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BRANDY ITALIANO...TANTA STORIA DA BERE

IL  BRANDY  ITALIANO

IL  CALORE  DELLA  TRADIZIONE
In virtù dell’illustre discendenza del santo falegname, il 19 marzo coincide da sempre anche con la “festa del papà”, che viene ricordata e celebrata in molte regioni italiane con l’allestimento di sontuosi banchetti. Ai papà vengono inoltre riservati omaggi particolari, spesso di natura alcolica: fra le bottiglie, protagoniste assolute sono quelle di brandy. Anche se è passata la ricorrenza…un regalo fa sempre piacere, specie se è di ‘buongusto’.
Sono ormai più di mille anni che in Italia si fabbrica quello che oggi è conosciuto come brandy (e che gli antichi, con un pizzico di poesia, chiamavano aqua ardens, aqua permanens o lucerna coelica), mettendo il vino in cucurbite e alambicchi, facendolo bollire e cavandone l’essenza. Dell’acquavite di vino furono grandi consumatrici le corti di Caterina de’Medici e di Giulia Gonzaga, e fu tassando questo prodotto che i sovrani di Napoli, intorno al Seicento, cercarono di risollevare le dissanguate sostanze del regno.

L’industria moderna del brandy fece tuttavia il suo vero esordio soltanto nell’Ottocento, quando nacquero molte delle grandi dinastie alcoliche italiane: Ramazzotti, Buton, Gambarotta, Branca, Stock. In quegli anni eroici il distillato si chiamava ancora “cognac”, come quello francese, e ciò fu oggetto immediato di interminabili dispute fra i produttori italiani e quelli transalpini. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale venne varato un accordo intergovernativo, a seguito del quale si giunse alla definitiva “pace” del 7 dicembre 1951: la denominazione “cognac” sarebbe rimasta esclusiva dei francesi, mentre sulle etichette italiane sarebbe comparsa la dicitura attuale “brandy”.
Per fare il brandy ci vuole vino soprattutto bianco, acido, neutro (cioè poco profumato, perché altrimenti gli aromi passerebbero al distillato), giovane, non trattato. Trebbiano romagnolo, dunque, ma anche asprino della Campania o prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, per dirne alcuni. Attraverso la distillazione si estraggono dal vino, insieme con l’alcool, le parti volatili, nobili: quelle sostanze, cioè, che danno al brandy le sue caratteristiche organolettiche peculiari. Quando sgocciola dagli alambicchi, il distillato non può comunque ancora chiamarsi brandy. Prima deve invecchiare pazientemente in fusti di rovere, non verniciati e privi di qualsiasi rivestimento interno o esterno. È questa una maturazione che in genere avviene in due fasi: da principio in botti più piccole, dove il distillato acquista in aroma; poi in tini più grandi, nei quali guadagna in armonia. Dopo l’invecchiamento viene il momento del taglio: le varie partite, stagionate in vario grado, si mischiano insieme fino a ottenere un prodotto definitivo, che dovrà essere sempre uguale, anno dopo anno, produzione dopo produzione. Per questo i maestri cantinieri, personaggi quasi da leggenda, si danno da fare con gli assemblaggi per ottenere un brandy che abbia sempre lo stesso gusto, sposando le tecniche più avanzate con il naso e il palato per cui vanno giustamente famosi.
In gastronomia il brandy è forse il distillato più usato, e vanta al suo attivo diverse centinaia di ricette; è inoltre un protagonista indiscusso del bere miscelato (basti pensare al celebre cocktail internazionale Alexander), ed è squisito per correggere il caffè. Ma è nel consumo liscio che si sprigiona la magia più autentica del brandy: nel classico, panciuto bicchiere a ballon o nel più moderno bicchiere a tulipano, dal vetro molto sottile. Il tepore della mano riscalda leggermente il brandy e favorisce lo sviluppo dell’aroma; la temperatura ideale, ovviamente, è quella dell’ambiente circostante. Da sconsigliare quindi l’esposizione del bicchiere al calore della fiamma diretta, come alcuni facevano un tempo: il caldo eccessivo potrebbe nuocere al prodotto, alterandone le caratteristiche organolettiche.
Qualche nome da ricordare? Le grandi marche sono ancora quelle dell’aristocrazia liquoristica italiana: Buton, Stock, Branca. Alcuni fra i piccoli produttori eccellono invece per la qualità particolare delle loro acquaviti e per la raffinata eleganza del loro packaging, come ad esempio Villa Zarri e Marchesi de’Bianchi.