisce un merito di chi ha saputo vinificare uve di buona reputazione, aiutate a dare il meglio anche dalla vigna che le ha ospitate: l’uomo cantiniere ha fatto del suo meglio con la complicità della natura che aiutata dall’uomo sa regalare il massimo.

Sul prezzo (disposti a pagare all’origine) comparativo di valori organolettici reali, percepiti, non si è avuto un identico giudizio giacché si è materializzato (in soldoni) da 24-29 euro.

 3- MASO NONTALTO TRENTINO DOC

La bottiglia come le altre, era nascosta dalla fitta rete di calza maglia scura, tuttavia, mentre uno dei soggetti versava il vino nel calici pronti per degustare, si è lasciato andare con un apprezzamento sul peso e sagoma della bottiglia, diversa dalle altre del tipo bordolese, ma per i sei, nonostante che la bottiglia fosse vestita, per il peso e la forma, si avvicinava, secondo loro, ad una Borgognona o ad una Champagnotta magari privata del bordo (cercine) per l’ancoraggio della eventuale gabbietta, il verdetto era: bottiglia importante dovrebbe essere un vino importante…ma non è sempre detto.
Torniamo alla realtà del vino degustato. I quattro più esperti, e bevitori, non della domenica, hanno individuato all’olfatto il variegato, caratteristico ‘bouquet’ che per gli intenditori rivela tra le altre sensazioni olfattive, un aroma particolare, che loro hanno semplicemente abbinato al Pinot Noir o Pinot Nero. ( Tra Francia e Italia c’è ancora una ‘fraterna guerra’ sulla supremazia dei due Pinot.)  Servendoci delle risultanze apparse su una rivista scientifica di Biotecnologie, avevamo sviscerato ogni nuovo sapere, in una riunione proprio sull’intero Dna del Pinot Nero, considerato dai ricercatori un ‘campione’ ideale per cercare di scoprire i segreti della riposta aromatica del vino. Eravamo felici nel sapere che una breve tornata di studi e chiacchierate fatte proprio  nell’OIFB Test Center, con il gruppo dei nostri ‘collaboratori sensoriali’, nel settembre 2007, era servita a darci strumenti, anche se labili, se non allenati, e supportati da studi più approfonditi, per comprendere attraverso gli aromi l’anima e il corpo di un vino. Ebbene i quattro…seguiti dagli altri due che annuivano, non come sudditi consenzienti, ma come allievi instradati da dei quasi maestri: "Pinot Nero di buona classe!". Era fatta e registrata la lezione di base. Con quell’affermazione, uno dietro l’altro i due rimanenti ‘compagni’ di strada, si sono convinti, in diretta, che si trattava di un Pinot Nero, anche perché avevano degustato tanti mesi addietro un Pinot Nero -  di una celebre cantina altoatesina - considerato un ‘campione’.
 Già alla prova olfattiva, si è consolidato un giudizio, che si sarebbe trattato di un rosso di livello. Pur sapendo che la vite è pianta eccezionale per quanto concerne il valore numerico dei geni posseduti, che sono il doppio, o quasi delle altre piante, ci si rendeva conto che il Pinot Nero, pur vitigno, difficile, e capriccioso come dice qualcuno, si conferma che è grande per natura, ma può apparire difficile…per gli umani.
Vitigno che se ben governato: dalla terra alla cantina e quindi alla tavola, è grande. Uno dei vini che ha come caratteristiche una spiccata finezza e una regale eleganza, con il variegato range di risposte fruttate nelle quali si avvertono le intriganti sensualità dei piccoli frutti come la mora, l’amarena, la ciliegia e via dicendo. Insomma il Pinot Nero è potenzialmente grande. Bisognerebbe solo valutarlo ancora di più,  per far conoscere le sue qualità olfatto-gustative.
Nel test di Maso Montalto, è venuta fuori la radiografia della sua ‘forte’ personalità.
Profumo e sapore, o sarebbe più giusto dire profumi e sapori, tante sono le riposte sensoriali, che lo indicano come vino generoso, con la sua complessità e la struttura che lo classifica tra i vini dalla personalità forte che sa regalare emozioni profonde che persistono fino a coinvolgere i sensi tutti.

Che dire altro di questo Pinot Nero…se non che dovrebbe inventarsi un prezzo più alto, e remunerativo delle sue qualità che sono indiscutibili. Per quanto concerne la valutazione sul prezzo che i partecipanti erano disposti a ‘pagare’ per una bottiglia da o,75 lt, ho dovuto limitare i loro entusiasmi, come capiterà anche per il Teuto. Loro, altrimenti, avrebbero suggerito un prezzo troppo alto, rispetto a quello indagato in realtà sul campo, prima della nostra degustazione. Alla fine hanno concordato, e poi riveduto alla stesura di questo servizio, un prezzo da 28 a 34€.
A volte un prezzo proposto, non è detto che sia il fedele parametro delle sue qualità reali, non individuate da tutti i ‘bevitori’. Nasce in ‘montagna…ma non è vino per ‘montanari’…o solo per loro, giacché bevuto nel posto giusto, alla giusta temperatura, da una bottiglia non ‘maltratta’ nel suo iter dalla cantina al calice, potrebbe spuntare un prezzo, certamente più alto. E’ così che va la vita. D’altronde se il Giulio Ferrari, in mano ai Lunelli, saggi e onesti, oltre che capaci vignaioli e cantinieri, come i loro addetti,  fosse in mano a chi accetta di speculare costerebbe anche lui il triplo o più del prezzo proposto al mercato. Forse è la stessa cosa per Maso Montalto.
Se Mago Merlino, d’altronde, avesse ereditate una vigna e una cantina, i suoi vini sarebbero costati una somma astronomica. Ma non essendoci a quel tempo ‘casse di risonanza o altri mezzi di diffusione,  pur essendo lui ‘calcolatore, imperscrutabile, talvolta persino diabolico’, sarebbe stato costretto a venderlo ad un prezzo ‘popolare’…ma certo remunerativo.

 4- TEUTO IGT

Scrivevo anche una quarantina di anni fa che non è la denominazione codificata per legge - nel caso dei vini attuali  la Doc, la Docg, e la IGT - che può essere il ‘grimaldello’ miracoloso che apre le porte del successo, quindi della garanzia qualitativa di un vino. Sarà, in realtà, la singola etichetta e il relativo vino al quale si riferisce, che può essere il valido simbolo di riferimento.
Tutti, o almeno gli esperti amanti del vino, ricordano di quanto il vino ‘toscano, che oggi viene proposto nel virtuale palcoscenico ‘del batti e ribatti’ a qualche centinaio di euro - a quel tempo centinaia di migliaia di lire (non c’era ancora l’Euro), ma volutamente era rimasto come ‘Vino da Tavola’ per clienti milionari, naturalmente, quindi tavole ‘speciali’ e non qualunque tavola.
Il suo lasciapassare erano i gradi di nobiltà e pregevolezza, le più affidabili credenziali acquisite sul campo, o sul mercato, che ne decretavano il valore, e la fama acquisita in anni di severo e serio lavoro: dalla vigna alla cantina.
Ecco perché non è la codificazione di legge che garantisce al consumatore, una qualità a vari livelli di pregevolezza. Tanto è vero che facendo un’indagine sui display della Gdo, alcuni decenni fa, avevo trovato dei Chianti DOCG da 2.800 lire ed altri da 20.000 lire in su. Stessa cosa, è adesso, tanto che Teuto un ‘toscano di ottima razza’, ha per codificazione l’Igt (Indicazione Geografica Tipica )
 Poi le codificazioni cambieranno e sarà tutto da rifare. Vino da buona tavola, che più ha meravigliato per la sua eleganza e per la ‘compostezza’ dell’insieme strutturata in un perfetto equilibrio. All’olfatto si è presentato con una gamma di profumi che sembravano tessuti su di un fiore di seta dai molti petali, ognuno dei quali ti emoziona per le sue particolarità e vi senti, sei possiedi un fiuto allenato, le varianti che sembrano un miscuglio di ‘trappole’ fatate per incantare. Ecco che allora si è rivelata la ciliegia, altri piccoli frutti, e un leggero respiro di viola, sovrastato poi da uno speziato che gratifica e ti dà la misura che il naso anticipa il piacere del dopo, quando affidi all’apparato gustativo il giudizio finale.

Elegante, dai risvolti di piacevolezze gustative, ma anche i tannini si fanno 'discreti', in un perfetto equilibrio dell’insieme. Un vino che ha lasciato di stucco, quando ho accennato ( perché costretto a rivelarlo ) ad un costo di massima di questo splendido rosso toscano, che non sfigurerebbe accanto a vini che spuntano (fortunati loro) decine e decine di euro. 
I sei sono stati coinvolti dalla piacevolezza del Teuto (Sangiovese al 95%- il resto Merlot) che può degnamente essere compagno garante di successi enogastronomici in un pranzo a base di carni rosse o cacciagione. I 14,5 gradi si avvertono, mediati da un insieme di note che lasciano il segno, incantando naso e bocca, mentre il rosso rubino intenso ‘accontenta’ gli occhi già lucidi di felicità sensoriali inaspettate per un vino da “Tavola”…ma si sa che le codificazioni in genere,  spesso servono solo alle burocrazie per derimere e ‘governare’.
Per decidere il prezzo accettabile per il Gruppo, che ha voluto testare ancora, in fase successiva, una nuova bottiglia da acquistare in un'enoteca del Milanese. La nuova degustazione ha confermato tutte le impressioni precedenti ed hanno suggerito un prezzo, che loro avrebbero considerato giusto sui 19-26 euro, ma qualcuno lo avrebbe voluto valutare di più.

 5- MONTEFALCO SAGRANTINO DOCG

A questo punto non è stato facile, tentare, bonariamente, di reprimere le accelerazioni emozionali dei sei, suggestionati in altra sede o in convivi  da loro frequentati di recente, e nei quali il Sagrantino era stato il ‘benvenuto’ a tavola. Sottovoce hanno anche accennato al prezzo, comunicato dal loro amico-ospitante, che lo aveva pagato 88€, ritenuto troppo costoso rispetto alla qualità percepita o ‘meglio degustata’, ma può essere sempre una questione personale, come giudizio.

Questo vino, da qualche tempo è protagonista di accadimenti severi, alcuni veri, affidabili, mescolati, però,  ad altri dove se ne sparano di grosse rispetto a tutto l’universo Montefalco.
 Ho pensato bene di ribadire ai sei 'degustatori', più giovani di me di tante primavere, che non tutti gli ‘Champagne’ o i Franciacorta Docg si presentano sul mercato con prezzi vicini o equivalenti tra loro…anzi, spesso si riscontrano sostanziali differenze, tra le tante etichette esitate sul mercato, anche se la denominazione codificata è la stessa. Identica cosa potrebbe accadere anche all’astro nascente umbro che da qualche stagione sta ‘ubriacando’ di voglie represse molti desiderosi di poter bere un Sagrantino di Montefalco o Montefalco Sagrantino, che per i ‘baccanti’ è la stessa cosa.

Sarà stato il coinvolgimento sensoriale dei due vini (Teuto, Maso Montalto e Montefalco Rosso) degustati prima, che avevano catturato l’attenzione, ma secondo le aspettative, di là della perfezione dei parametri generali, che hanno documentato la validità delle uve Sagrantino, in generale, è forse il ricordo del Sagrantino pagato 88€, che poteva confondere il giudizio di questa bottiglia (che risulterà certo molto meno cara di quella dell’amico).
 Nel proseguire il test, oltre alla ‘personalità’, che è patrimonio comune di molte etichette di Sagrantino, si è notata un'attraente complessità della risposta aromatica, che ha evidenziato la ciliegia e la più intrigante marasca, poi un richiamo alle essenze, non da tutti ‘rilevate’…forse per momentanea distrazione ‘nasale’.
 Al palato rivela una certa freschezza, che garantisce una piacevole bevibilità, ma sono ancora una nota di eleganza e un eccezionale equilibrio ad essere determinanti. Senza essere un vino ‘milionario’ il fatto di essere prodotto con un’uva’ ( il Sagrantino, appunto) che al 100% sta facendo la felicità di molti vignaioli di Montefalco, gratifica con differenti emozioni molti consumatori esigenti e raffinati. Dimenticando gli 88€ del Sagrantino di una stagione fa, i partecipanti al test hanno emesso un verdetto, dopo essersi accordati su alcuni parametri registrati dai più. Il prezzo accettabile, potrebbe forse, secondo loro, essere anche più elevato, ma dopo il ‘mio pistolotto' (sta per omelia popolare), di amicali rimproveri sull’euforia iniziale, hanno deciso per un prezzo accettabile: dai 22 ai 26 euro. “Ben spesi!”… hanno concluso.
Ci debbono spiegare, gli altri che ritengono normali i prezzi esagerati, o come possono i ‘venditori’ di vini rossi, anche più coinvolgenti, e di rara perfezione, pretendere o spuntare prezzi fino a dieci volte tanto.

Conclusioni a mente confusa
Molti speculano sulla notorietà acquisita con tutti i mezzi possibili, e non solo, a volte con il miracolo di una vigna o di un cantiniere, o di una passaparola o 'cicaleccio' tra migranti della domenica. O non sarà che esistono persone che con un pizzico d’incoscienza, o per merito di un conto in banca talmente pingue che milioni in più, o in meno, non intaccano minimamente il saldo finale, e che quindi possono permettersi di pagare qualunque somma, per una bottiglia di vino, ma basta che poi se ne parli. Se poi il vino dovesse risultare solo un po’ migliore di altri pagati qualche decina di euro, si può sempre dire che il ‘Signor Brambilla…può permettersi anche di passare per un “pollo”, anche se poi pollo non è, spacciandosi per falco o aquila.

Con la tavola rotonda che stiamo organizzando e che verterà proprio sul tema: “Vini milionari...ma ne vale la pena?”, o qualcosa del genere, speriamo di poter dire la nostra sulle esagerazioni chi si riscontrano sul mercato...anche a proposito del Sagrantino e non solo del Romanée Conti o di altri vini.